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Quante volte si può rifiutare un lavoro in mobilità

1 Maggio 2020 | Autore:
Quante volte si può rifiutare un lavoro in mobilità

Il pubblico impiego è stato privatizzato, ma i dipendenti delle amministrazioni godono ancora oggi di alcune agevolazioni. Analisi della normativa sul trasferimento per mobilità.

Il Testo Unico sul Pubblico Impiego [1] disciplina una particolare ipotesi di trasferimento dei lavoratori, ossia il “passaggio diretto di personale tra amministrazioni diverse”. Per la sua attuazione, tale complesso normativo mette a disposizione lo strumento della mobilità, che viene analizzata nelle diverse forme consentite dall’ordinamento giuridico.

Gli adempimenti burocratici imposti dalla legge sono più o meno articolati a seconda che si utilizzi la mobilità volontaria, il comando, l’assegnazione provvisoria o la mobilità per compensazione, ma in tutti i casi si raggiunge un duplice obiettivo. Da un lato, infatti, si agevola la libera circolazione degli impiegati sul territorio dello Stato e, dall’altro, si consente alla pubblica amministrazione di colmare le lacune organizzative. In altri termini, grazie all’istanza presentata dal dipendente si riconosce allo Stato e agli Enti locali l’opportunità di far fronte alle carenze di personale.

Individuati i tratti peculiari di tale istituto, sorge il problema di come intervenire in caso di opposizione del dipendente al trasferimento. Nel dettaglio, occorre chiedersi se e quante volte si può rifiutare un lavoro in mobilità.

Ma procediamo per ordine e, prima di addentrarci nella questione, proviamo a capire che cosa si intende per mobilità.

Che cos’è la mobilità?

Attraverso la mobilità i dipendenti pubblici possono ottenere un trasferimento presso un’altra sede di lavoro e, delle volte, presso un’amministrazione diversa da quella di appartenenza. L’istituto di cui ti stiamo parlando interessa tutti i settori di impiego, ma viene utilizzato soprattutto dai dipendenti del comparto sanità e del comparto scuola.

Per poterne usufruire è necessario presentare apposita istanza sia al datore di lavoro di appartenenza sia all’amministrazione di destinazione.

Entrambe le amministrazioni interessate dal trasferimento devono dare l’assenso attraverso l’adozione di un apposito provvedimento che prende il nome di nulla-osta.

Di regola, per ottenere il consenso al passaggio diretto il dipendente deve essere in possesso di determinati requisiti individuati in anticipo dall’amministrazione di destinazione. Tra tutte le condizioni necessarie al trasferimento ve ne sono due inderogabili: è indispensabile essere già titolare di un contratto di lavoro a tempo indeterminato presso una pubblica amministrazione e aver superato il periodo di prova (di solito corrispondente a un tempo pari a sei mesi dalla sottoscrizione del rapporto di lavoro).

La decisione delle pubbliche amministrazioni è discrezionale, ma non è mai consentito violare le norme imperative esistenti in materia e creare ingiustificate disparità di trattamento tra i lavoratori. Ne deriva la possibilità di opporre un rifiuto al trasferimento laddove non si ravvisi la presenza delle condizioni minime e indispensabili preventivamente individuate.

Diversa è la situazione se a rifiutare la mobilità è il dipendente.

Rifiuto del lavoratore: regola generale

Per ottenere il via libera al passaggio da una sede di lavoro a un’altra, la pubblica amministrazione deve adottare e pubblicare sul proprio albo pretorio un’apposita delibera. Tale atto costituisce la risposta ufficiale alla domanda presentata dal dipendente.

Posta l’iniziativa del lavoratore, è improbabile che questi rinunci a un trasferimento personalmente richiesto; più comune, invece, è il caso del diniego da parte del datore di lavoro. Tuttavia, non si tratta di un’ipotesi impossibile: può, infatti, verificarsi l’eventualità di un cambiamento di rotta da parte del dipendente.

Per verificare se tale variazione è ammessa nel nostro ordinamento giuridico occorre tenere conto delle diverse fasi in cui si articola la procedura di mobilità. In particolare, dobbiamo capire se la rinuncia si verifica prima o dopo l’adozione della delibera di accettazione del trasferimento da parte della pubblica amministrazione.

Ed ecco che, se non si pongono problemi nel caso in cui la rinuncia precede il provvedimento del datore di lavoro, la situazione appare più complessa nel caso in cui il trasferimento sia stato accettato e il nuovo contratto sottoscritto. Mentre nella prima ipotesi, infatti, ti è riconosciuta la possibilità di revocare la decisione tutte le volte che vuoi, nella seconda subentra il potere discrezionale della pubblica amministrazione, che può scegliere se accettare o meno il tuo cambiamento di idea. In tale ultima eventualità, il tuo nuovo datore di lavoro ti potrà imporre il rispetto del vincolo assunto.

Delle disposizioni particolari sono state dettate dal MIUR per la mobilità nel comparto scuola relativa all’anno scolastico 2019/2020.

La disciplina del comparto scuola

Secondo quanto stabilisce il cosiddetto Decreto Scuola [2], gli insegnanti assunti con contratto a tempo indeterminato possono chiedere il trasferimento per mobilità soltanto dopo aver svolto servizio effettivo presso la scuola di assegnazione per almeno cinque anni continuativi.

Trascorso tale arco temporale, il personale docente (e il personale amministrativo) può presentare la richiesta di trasferimento all’Ufficio Scolastico Regionale utilizzando gli appositi modelli presenti sul sito internet.

L’istanza deve essere corredata della documentazione richiesta, ossia:

  1. generalità dell’interessato;
  2. la scuola di titolarità e la provincia;
  3. la classe di concorso di titolarità
  4. tutti i titoli utili all’attribuzione del punteggio finale.

Per poter accedere alla procedura occorre rispettare le scadenze individuate a livello nazionale. Trascorsi tali termini, infatti, non è più possibile modificare o integrare le preferenze già espresse. Lo stesso vale per la decisione di rifiutare la mobilità: è, infatti, consentita la revoca della domanda soltanto se presentata non oltre il quinto giorno precedente il termine di scadenza. Se sono state inoltrate più richieste di trasferimento o assegnazione provvisoria, nell’atto di revoca deve essere indicato se si fa riferimento a tutte le domande o soltanto ad alcune di esse.

In tutti gli altri casi non è consentita la rinuncia al lavoro, a meno che non siano sopravvenuti gravi motivi e a condizione che il posto di provenienza sia rimasto vacante.


note

[1] D.Lgs. 30.03.2001 n. 165

[2] D.Lgs. 16.04.1994 n. 297 e ss.mm.ii: “Testo Unico delle disposizioni legislative vigenti in materia di istruzione, relative alle scuole di ogni ordine e grado”


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