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Conto corrente cointestato pignorato

5 Maggio 2020 | Autore:
Conto corrente cointestato pignorato

Il creditore può tutelare le proprie ragioni in ogni sede, giudiziale e stragiudiziale. Le procedure esecutive garantiscono la restituzione della somma dovuta dal debitore. Vediamo come.

È un principio giuridico di massima importanza quello secondo cui i “patti devono essere osservati”. Infatti, quando si stipula un contratto le parti si impegnano reciprocamente a rispettare gli impegni assunti.

Spesso, però, si assiste a una violazione della regola generale e, soprattutto quando si tratta di somme di denaro date in prestito, capita che l’obbligato non restituisca la cifra dovuta. Le motivazioni possono essere le più disparate: il debitore non ha la disponibilità economica del denaro, non vuole ottemperare a un impegno, vuole creare un disagio al creditore e così via.

Quale che sia lo scopo del soggetto inadempiente, una cosa è certa: il nostro ordinamento giuridico riconosce al creditore numerose modalità di intervento sia in sede stragiudiziale sia dinanzi al tribunale. È soltanto questione di tempo (più o meno lungo), ma il diritto di credito trova ristoro e il debito viene saldato.

Tra i mezzi di tutela messi a disposizione dal nostro sistema, possiamo menzionare le procedure esecutive (pensa, ad esempio, al decreto ingiuntivo). Si tratta di metodi di riscossione coatta di quanto dovuto.

Le procedure esecutive possono aggredire qualsiasi bene, compreso il conto corrente del debitore. Ma se si presentano delle ipotesi particolari, si pongono alcune limitazioni. Ad esempio, il conto corrente cointestato può essere pignorato?

È questa una domanda che richiede una spiegazione tecnica piuttosto articolata. Per tal motivo proveremo ad affrontare la questione passo dopo passo e cercheremo di fornire una risposta più chiara possibile.

Che cosa è un conto corrente

Il conto corrente è un tipico contratto finanziario attraverso il quale colui che ha liquidità economica (più o meno cospicua) si rivolge a un istituto di credito (una banca o la posta) per affidare la gestione del proprio denaro.

Si crea così una relazione giuridica tra correntista e istituto di credito attraverso la quale il primo delega al secondo il compito di custodire il proprio patrimonio monetario e di preservarlo da ogni pericolo (pensa, ad esempio, al furto che puoi subire se conservi tutto in casa). Per godere di questo servizio, il titolare del conto paga una prestazione periodica in denaro.

Il conto corrente ha delle caratteristiche diverse a seconda delle condizioni previste dal contratto. In tutti i casi, però, esso è identificato da un codice alfanumerico riferibile soltanto al suo titolare: si parla tecnicamente di Iban (international bank account number – numero di conto bancario internazionale).

Collegato al conto è, a seconda dei casi, il rilascio di una carta di credito o di debito e un blocchetto di assegni.

In linea di massima si possono differenziare quattro tipologie di conti corrente:

  1. conto al consumo: le prestazioni vengono pagate in base ai movimenti del correntista;
  2. conto a pacchetto: si applicano delle tariffe prestabilite con cadenza periodica;
  3. conto base: è consentita l’esecuzione di un numero limitato di operazioni;
  4. conto in convenzione: sono previste specifiche agevolazioni per determinate categorie di clienti.

Il conto corrente, come ogni altro bene presente nel patrimonio di un debitore moroso, può essere soggetto a pignoramento.

Vediamo nel dettaglio di cosa si tratta.

La procedura di pignoramento

Il pignoramento è un atto esecutivo, ossia una procedura di espropriazione forzata nei confronti di un debitore inadempiente.

Per ricorrere a tale strumento, il creditore deve avviare uno specifico iter.

Nel dettaglio, attraverso un avvocato di fiducia, deve rivolgersi al tribunale affinché venga accertato il suo diritto di credito e venga affermata la violazione del dovere di adempimento del debitore.

Il magistrato interpellato della questione adotta un decreto ingiuntivo provvisoriamente esecutivo (ossia un primo avviso di pagamento), che viene trasmesso direttamente al soggetto insolvente (cosiddetta notifica) affinchè proponga opposizione oppure provveda a saldare il debito.

Se la situazione di insolvenza permane, al decreto ingiuntivo fa seguito un atto di precetto (ossia un’ultima intimazione di pagamento) e, entro 90 giorni dalla sua notifica, un provvedimento di pignoramento. Quest’ultimo presuppone l’intervento della figura dell’ufficiale giudiziario che vincola alcuni beni del debitore e li utilizza per soddisfare le pretese del creditore.

Di solito il pignoramento si rivolge a beni fisicamente individuati, mobili o immobili (pensa ad esempio a un’automobile). Un’ipotesi specifica, però, è quella del vincolo apposto al conto corrente.

Quando il conto corrente può essere pignorato

Il pignoramento del conto corrente prende il nome di pignoramento presso terzi. Esso si distingue, quindi, dal pignoramento mobiliare e da quello immobiliare: entrambi, infatti, hanno ad oggetto delle entità fisiche ben determinate.

Nel nostro ordinamento si utilizza questa specifica terminologia per un motivo ben preciso: l’espropriazione del bene del debitore (in questo caso il denaro presente sul conto) non avviene presso il suo domicilio, ma presso un terzo soggetto (la banca).

Il pignoramento presso terzi segue una procedura parzialmente diversa da quella ordinaria e, soprattutto, varia a seconda della qualità del creditore (soggetto privato o persona fisica).

Nel dettaglio, se colui che intraprende l’azione è un privato cittadino, il conto corrente può essere aggredito soltanto se l’atto di precetto viene notificato sia al debitore sia alla banca presso la quale conserva il proprio denaro.

La ricerca dell’istituto di credito non può essere realizzata liberamente dal creditore, ma deve essere autorizzata dal tribunale.

La trasmissione dei documenti alla banca ha una funzione pratica evidente: attraverso tale atto si mette a conoscenza dell’ente il provvedimento del giudice per impedirgli di consegnare il denaro al debitore che si presenta allo sportello. In altri termini, il conto corrente viene bloccato. Perché la sua operatività venga ripristinata subito dopo il pignoramento, è necessaria una disposizione del giudice o la rinuncia a procedere da parte del creditore.

Se il creditore è l’Agenzia delle Entrate, la procedura è più snella: l’ente di riscossione non deve, infatti, rivolgersi al tribunale.

Pignoramento del conto corrente cointestato

Vi sono delle regole particolari per il pignoramento di conti correnti che costituiscono una base di appoggio dello stipendio e per i conti correnti cointestati.

Nel primo caso, l’espropriazione non può superare la soglia di 1/5 della cifra accreditata mensilmente come corrispettivo del lavoro prestato.

Nella seconda ipotesi, il diritto del creditore deve essere bilanciato con il diritto del secondo intestatario di non vedersi sottratta la sua parte di patrimonio. Infatti, si tratta di un caso peculiare di proprietà condivisa da due o più persone di un unico bene.

Secondo le regole generali in tema di pignoramento presso terzi, è possibile bloccare il conto del debitore anche se questo è cointestato, ma non è consentito prelevare tutta la somma in esso presente. In altri termini, il creditore può espropriare soltanto la quota di titolarità del soggetto inadempiente, ma non può intaccare la parte del non debitore estraneo alla vicenda, chiunque esso sia.

Il legislatore e la giurisprudenza hanno più volte precisato che il pignoramento del conto corrente cointestato non può superare la metà della cifra presente in banca. È questa la porzione vincolata: il secondo intestatario può, quindi, disporre liberamente della parte residua.



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