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Lo sai che? Morti bianche: l’imprenditore edile non è sempre responsabile per l’infortunio dell’operaio

Lo sai che? Pubblicato il 30 dicembre 2011

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Non è responsabile dell’infortunio dell’operaio l’imprenditore edile che adempie gli obblighi imposti dalle norme sulla sicurezza dei cantieri.

La Cassazione ha recentemente [1] ribadito che l’imprenditore edile non è responsabile nel caso di infortuni sul lavoro di un operaio quando ha adottato tutti gli accorgimenti sulla sicurezza richiesti dalla legge. I giudici hanno così confermato l’assoluzione nei confronti dell’imprenditore accusato di lesioni colpose per la caduta di un operario da un’impalcatura alta due metri.

L’imprenditore edile aveva predisposto un piano di sicurezza contenente specifiche indicazioni sul montaggio del ponteggio, aveva nominato un capo cantiere, un coordinatore per la sicurezza dei lavori. Il dipendente infortunatosi aveva, inoltre, una formazione specialistica.

Per come era strutturata l’azienda e correttamente ripartiti gli obblighi all’interno di essa non è stato possibile far ricadere, sul datore di lavoro, la responsabilità per i doveri di controllo e vigilanza sull’operato dei dipendenti [2].

In conclusione, provvedendo a nominare il capocantiere e il coordinatore per la sicurezza , il datore di lavoro ha assolto gli obblighi che, di norma, ricadono su di lui, liberandosi così da qualsiasi responsabilità.

Come sempre più spesso accade, però, la maggior parte degli incidenti sul lavoro sono mortali. Si parla di “morti bianche”, che di “bianco” hanno solo la disumanità di chi ignora le più elementari norme di sicurezza.

In materia di morti sul lavoro, l’Italia è un paese unito: dal Trentino Alto Adige, fino alla Sicilia, ovunque vi è la stessa tragica situazione.

Secondo l’osservatorio indipendente di Bologna sulle morti per infortuni sul lavoro [3], il fenomeno delle morti bianche colpisce oltre 1.000 lavoratori ogni anno. Numeri che fanno riflettere: è come se ogni settimana ci fosse una Nasiriyya o un “11 settembre” ogni tre anni.

Il settore maggiormente colpito è quello dell’edilizia che ha già contato, dall’inizio del 2011, 165 vittime sui luoghi di lavoro (il 26,5 % sul totale di morti sul lavoro). Le morti in questo settore sono dovute soprattutto a cadute dall’alto (38,25%) .

Le vittime sono per la maggior parte edili meridionali e stranieri nei cantieri del centro-nord. Oltre il 15% di tali vittime lavoravano in nero o erano già in pensione. L’area a più alto taso di incidenti è il nord-est, seguito dal nord-ovest.

Il punto cruciale rimane senza dubbio quello educativo e informativo. Una più solida cultura della sicurezza potrebbe evitare molti incidenti.

È stato di recente lanciato un appello al mondo dell’informazione: “Non chiamate più le morti sul lavoro con il termine ‘morti bianche’ e ‘tragiche fatalità’. Sono due termini che ci offendono, e offendono in particolar modo i familiari e la memoria dei morti sul lavoro”. Lo scrivono i primi firmatari dell’appello, Marco Bazzoni, Stefano Corradino, Giuseppe Giulietti, Elisabetta Reguitti, Santo Della Volpe, Paolo Pacifici. “Queste morti – ricordano – non sono mai dovute al fato o al destino cieco e beffardo, ma perché, in molti luoghi di lavoro, non vengono rispettate neanche le minime norme per la sicurezza sul lavoro. Queste non sono ‘morti bianche’ quasi fossero candide, immacolate, innocenti, ma sono morti sporche, anzi sporchissime!!! In queste morti c’è sempre un responsabile, a volte più di uno. E’ anche partendo dal linguaggio che si combatte una battaglia di prevenzione e per la sicurezza. E chiediamo ai mezzi di comunicazione anche di tornare ad accendere i riflettori su questo bollettino di guerra quotidiano. Affinché il tragico contatore dei morti, degli infortunati, degli invalidi si possa finalmente arrestare”.

di MICHELE IAPICCA

note

[1] Sent. n. 44650 del 1° dicembre 2011.

[2] artt.17 e 18 del Dlg. n. 81 del 9 aprile 2008.

[3] www.cadutisullavoro.blogspot.com.


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