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Rottura promessa matrimonio: ultime sentenze

17 Aprile 2020
Rottura promessa matrimonio: ultime sentenze

Leggi le ultime sentenze su: la frontiera al risarcimento del danno; promessa di matrimonio; celebrazione del futuro matrimonio; cause del mancato matrimonio.

Se uno dei due futuri sposi rompe la promessa di matrimonio è tenuto a restituire all’altro i doni ricevuti a causa della promessa stessa. Inoltre, chi rompe la promessa di matrimonio senza una valida ragione è tenuto a rimborsare all’altro le spese da questi sostenute in vista delle nozze. Una valida ragione per la rottura della promessa di matrimonio potrebbe essere il comportamento violento dell’altro o la manifestazione di quest’ultimo della volontà di non avere figli o di andare a vivere lontano.

La suocera invadente e la rottura del fidanzamento ufficiale

La promessa “semplice” di matrimonio (qualificabile come mero fatto sociale e non produttiva di alcun effetto giuridico diretto) non costituisce fonte di risarcimento del danno in caso di rottura ingiustificata della stessa, in quanto la fonte di possibile responsabilità risarcitoria è solo quella derivante dalla cd. promessa “solenne”, di cui all’art. 81 c.c., soggetta a determinati requisiti ovvero la vicendevolezza, la capacità di agire dei promittenti, la formazione di un atto pubblico o di una scrittura privata o la richiesta di pubblicazione di matrimonio.

Tribunale Roma sez. I, 12/01/2015

Promessa di matrimonio: risarcimento danni per rottura

In tema di risarcimento danni per rottura della promessa di matrimonio, è inammissibile la proposizione della domanda di indebito arricchimento ex art. 2041 c.c. per difetto del requisito della sussidiarietà, potendo il danneggiato esercitare altra azione per farsi indennizzare del pregiudizio subìto, quali le azioni di cui agli artt. 80 e 81 c.c.

Tribunale Messina sez. I, 30/06/2014, n.1489

Recesso senza giustificato motivo dalla promessa di matrimonio

L’illecito consistente nel recesso senza giustificato motivo dalla promessa di matrimonio non è assoggettato ai principi generali in tema di responsabilità civile, contrattuale od extracontrattuale, né alla piena responsabilità risarcitoria che da tali principi consegue, poiché un tale regime potrebbe tradursi in una forma di indiretta pressione sul promittente nel senso dell’accettazione di un legame non voluto; sicché il risarcimento dei danni conseguenti all’ingiustificata rottura della promessa di matrimonio va circoscritto alle spese fatte ed alle obbligazioni contratte dal promissario, escludendo, pertanto, il risarcimento dei danni non patrimoniali.

Cassazione civile sez. VI, 02/01/2012, n.9

Rottura della promessa di matrimonio

In tema di matrimonio, l’avvenuta richiesta di pubblicazioni integra promessa solenne di matrimonio la cui rottura legittima l’altro promittente all’azione di restituzione dei doni fatti e ad ottenere il risarcimento dei danni relativi alle obbligazioni assunte ed alle spese contratte “a causa” della semplice promessa, e cioè nella presupposizione della celebrazione del futuro matrimonio ed a prescindere dalle cause della rottura che rimangono prive di rilevanza.

Tribunale Monza, 31/03/2011

Rottura senza motivo della promessa di matrimonio

La rottura senza motivo della promessa di matrimonio obbliga il promittente ricusante a risarcire l’altra parte per il danno causatole, a titolo di responsabilità “ex lege”, non configurandosi né un inadempimento contrattuale, né un atto illecito.

Cassazione civile sez. III, 15/04/2010, n.9052

Azione di restituzione dei doni

La rottura della promessa di matrimonio legittima il donante all’azione di restituzione dei doni fatti “a causa” della promessa e ciò a prescindere dalle cause della rottura, che rimangono prive di rilevanza.

Tribunale Bari, 28/09/2006

Comportamento del nubendo promittente

Posto che la promessa di matrimonio è destituita di qualsiasi effetto vincolante, essendo inconcepibile, prima ancora che nel diritto, nella coscienza sociale, un vincolo a contrarre matrimonio ed essendo la libertà matrimoniale diritto fondamentale della persona, ne consegue l’impossibilità di attribuire ad essa natura negoziale e, quindi, di ritenere che il risarcimento ex art. 81 c.c. sia conseguenza di un inadempimento contrattuale; dunque, il comportamento del nubendo promittente che si scioglie dalla promessa, essendo espressione di quel diritto personale fondamentale che è la libertà matrimoniale, non può mai essere qualificato in termini di illiceità ex art. 2043 c.c., vale a dire che di per sè la rottura della promessa di matrimonio, anche se fatta senza “giusto motivo”, non è mai antigiuridica, perché non è non iure, e quindi non è mai produttiva di danni ingiusti.

Tribunale Reggio Calabria sez. II, 12/08/2003

Celebrazione del futuro matrimonio

In caso di rottura di fidanzamento, presupposto essenziale per l’esercizio dell’azione di restituzione dei doni – che l’art. 80 c.c. riconosce al donante in relazione a qualsiasi promessa di matrimonio, sia tra persone capaci che tra minori non autorizzati, sia che la promessa sia vicendevole, sia che sia unilaterale – è la circostanza che i doni siano stati fatti “a causa della promessa di matrimonio”, cioè sulla presupposizione della celebrazione del futuro matrimonio, senza necessità di una particolare forma, nè di pubblicità della promessa, conseguendone il diritto alla restituzione per la sola ipotesi che il matrimonio non sia stato contratto e senza alcuna rilevanza delle cause del mancato matrimonio.

Cassazione civile sez. I, 08/02/1994, n.1260



10 Commenti

  1. Una coppia di fidanzati decide di sposarsi. Procede perciò a individuare una data compatibile con la possibilità per entrambi di prendere qualche giorno di ferie dal lavoro, prenota un locale per il ricevimento e una chiesa per la celebrazione. Infine inizia a dare la notizia a parenti e amici. Dopodiché i due procedono alle «pubblicazioni di nozze»: si recano cioè in Comune e fanno quella che un tempo veniva chiamata promessa di matrimonio (ma che oggi non è più tale). Tuttavia, qualche settimana prima della data, uno dei due ci ripensa e decide di non salire più sull’altare. La coppia si sfalda e forse questo è l’ultimo pensiero dell’altro che, piuttosto, pretende subito il risarcimento per le spese sostenute a causa dei preparativi. In più aggiunge sul piatto anche una richiesta di danni morali un po’ per la brutta figura col parentado e un po’ per la delusione. L’altro non ne vuol sapere: sostiene che la volontà di sposarsi deve essere spontanea, non può essere coartata; imporre una sanzione economica come risarcimento per il rifiuto equivarrebbe a porre una persona nell’obbligo di scelta tra due cose a lui sfavorevoli: il matrimonio o le conseguenze economiche per lui difficilmente sostenibili. Chi dei due ha ragione? Chi rompe la promessa di matrimonio è responsabile?

    1. .Non esiste una norma di legge che definisce la promessa di matrimonio. Un tempo era nell’uso sociale, oggi non più. Comunemente si chiama «promessa di matrimonio» la pubblicazione che viene fatta in Comune, con la richiesta firmata da ambedue i futuri coniugi davanti all’Ufficiale di Stato. In verità è quell’atto, che è obbligatorio per legge, che formalizza l’intenzione dei due di procedere a nozze. La Cassazione ha detto che la promessa di matrimonio si identifica nel fidanzamento ufficiale ed è qualificabile come la dichiarazione reciproca di due soggetti di sesso diverso, resa nella cerchia della famiglia e delle amicizie, di volersi frequentare con il serio proposito di sposarsi. Quindi non si tratta di un contratto e non vincola le parti. Poiché non è un contratto, la promessa di matrimonio non crea un obbligo tra le parti e quindi non obbliga i futuri marito e moglie a contrarre matrimonio. La libertà matrimoniale è un diritto fondamentale. Se le parti dovessero mai stabilire per iscritto delle conseguenze per chi dei due non rispetta la promessa di matrimonio questo accordo sarebbe nullo, come se mai stipulato.

    2. Con la promessa di matrimonio spesso i futuri sposi si scambiano dei doni (i cosiddetti doni prenuziali). Se uno dei due rompe la promessa di matrimonio (a prescindere dai motivi della rottura) è tenuto a restituire all’altro i doni ricevuti a causa della promessa stessa. In secondo luogo, chi rompe la promessa di matrimonio senza una valida ragione è tenuto a rimborsare all’altro le spese da questi sostenute in vista delle nozze (ad esempio l’anticipo versato al locale, le bomboniere, ecc.). È, ad esempio, una valida ragione per la rottura della promessa di matrimonio il comportamento violento dell’altro o la manifestazione di quest’ultimo della volontà di non avere figli o di andare a vivere lontano; la persistenza mancanza di una stabile occupazione (sempre che questa rappresentasse una condizione della promessa), la perdita dell’impiego o il fallimento.La giurisprudenza e la dottrina considerano risarcibili le seguenti spese: viaggio; preparazione alla cerimonia nuziale; redazione di eventuali convenzioni matrimoniali; pubblicazione di matrimonio; acquisto di oggetti destinati a servire solo in occasione del matrimonio o per l’arredo della casa di cui si riesce a provare l’acquisto per finalità matrimoniale. A tale categoria possono appartenere anche spese più importanti, quali l’acquisto dell’appartamento destinato a costituire la futura casa familiare o la sottoscrizione di un mutuo, ma al riguardo opera il criterio per cui all’acquirente si può riconoscere solo il diritto a richiedere all’ex fidanzato l’eventuale differenza tra la somma spesa e l’effettivo valore dell’immobile.La quantificazione del risarcimento deve tenere conto delle condizioni economiche delle parti; avviene detraendo l’ammontare del valore dei beni utilizzabili dal fidanzato non inadempiente oppure di quelli dai quali è comunque ricavabile un’utilità economica.In ogni caso, anche dopo la promessa di matrimonio, la scelta da parte di uno dei due promessi sposi di non contrarre matrimonio non è coercibile: cioè non si può agire dal giudice per ottenere un «matrimonio forzato». Chi decide di rompere senza giustificato motivo da tale promessa, annullando le nozze, è tenuto a rimborsare solo le spese sostenute in vista della celebrazione, ma non è tenuto a risarcire ulteriori danni patrimoniali o morali.Quindi non si può risarcire, ad esempio, il danno da depressione o per la solitudine cui viene costretto il promesso sposo, il disagio sociale, l’ansia e la preoccupazione, la vergogna e altri danni di questo tipo che, seppur realmente sopportati, sono ritenuti una conseguenza normale di un comportamento di per sé libero che non può essere coartato.Chi vuole agire davanti al giudice per farsi rimborsare le spese sostenute per il matrimonio deve agire entro massimo un anno dalla rottura della promessa.

    1. Non si rischia il risarcimento se si disdicono le nozze in presenza di giusti motivi di rifiuto che, se conosciuti al momento della promessa, avrebbero dissuaso il promittente dal concluderli. Insomma, è l’ignoranza della causa al momento della promessa che consente, in un momento successivo, di annullare il matrimonio. Se invece il motivo era già noto, ma solo tollerato, il rifiuto non è più legittimo.
      Per esempio, è stato ritenuto giusto motivo di rottura della promessa di matrimonio:
      – la persistente mancanza di una stabile occupazione, sempre che la situazione lavorativa al momento della promessa fosse differente o vi fosse stato l’impegno a trovare lavoro;
      – la perdita dell’impiego o il fallimento, il mancato rispetto del tipo di assetto patrimoniale e del tenore di vita prospettato all’atto della promessa, l’emergere di una estrazione sociale diversa da quella professata.
      Non è invece giusto motivo il rifiuto espresso dal fidanzato due giorni prima del matrimonio in presenza di liti anche violente davanti ad estranei e per futili motivi.

  2. In caso di fuga sull’altare, prima del matrimonio…. quale risarcimento può chiedere la sposa abbandonata, dopo che ha affrontato le spese per il ricevimento, l’abito nuziale, la mobilia dell’abitazione e l’eventuale mutuo dell’immobile?

    1. Chi fugge sull’altare non paga i danni morali, ma deve solo rimborsare le spese e le obbligazioni contratte in vista del matrimonio. Secondo la Cassazione, infatti, la rottura della promessa di matrimonio, pur essendo un illecito civile, non comporta la risarcibilità dei danni normalmente previsti nel caso dei consueti illeciti (siano essi contrattuali o extracontrattuali).Si è dunque tenuti a risarcire, tanto per fare un esempio, le spese di prenotazione del locale per il ricevimento, l’acquisto dell’abito nuziale, l’eventuale mobilia o l’affitto dell’abitazione.Diversamente ragionando, se si dovesse imporre al nubendo il risarcimento anche dei danni morali, nel caso di diniego al matrimonio, si finirebbe per imporgli una indiretta pressione. Invece ogni soggetto deve mantenere la piena libertà di scelta sino al fatidico “si”.
      Del resto, il codice civile stabilisce che la promessa di matrimonio non obbliga a contrarlo. Il carattere non vincolante della promessa è volto infatti a tutelare la libertà matrimoniale.
      Gli unici effetti della rottura della promessa sono:
      1) la restituzione dei doni fatti a causa della promessa, nonché anche delle lettere, delle foto, dei filmini in vacanza o in camera da letto. Tale restituzione può essere chiesta anche da chi ha rotto la promessa;
      2) il risarcimento del danno nei limiti appena descritti.
      È necessario però ricorrere in Tribunale entro un anno dalla rottura del legame.

  3. La promessa semplice è, in poche parole, il «fidanzamento ufficiale» (quello fatto davanti a parenti e amici, senza che sia redatto alcun atto giuridico). Si tratta dell’impegno a frequentarsi seriamente, con l’obiettivo finale di convolare a nozze. Se uno degli sposi si tira indietro, l’altro può chiedere la restituzione dei doni fatti in occasione della promessa stessa (si pensi all’anello di fidanzamento). La richiesta, però, va fatta entro un termine specifico: un anno dal giorno del rifiuto di celebrare il matrimonio (o dal giorno della morte di uno dei nubendi)

  4. Le conseguenze della rottura della promessa, quindi, sono più rilevanti. Il soggetto che subisce il rifiuto può chiedere il risarcimento del danno per le spese fatte e le obbligazioni contratte a causa di quella promessa (ad esempio i costi di ristrutturazione o di costruzione del futuro appartamento coniugale).Stessa cosa avviene se uno dei due, con propria colpa, ha dato giusto motivo all’altro per rifiutare la celebrazione: si pensi ad un tradimento o ad una circostanza importante (e decisiva per il consenso alle nozze) che uno dei partner abbia nascosto all’altro.In ogni caso, la domanda di risarcimento può essere proposta entro un anno dal giorno del rifiuto di celebrare il matrimonio. Quali danni si può chiedere come risarcimento?

    1. Certamente le spese vive già effettuate per il matrimonio come viaggio, preparazione alla cerimonia nunziale, abito di nozze, acquisto di oggetti destinati a servire in occasione del matrimonio o dell’arredo della casa di cui si riesca a provare l’acquisto per finalità di matrimonio, l’acquisto dell’appartamento destinato a costituire casa coniugale, la sottoscrizione di un mutuo per suddetto scopo, ecc.Con una sentenza, la Cassazione ha altresì chiarito che chi non riesce a dare una valida motivazione della scelta di rompere la promessa di matrimonio, è tenuto a pagare anche le spese sostenute dal partner per la ristrutturazione della casa scelta come nido d’amore, senza dimenticare i mobili e tutti gli altri costi come l’abito da sposa/o, sostenuti in prospettiva della cerimonia mai celebrata. Si tratta, infatti, di esborsi tutti collegati in un rapporto di causa-effetto con le nozze mandate a monte. Rispetto all’ammontare del risarcimento gli “ermellini” chiariscono che non possono non essere considerate risarcibili tutte le spese, giustificate e finalizzate, che si sostengono in vista delle nozze. Risulta dunque legittima la liquidazione pro quota degli esborsi sostenuti in epoca prossima alla cerimonia mandata all’aria dal partner.

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