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Violazione codice deontologico avvocato: ultime sentenze

16 Aprile 2020
Violazione codice deontologico avvocato: ultime sentenze

Scopri le ultime sentenze su: violazione del codice deontologico; violazione dei doveri di lealtà e correttezza; libertà, sicurezza e inviolabilità della difesa; uso di espressioni offensive nei confronti del legale di controparte; richiesta di compensi sproporzionati rispetto all’attività svolta; inadeguatezza delle condizioni di riservatezza nel colloquio e utilizzo di tale audizione al fine di contestare la non veridicità della deposizione resa dal teste nel processo.

Doveri di lealtà e correttezza

È legittima la censura per violazione dei doveri di lealtà e correttezza per l’avvocato che prosegua nell’azione giudiziaria, nonostante il decesso del cliente, senza informare nessuno. Le sezioni Unite hanno confermato la violazione del codice deontologico a carico della professionista che aveva dato seguito a un’azione contro l’Inps, con un ricorso in riassunzione datato 2008, nonostante il cliente fosse morto nel 2003. Per i giudici tale condotta non collima con le responsabilità connesse al rilievo pubblicistico della funzione difensiva.

Cassazione civile sez. un., 13/05/2019, n.12636

La sanzione disciplinare dell’avvertimento

È legittima la sanzione disciplinare dell’avvertimento per violazione dell’art. 5 del Codice deontologico forense nei confronti dell’avvocato che, a seguito di incarico ricevuto da un cliente, non prosegua l’azione. Nel caso di specie, le sezioni Unite hanno respinto il ricorso di un legale che, dopo aver ricevuto dal cliente l’incarico per impugnare una cartella dinanzi alla Commissione tributaria provinciale, di fatto non avesse mai presentato ricorso.

Cassazione civile sez. un., 25/07/2016, n.15287

Codice deontologico forense: le regole

Il codice deontologico forense non ha carattere normativo ma è costituito da un insieme di regole che gli organi di governo degli avvocati si sono date per attuare i valori caratterizzanti la professione e garantire la libertà, la sicurezza e la inviolabilità della difesa, con la conseguenza che la violazione di detto codice rileva in sede giurisdizionale, solo in quanto si colleghi all’incompetenza, l’eccesso di potere o la violazione di legge, cioè ad una delle ragioni per le quali il R.D.L. 27 novembre 1933, n. 1578, art. 56, comma 3, consente il ricorso alle sezioni unite della Cassazione, che è possibile esclusivamente in caso di uso del potere disciplinare dagli ordini professionali per fini diversi da quelli per cui la legge lo riconosce.

Cassazione civile sez. III, 29/09/2015, n.19246

Accertamento della violazione del codice deontologico forense

In sede di accertamento della violazione dell’art. 43 del codice deontologico forense per la richiesta di compensi manifestamente sproporzionati rispetto all’attività svolta, il giudice disciplinare è tenuto a prendere in esame non soltanto le fatture indicative dell’attività svolta, ma anche le risultanze di causa. Eventuali accordi tra il professionista e il cliente, che abbiano ad oggetto compensi di misura superiore a quella prevista dai massimi di tariffa, sono da ritenersi di per sé legittimi qualora ne venga data prova in giudizio.

Cassazione civile sez. un., 20/01/2014, n.1007

Violazione della norma deontologica

Alla stregua dei doveri di probità e correttezza professionale, è illecita la condotta posta in essere dall’avvocato, che, sebbene non pervenuta alla “consumazione”, venga ritenuta chiaramente finalizzata a realizzare un comportamento espressamente vietato dal codice deontologico.

Cassazione civile sez. un., 16/12/2013, n.27996

Richiesta di esecutorietà di un decreto ingiuntivo non eseguibile

Integra violazione dell’obbligo – previsto dall’art. 5 del codice deontologico forense – di decoro, probità, dignità, fedeltà nei confronti non solo del difeso, ma anche della controparte, il comportamento di un avvocato, il quale, oltre a richiedere la esecutorietà di un decreto ingiuntivo che sapeva non eseguibile (non essendo l’ingiunzione assistita da efficacia esecutiva ex art. 647 c.p.c. ed essendo stata, inoltre, proposta opposizione ex art. 645 c.p.c., circostanza di cui egli era a conoscenza, in quanto destinatario della notificazione di tale atto nella qualità di difensore dell’opposto), abbia anche rivolto all’indirizzo del legale di controparte espressioni offensive (nella specie, definendo la sua attività professionale “grossolana, grottesca, frutto di ignoranza giuridica e di cura superficiale delle questioni trattate” e tacciando, altresì, il collega di “arroganza e malafede”).

Cassazione civile sez. un., 25/06/2013, n.15873

Illecito disciplinare commesso a mezzo della stampa

Le violazioni dei precetti del codice deontologico forense commesse con l’uso della stampa si perfezionano nel momento e nel luogo di prima diffusione dello stampato; pertanto, la competenza territoriale per il procedimento disciplinare a carico di avvocato per fatto da lui commesso con l’uso della stampa spetta sia al Consiglio dell’Ordine nel cui albo il professionista è iscritto, sia a quello del luogo di prima diffusione dello stampato, che può prevalere in caso di prevenzione.

Cassazione civile sez. un., 13/11/2012, n.19705

L’antigiuridicità delle condotte pregresse

L’avvenuta abrogazione dei divieti già tipizzati nel codice deontologico non può elidere l’antigiuridicità delle condotte pregresse, secondo la regola della retroattività degli effetti derivanti dall’abolitio criminis e dell’applicazione del principio del favor rei ai procedimenti in corso.

In tema di responsabilità disciplinare, infatti, l’illecito è riconducibile al genus degli illeciti amministrativi per i quali – in difetto dell’eadem ratio – non trova applicazione in via analogica il principio del favor rei sancito dall’art. 2 c.p., bensì quello del tempus regit actum (nella specie, un avvocato era stato sanzionato disciplinarmente per costituzione di una società di fatto e per violazione del divieto di patto di quota lite per aver commesso le infrazioni antecedentemente all’entrata in vigore del d.l. n. 223/06 convertito con legge n. 248/2006).

Cassazione civile sez. un., 10/08/2012, n.14374

Violazione dei doveri di correttezza, lealtà e colleganza

Costituisce violazione dei doveri di correttezza, lealtà e colleganza, che sono ricompresi nel più ampio precetto di cui all’art. 38, primo comma, r. dl. n. 1578 del 1933, e specificamente disciplinati dagli artt. 6 e 22 del codice deontologico, la condotta dell’avvocato che induce il collega in errore con l’omissione voluta di una circostanza decisiva (nella specie, la falsa attestazione di detenere tre libretti al portatore recanti somme e che rappresentavano il credito litigioso ed erano vincolati all’esito della causa o della transazione), ritardando la realizzazione del diritto altrui facendo divenire il collega di controparte strumento inconsapevole della realizzazione del suo disegno dilatorio.

Cassazione civile sez. un., 17/01/2012, n.529

Audizione di futuro teste presso lo studio professionale

Costituisce violazione deontologica di rilevanza disciplinare ai sensi dell’art. 52 del codice deontologico forense, l’audizione di un futuro teste, da parte di un legale presso il suo studio, alla presenza di collaboratori del professionista, trattandosi di una condotta non rivolta allo svolgimento della legittima attività di valutazione della rilevanza defensionale delle informazioni in possesso del teste, da svolgersi con adeguate garanzie di riservatezza, ma di un’audizione svolta esclusivamente al fine di precostituirsi prove testimoniali sull’oggetto del colloquio, condotto deliberatamente alla presenza di terzi, in modo da potersene avvalere per contestare la non veridicità della successiva deposizione resa davanti al giudice.

Cassazione civile sez. un., 27/10/2011, n.22380

Procedimento disciplinare riguardante gli avvocati

In tema di procedimento disciplinare riguardante gli avvocati, integra gli estremi dell’illecito disciplinare, per violazione dell’art. 45 del codice deontologico forense, la pattuizione di un compenso aggiuntivo economicamente rilevante per l’esito favorevole di una causa di risarcimento danni, che si traduca in un’ingiustificata falcidia, a favore del difensore, dei vantaggi economici derivanti dalla vittoria della lite, perché a tanto osta il divieto del patto di quota lite (secondo la previgente formulazione dell’art. 45 cit., applicabile ratione temporis), che non può essere dissimulato dalla previsione di un palmario per l’esito favorevole della lite.

Cassazione civile sez. un., 19/10/2011, n.21585

Responsabilità disciplinare

La pendenza della causa tra professionisti in ordine ai compensi professionali vantati da un avvocato nei confronti di altro avvocato non consente di considerare di per sé disciplinarmente rilevante il comportamento pretesamente inadempiente di questo; né, al fine, sussiste pregiudizialità tra la detta causa ed il procedimento disciplinare per pretesa violazione dell’art. 30 del codice deontologico forense.

Cassazione civile sez. un., 08/08/2011, n.17077

Difensore di fiducia in un processo penale

In sede di procedimento disciplinare a carico degli avvocati, il Consiglio nazionale forense non è vincolato alla definizione dell’illecito quale scaturisce dal testo delle disposizioni del codice deontologico forense, avendo queste ultime natura di fonti solo integrative dei precetti normativi; ne consegue che non costituisce violazione del mandato professionale (art. 38 del codice), né dei doveri di correttezza, fedeltà e diligenza (art. 6, 7 e 8 del codice), il comportamento dell’avvocato che, nominato difensore di fiducia in un processo penale, manchi di trasmettere all’Autorità giudiziaria la comunicazione della sua assenza da un’udienza dibattimentale, poiché tale comportamento, per la sua episodicità, non è riconducibile ad un contegno abdicativo del difensore né, tantomeno, ad un abbandono della difesa.

Cassazione civile sez. un., 13/06/2011, n.12903

Mancata risposta dell’avvocato

Non costituisce l’illecito disciplinare sanzionato dal secondo capoverso dell’art. 24 del codice deontologico forense la mancata risposta dell’avvocato alla richiesta del Consiglio dell’ordine di chiarimenti, notizie o adempimenti in relazione a un esposto presentato, per fatti disciplinarmente rilevanti, nei confronti dello stesso iscritto.

Cassazione civile sez. un., 28/02/2011, n.4773



7 Commenti

  1. Cosa rischia l’avvocato che non restituisce i documenti al cliente?Che fare se l’avvocato non restituisce la documentazione al cliente?

    1. L’avvocato che non consegna la documentazione al cliente facendogli scadere i termini sarà personalmente responsabile su tre profili:
      su un piano deontologico, rischiando una sanzione da parte del proprio ordine professionale;
      su un piano civile, dovendo eventualmente risarcire il danno procurato all’assistito (si pensi al cliente che, per effetto del ritardo dell’avvocato, sia scaduto dai termini per difendersi);
      su un piano penale, per il reato di appropriazione indebita.

    2. Che fare se l’avvocato non restituire la documentazione al cliente?
      La violazione della regola deontologica può essere “comunicata” al Consiglio dell’Ordine degli avvocati ove è iscritto il legale scorretto. Ciò determinerà l’avvio di un procedimento disciplinare con l’applicazione di una sanzione: la cosiddetta “censura”. Si tratta di una sanzione piuttosto blanda, che non comporta alcun vantaggio materiale per il cliente se non la soddisfazione per la punizione inflitta all’avvocato.Esiste, però, una tutela più incisiva nei confronti dell’avvocato che non restituisce al cliente i documenti di sua proprietà: la denuncia per appropriazione indebita. È quanto chiarito dalla Cassazione. La pronuncia, se anche riferita al caso di un amministratore di condominio, può essere estesa a qualsiasi professionista.Si parlerà, in questo caso, di appropriazione indebita aggravata dall’abuso di prestazione d’opera. Il che lo rende un reato procedibile d’ufficio.Prima di procedere alla denuncia è, però, necessario inviare all’avvocato una diffida con l’espressa richiesta di restituzione dei documenti (bisognerà farlo con raccomanda a.r. o con una Pec, posta elettronica certificata).

    1. Per poter agire in giudizio in nome e per conto del proprio assistito, l’avvocato deve farsi rilasciare da questi una procura a margine dell’atto processuale. Senza tale procura, gli effetti del giudizio non possono ricadere sul cliente che, giustamente, non ha conferito alcuna delega al professionista. Quindi, tanto per fare un esempio, se l’avvocato perde una causa, ma la procura è falsa o non è mai stata rilasciata, l’assistito non ne subisce gli effetti negativi. Spetterà all’avvocato pagare le spese processuali.La Cassazione ha, di recente, detto che, nel caso in cui l’avvocato firmi la procura per conto del cliente commette reato, quello di «falso ideologico», e pertanto può essere denunciato dal suo assistito entro 3 mesi da quando ha scoperto l’illecito. La condanna è inflitta a prescindere del rapporto professionale abituale e stabile in essere tra il legale e le clienti.L’avvocato poi può essere denunciato al consiglio dell’ordine per illecito disciplinare che ne disporrà le sanzioni. Infine, se il cliente ha subìto dei danni, dimostrando gli stessi potrà ottenere anche il risarcimento tramite un giudizio civile.

  2. Cosa fare se l’avvocato non informa il cliente sull’andamento della causa, su eventuali offerte transattive presentate dalla controparte, sulla possibilità di fare appello contro una sentenza negativa, su strategie alternative che consentano di ottenere lo stesso risultato in tempi più brevi?

    1. La trasparenza e la correttezza rientrano nei doveri di «buona fede» che il codice civile impone nell’esecuzione di qualsiasi contratto; tuttavia, per i legali, gli obblighi sono molto più pregnanti e severi. Non poche volte la giurisprudenza ha condannato l’avvocato che non informa il cliente in merito a fatti rilevanti inerenti al mandato ricevuto.L’obbligo informativo scaturisce non solo dal codice deontologico (ragione per cui la sua violazione implica una responsabilità disciplinare) ma anche dal codice civile. Pertanto l’avvocato poco trasparente non solo sarà sanzionato dall’ordine di competenza, ma può essere anche citato dal cliente in una causa di risarcimento del danno. Ecco alcuni esempi di responsabilità del legale:
      l’avvocato perde la causa ma non avvisa il cliente della possibilità di un appello potenzialmente favorevole;
      l’avvocato riceve dalla controparte una offerta di bonario componimento ma dimentica di informare di ciò il proprio cliente, facendo così proseguire la causa;
      l’avvocato non informa il cliente della possibilità di accedere al gratuito patrocinio, facendogli così pagare la propria parcella;
      l’avvocato non informa il cliente di un possibile esito sfavorevole della causa;
      l’avvocato non comunica al cliente la sentenza non appena uscita per nascondergli la sconfitta;
      l’avvocato accetta il mandato dal cliente ma non gli dice che la causa ha scarse possibilità di successo. Difatti, qualora il difensore si accorga della infondatezza della pretesa o delle ragioni vantate dal cliente, deve dargliene comunicazione divenendo egli, in difetto, responsabile (dovrà quindi rimborsargli le spese processuali);
      l’avvocato non comunica di aver rinunciato al mandato o di aver abbandonato la causa;
      l’avvocato, anche dopo la morte del cliente, prosegue la causa senza dire nulla agli eredi.

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