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Coronavirus: quanto possono reggere le Borse

9 Marzo 2020 | Autore:
Coronavirus: quanto possono reggere le Borse

I fattori che possono far capire il crollo definitivo dei mercati finanziari a livello globale. Dalle vendite forzate alla mancanza di liquidità.

Da quando è iniziata l’emergenza coronavirus, sentiamo arrivare ogni giorno dei «bollettini di guerra» dai mercati finanziari. Perdite a raffica che non fanno ben sperare, in un momento in cui anche la cosiddetta «economia reale», cioè quella che i cittadini toccano quotidianamente con mano, dà dei forti segnali di sofferenza. Quanto possono reggere le Borse? E quali sono gli indicatori che possono mostrare l’avvicinarsi del tracollo?

Come fa notare questa mattina il quotidiano Il Sole 24Ore, sono quattro i fattori da tenere sotto controllo. Il primo, è quello della sostenibilità. Il debito delle aziende, favorito negli anni scorsi dal facile ricorso alla liquidità, è arrivato a oltre 74milia miliardi di dollari, cioè al 94% del Pil. Per mantenere sostenibile questa situazione, sono necessari tassi bassi, profitti aziendali adeguati e fiducia sui mercati. Serve, quindi, che le imprese continuino a ricevere del denaro quando scadono i debiti giungono a scadenza.

Il coronavirus, però, potrebbe essere un importante ostacolo. Il debito si concentra soprattutto su alcuni settori, come i ciclici, l’energia e le vendite al dettaglio. Il dubbio che assale è questo: quanto manca perché un’emergenza transitoria diventi una crisi sistemica? Secondo alcuni esperti, il virus non ha ancora avuto effetti tali da creare una crisi allargata del debito aziendale. Anche perché tassi bassi e liquidità elevata aiutano le imprese a mantenere l’equilibrio finanziario. Ma più sarà lunga l’emergenza coronavirus, più sarà vicino il punto di rottura.

C’è, poi, il rischio di mancanza di liquidità. Se le imprese super-indebitate vanno in crisi – osserva ancora il quotidiano di Confindustria – con loro soffrono i soggetti che quei 74mila miliardi li hanno prestati: banche e fondi d’investimento. Il problema più urgente è più sui fondi, dato che sono loro a finanziare maggiormente le imprese.

Il rischio maggiore, perché può colpire in maniera fulminante, deriva dallo «sfasamento» della liquidità: da un lato fondi ed Etf garantiscono ai clienti di poter disinvestire in qualunque momento, ma dall’altro investono i soldi in mercati illiquidi. Questo significa che è difficile vendere titoli, perché – per vari motivi regolamentari – non c’è più nessuno che garantisca la liquidabilità. Problema che si pone, soprattutto, per chi investe nei mercati di nicchia.

Terzo elemento: le vendite forzate. Fino al 19 febbraio, i mercati globali non mostravano del segnali evidenti di paura. Solo tre settimane più tardi, è stato raggiunto il livello massimo mai toccato dai tempi del crack di Lehman. Se può sembrare ovvio che l’indice di volatilità salga quando aumenta il panico sui mercati, meno noto è il fatto che questo indice possa a sua volta far scattare vendite forzate.

Il motivo è tecnico: dato che i trader algoritmici e molte strategie d’investimento usano l’indice di volatilità come parametro per stabilire quanto rischio c’è sui mercati, quando l’indice Vix che misura l’umore delle Borse è basso comprano azioni e quando sale le vendono. In sostanza: il violento aumento di questo indice sta causando vendite automatiche da parte degli algoritmi.

L’ultimo aspetto da tenere in considerazione riguarda il mercato petrolifero. Il crollo dei consumi in Cina e la prospettiva di un blocco delle attività produttive in tutti i Paesi colpiti dal virus ha avuto ripercussioni sulla domanda di greggio, il cui prezzo è caduto di oltre il 30% da inizio anno. Un ribasso amplificato dallo scontro tra i Paesi produttori al vertice Opec+ di venerdì che di fatto ha sbarrato la strada a possibili tagli alla produzione necessari a sostenere il prezzo del barile. Le implicazioni di un crollo tanto repentino sono diverse. La più immediata è una speculazione finanziaria sui Paesi esportatori e sulle azioni e il debito delle società del comparto.



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