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Le prove per denunciare di lavorare in nero

9 Marzo 2020
Le prove per denunciare di lavorare in nero

Lavoro in nero non pagato: cosa fare; come farsi pagare lo stipendio in caso di rapporto di lavoro non dichiarato. 

Da qualche mese stai lavorando per un’azienda che, però, non ti ha mai regolarizzato. Ricevi la busta paga in contanti, senza il cedolino come tutti gli altri dipendenti. Insomma, si tratta di lavoro in nero. Ora, il tuo capo non ti sta pagando lo stipendio da ben due mesi e ti chiedi come comportarti. Cosa fare se non hai un contratto o un altro documento da cui si evinca l’esistenza di un rapporto di lavoro?

Il tuo avvocato ti ha detto che, per chiedere in tribunale un banale decreto ingiuntivo, è necessaria una prova scritta, che appunto non hai. Stando così le cose, non ti resta che avviare prima una causa di accertamento del lavoro in nero e, contestualmente, chiedere il pagamento degli arretrati.

Di qui una serie di domande: conviene? Quanto tempo bisogna aspettare? E soprattutto quali sono le prove per denunciare di lavorare in nero? Insomma, cosa fare in caso di lavoro in nero non pagato?

Ci sono numerose sentenze che affrontano questo tema. Ecco alcuni suggerimenti pratici che potrai sfruttare per tutelare i tuoi diritti e recuperare i crediti che ti sono dovuti.

Lavoro in nero: posso fare causa?

Prima di elencare le prove per denunciare di lavorare in nero, bisogna innanzitutto capire come muoversi. Come anticipato, non è possibile richiedere un decreto ingiuntivo: non è cioè ammessa la normale e più celere procedura di recupero crediti, destinata solo a chi è in possesso di prove scritte (quali, nel nostro caso, una lettera di assunzione, una certificazione unica, un cedolino paga, ecc.).

Bisogna allora avviare una causa di tipo ordinario nel corso della quale il dipendente avrà l’onere di dimostrare l’esistenza di un rapporto di lavoro “di fatto” ossia non contrattualizzato. Da tale prova conseguiranno poi tutti i diritti di norma riconosciuti ai lavoratori regolarmente assunti: la retribuzione, gli straordinari, le ferie, i contributi, il Tfr, ecc.

Il dipendente deve, quindi, munirsi di un avvocato che depositerà in tribunale un regolare ricorso.

Il termine per agire è molto ampio: si ha fino a cinque anni di tempo dalla cessazione del rapporto di lavoro per avviare il processo.

Esistono comunque numerose alternative alla causa. Si può, ad esempio, tentare una conciliazione presso un sindacato o, con esiti sicuramente più proficui, dinanzi all’Ufficio Territoriale del Lavoro. Dinanzi a quest’organismo, il lavoratore – anche senza difesa di un avvocato – può presentarsi per denunciare il lavoro in nero. Dovrà bussare alla porta dell’Ispettore competente per le cosiddette «conciliazioni monocratiche». Lì dovrà denunciare il rapporto irregolare. L’ufficio procederà a convocare le parti per tentare una conciliazione e, in caso di esito infruttuoso, farà scattare le sanzioni per l’azienda (sanzioni particolarmente salate).

Sempre all’Ufficio Territoriale del Lavoro ci si può rivolgere per una normale conciliazione, innanzi ai rappresentanti sindacali delle due parti. La conciliazione, però, non è né condizione per procedere in giudizio, né presupposto per irrogare eventuali sanzioni. È, insomma, solo un tentativo per far “ragionare” la controparte.

Entrambe le procedure da ultimo analizzate sono del tutto gratuite.

Le prove che si possono usare per denunciare il lavoro in nero

Per recuperare lo stipendio dinanzi al tribunale, servono – come è giusto che sia – le prove del lavoro in nero. Nient’altro. Dinanzi, infatti, alla dimostrazione di un rapporto irregolare, spetterà poi al datore di lavoro dimostrare di aver retribuito regolarmente il proprio collaboratore. Ma siccome, in questi casi, lo stipendio viene pagato sempre in contanti, senza ricevute, la controprova sarà difficile. Ecco perché il lavoratore si tutela fornendo al tribunale la prova di aver svolto le mansioni lavorative.

In cosa consiste questa prova?

Il Codice di procedura civile elenca le “prove tipiche”, ossia quelle che sono ammesse nei tribunali. Oltre alle prove scritte ci sono anche quelle orali, come la testimonianza e la confessione della controparte. Poi, ci sono le prove “atipiche”, quelle cioè non menzionate dal Codice ma comunque ammesse. È, ad esempio, una registrazione video o audio in cui si dimostra il rapporto di lavoro.

Un lavoratore in nero può, quindi, dimostrare di svolgere o aver svolto attività alle dipendenze di una ditta nei seguenti modi (tanto per fare qualche esempio):

  • chiamando a testimoniare i clienti o i fornitori che lo abbiano visto svolgere le proprie mansioni in determinate fasce orarie sempre uguali;
  • chiamando a testimoniare i propri parenti o amici, che lo abbiano accompagnato sul posto di lavoro e venuto a prendere, così dimostrando i giorni e gli orari coperti;
  • producendo scambi di email e messaggi sul cellulare, da cui si evincono gli ordini impartiti dal datore di lavoro;
  • allegando fotografie o registrazioni video effettuate durante le proprie mansioni. A riguardo, la Cassazione ha ritenuto lecita la ripresa fatta dalla colf, all’interno della casa altrui, in cui si immortala mentre svolge le attività domestiche.

Il dipendente ha anche la possibilità di dimostrare il lavoro straordinario, dando prova di aver prestato la propria attività anche al di fuori degli orari previsti dal Ccnl.

La prova delle foto e dei selfie

Una interessante sentenza del tribunale di Ferrara [1] ha stabilito che i selfie del pizzaiolo con l’orologio alle spalle sono sufficienti a inchiodare il datore di lavoro che non lo ha regolarmente assunto. Infatti, se è vero che i selfie non dimostrano l’orario preciso di lavoro, di sicuro accertano la presenza del pizzaiolo alla sua postazione, in un periodo in cui nessun contratto di lavoro era stato stipulato.

A nulla è valsa la difesa della titolare, la quale ha provato a sostenere che nessuna delle fotografie ritraeva il pizzaiolo al lavoro. Lo stesso in alcuni selfie era infatti in abiti civili, non con la divisa, e questo avrebbe dimostrato che spesso «veniva nel locale non per lavorare, ma a titolo di amicizia», come sostenuto in sede di interrogatorio libero dalla proprietaria della pizzeria.

Di diverso avviso il giudice, per il quale al contrario «le fotografie provano molti dati di fatto». In particolare, smentiscono platealmente la regolare gestione del personale, asserita dal datore di lavoro. Nei selfie – si legge nella sentenza – «il lavoratore è in pizzeria, al suo posto di lavoro» e, in molte occasioni, è proprio l’orologio a muro a smentire la ricostruzione del datore di lavoro, segnando un orario che andava spesso oltre la mezzanotte.

Che succede dopo le prove per dimostrare il lavoro in nero?

Una volta presentate al giudice le prove del lavoro in nero, il tribunale condanna il datore di lavoro a pagare tutte le buste paga per le quali non vi sia dimostrazione dell’erogazione, dall’inizio del rapporto fino alla data della cessazione del rapporto di lavoro. Gli importi sono quelli minimi fissati dal contratto collettivo nazionale.

Nella condanna rientrano anche le ferie, i permessi, i contributi previdenziali, l’eventuale Tfr.


note

[1] Trib. Ferrara, sent. n. 4 del 7.02.2020.


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