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È legittimo il rifiuto di lavorare se manca la tutela della salute?

9 Marzo 2020
È legittimo il rifiuto di lavorare se manca la tutela della salute?

È legittimo rifiutarsi di prestare servizio se l’azienda non rispetta le norme in materia di sicurezza e tutela della salute dei dipendenti?

Il luogo di lavoro è un po’ come una seconda casa. Ragionevole, quindi, attendersi che i locali rispettino le regole sulla salute dei dipendenti. Igiene, temperatura e umidità, superfici scivolose, macchinari, spigoli e impianti elettrici: tutto deve essere a norma affinché i lavoratori non subiscano lesioni o altri pregiudizi, gravi o lievi che siano. Che succede, però, se il datore di lavoro non ottempera a queste basilari norme di sicurezza? È legittimo il rifiuto di lavorare se manca la tutela della salute? Il dipendente può restare a casa se si accorge, ad esempio, che le superfici non sono igienizzate e protette contro il rischio di infezioni? Se i colleghi di lavoro fumano e il datore non fa rispettare il divieto nei locali chiusi, ci si può astenere dalle proprie mansioni? Un comportamento di questo tipo potrebbe, al contrario, configurarsi come insubordinazione e motivo di licenziamento?

Ci sono numerose pronunce della giurisprudenza che ritengono fondato il rifiuto di lavorare se manca la tutela della salute. A riprova di ciò vi è una lampante considerazione: le regole sul comporto – ossia la durata massima di assenza dal lavoro per malattia – non valgono quando l’infortunio sul lavoro o la malattia professionale sono stati causati dalla colpa del datore che non ha rispettato le norme sulla sicurezza dei luoghi di lavoro. Così, tanto per fare un esempio, se un dipendente cade su un terreno scivoloso non segnalato da avvisi e, in conseguenza di ciò, si rompe una gamba, può assentarsi dal lavoro senza limiti di tempo, senza perciò temere il licenziamento.

Cerchiamo di fare il punto della situazione.

Sicurezza sui luoghi del lavoro: obblighi del datore

In base all’art. 2087 cod. civ., il datore di lavoro deve adottare tutte le misure che, secondo la particolarità del lavoro, l’esperienza e la tecnica, sono necessarie a tutelare l’integrità fisica e la personalità morale dei lavoratori. Il che significa che la tutela della salute sui luoghi di lavoro è un suo obbligo imprescindibile.

Non esistono adempimenti “minimi”, soddisfatti i quali il datore di lavoro può ritenersi esonerato da qualsiasi responsabilità e obbligo: al contrario, egli deve fare “tutto il possibile” per evitare rischi per l’incolumità fisica dei propri lavoratori, alla luce di ciò che la situazione concreta richiede e che sia possibile fare. A prescindere dai costi che ciò comporta.

Quando, a causa del mancato rispetto della normativa sulla tutela della salute, il dipendente subisce una lesione psicofisica, questi può chiedere il risarcimento mediante il pagamento di una somma di denaro commisurata all’entità della lesione subita.

Il datore di lavoro può essere chiamato a rispondere sia del danno patrimoniale, che corrisponde a una diminuzione di ricchezza (ad esempio, la perdita di capacità reddituale patita dal lavoratore in conseguenza di un infortunio sul lavoro invalidante), sia del danno non patrimoniale, che coinvolge la sfera non reddituale del soggetto danneggiato (ad esempio l’integrità psico-fisica o la qualità della vita).

Rifiuto prestazione lavorativa se mancano le regole sulla sicurezza

Il dipendente non può, in generale, rifiutarsi di prestare la propria attività lavorativa anche quando ritenga che il comportamento del datore sia illegittimo: un comportamento del genere sarebbe classificabile come insubordinazione e, quindi, passibile di licenziamento. Pertanto, in presenza di una situazione illegittima – si pensi a un trasferimento di sede non giustificato da ragioni di produzione e organizzazione, al diniego di ferie e permessi – il lavoratore non può quindi “farsi giustizia da se”, ma può ricorrere al giudice: solo il tribunale è infatti autorizzato ad annullare il provvedimento aziendale contrario alla legge. Dopo la sentenza, il dipendente è finalmente legittimato a non rispettare l’ordine ricevuto dal vertice.

Tuttavia, laddove l’ordine del datore sia contrario ai principi di buona fede e correttezza, il rifiuto del dipendente di prestare l’attività lavorativa si ritiene legittimo. Si pensi al datore di lavoro che imponga un trasferimento a un lavoratore beneficiario della legge 104 che debba badare alle cure di un familiare malato e anziano; oppure alla missione affidata a una donna con un gravidanza a rischio; o ancora a un ordine di servizio impartito a un dipendente che, per ragioni personali di salute, non possa svolgere determinate mansioni (ad esempio, sollevamento pesi).

In sintesi, il lavoratore adibito a mansioni che ritenga incompatibili con il proprio stato di salute può chiedere la destinazione a compiti più adeguati. Può, tuttavia, rifiutarsi di lavorare solo se ricorre una di queste due situazioni:

  • ha ottenuto prima l’avallo del giudice a seguito di un ricorso contro l’ordine illegittimo dell’azienda (bisogna cioè avviare una causa contro il datore di lavoro);
  • oppure quando l’inadempimento del datore di lavoro sia totale oppure sia talmente grave da pregiudicare irrimediabilmente le esigenze vitali del lavoratore [1].

Applicando quest’ultimo principio la giurisprudenza ha ritenuto  legittimo il rifiuto di lavorare se manca la tutela della salute. Facciamo qualche caso pratico:

  • è illegittimo il licenziamento intimato a un lavoratore che abbia rifiutato di lavorare secondo nuovi orari quando detto rifiuto, lungi dall’essere frutto di una scelta unilaterale ed arbitraria, è legittimato da certificate esigenze di tutela della salute [2];
  • il lavoratore che ritenga di essere stato assegnato a mansioni incompatibili con il suo stato di salute può chiedere la riconduzione a mansioni compatibili, ma non può rifiutarsi di essere sottoposto a legittimi controlli medici, così esponendo il datore di lavoro a pericolo di responsabilità ai sensi dell’art. 2087 c.c. Il rifiuto dà facoltà al datore di lavoro di sospendere la prestazione retributiva [3];
  • è legittimo il comportamento del lavoratore che rifiuta la prestazione lavorativa a causa delle condizioni di insalubrità e pericolosità per la salute esistenti nel luogo di lavoro;
  • nel caso in cui il datore di lavoro non adotti tutte le misure necessarie a tutelare l’integrità fisica e le condizioni di salute dei prestatori di lavoro, il lavoratore ha — in linea di principio — la facoltà di astenersi dalle specifiche prestazioni la cui esecuzione possa arrecare pregiudizio alla sua salute, essendo coinvolto un diritto fondamentale protetto dalla Costituzione [5];
  • il rifiuto del lavoratore allo svolgimento della prestazione lavorativa a cui è tenuto a fronte di inadempimenti del datore di lavoro lesivi di diritti fondamentali è consentito ove venga in rilievo un diritto proprio del lavoratore od altrui purché, nel primo caso, il comportamento del prestatore sia idoneo ed adeguato ad impedire la lesione — non altrimenti evitabile ovvero evitabile in modo eccessivamente oneroso — del diritto oggettivamente minacciato e, nel secondo, la minaccia, avente ad oggetto un’offesa ingiusta, abbia i caratteri della concretezza e dell’attualità e il titolare del diritto inviolabile non abbia prestato, nei limiti della disponibilità del diritto, il proprio libero e legittimo consenso, anche in via implicita, a tale situazione [6].

note

[1] Cass. sent. n. 831/2016.

[2] Cass. sent. n. 19579/2019.

[3] Cass. sent. n. 8300/2015.

[4] Cass. sent. n. 11664/2006.

[5] Cass. sent. n. 14375/2012.

[6] Cass. sent. n. 5924/2011.


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