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Insubordinazione al datore di lavoro e licenziamento: ultime sentenze

10 Marzo 2020
Insubordinazione al datore di lavoro e licenziamento: ultime sentenze

Quando c’è giusta causa di licenziamento per mancata obbedienza agli ordini del capo.

Tra gli obblighi del lavoratore dipendente vi è quello dell’obbedienza e della fedeltà. Si tratta di due aspetti fondamentali del lavoro subordinato, tanto fondamentali che servono a distinguerlo dal rapporto parasubordinato e autonomo. 

L’obbedienza implica il rispetto degli ordini e direttive impartiti dal datore di lavoro. Il mancato rispetto potrebbe, nei casi più gravi, comportare il licenziamento. In questo articolo ci occuperemo di indicare le ultime sentenze in materia di insubordinazione al datore di lavoro e licenziamento. Ecco dunque cosa ne pensa la giurisprudenza e cosa si può considerare, in senso stretto, come “insubordinazione”. 

Cosa si intende per insubordinazione al datore di lavoro? 

La nozione di insubordinazione non può essere limitata al rifiuto di adempimento delle disposizioni dei superiori e dunque ancorata, attraverso una lettura letterale, alla violazione dell’articolo 2104, comma 2, c.c., ma implica necessariamente anche qualsiasi altro comportamento atto a pregiudicare l’esecuzione ed il corretto svolgimento di dette disposizioni nel quadro dell’organizzazione aziendale.

Corte di Cassazione, sezione Lavoro, ordinanza 11 febbraio 2020 n. 3277

La nozione di insubordinazione, nell’ambito del rapporto di lavoro subordinato, non può essere limitata al rifiuto di adempimento delle disposizioni dei superiori, ma implica necessariamente anche qualsiasi altro comportamento atto a pregiudicare l’esecuzione ed il corretto svolgimento di dette disposizioni nel quadro della organizzazione aziendale. (In applicazione di tale principio, la S.C. ha ritenuto atto di insubordinazione, suscettibile di legittimare il licenziamento, l’ingerenza indebita della lavoratrice nell’organizzazione aziendale, manifestatasi nell’imposizione ai dipendenti di direttive, non discusse né concordate con la direzione aziendale, con modalità comportamentali dirette a contestare pubblicamente il potere direttivo del datore di lavoro).

Corte di Cassazione, sezione Lavoro, sentenza 27 marzo 2017 n. 7795

Il dovere di obbedienza del lavoratore subordinato al datore di lavoro o a chi lo rappresenta (art. 2104, 2° co., c.c.) va inteso non come soggezione personale del lavoratore all’imprenditore, bensì in un significato funzionale unicamente ad una corretta e regolare esecuzione della prestazione: di talché le parole o la condotta del lavoratore oggettivamente offensive nei confronti del datore possono non costituire insubordinazione allorché costituiscano la diretta ed immediata conseguenza di gratuiti comportamenti ingiuriosi dello stesso datore o di palesi e gravi violazioni dei suoi obblighi contrattuali.

Tribunale Torino sez. lav., 04/02/2019, n.217

Abbandono del posto di lavoro: è insubordinazione?

In tema di licenziamento disciplinare, l’insubordinazione può risultare da una somma di diverse condotte, e non necessariamente da un singolo episodio, tali da integrare una giusta causa di licenziamento, poichè il comportamento reiteratamente inadempiente posto in essere dal lavoratore – come l’uscita dal lavoro in anticipo e la mancata osservanza delle disposizioni datoriali e delle prerogative gerarchiche – è contraddistinto da un costante e generale atteggiamento di sfida e di disprezzo nei confronti dei vari superiori gerarchici e della disciplina aziendale tale da far venir meno il permanere dell’indispensabile elemento fiduciario. (Nella specie, la S.C. ha ritenuto legittimo il licenziamento del lavoratore che aveva abbandonato in plurime occasioni il proprio posto di lavoro prima della fine del turno, invocando un diritto al “tempo tuta”, e si era rifiutato di riprendere il lavoro, pur espressamente invitato a farlo, rivolgendo minacce al capo reparto).

È licenziabile per “insubordinazione” il dipendente che per otto volte nel giro di poco più di un mese interrompe il lavoro 10 minuti prima della fine del turno, attribuendosi un “tempo tuta” non previsto dal contratto, nonostante i ripetuti ammonimenti da parte dell’azienda. A stabilirlo è la Cassazione che ha respinto il ricorso del lavoratore licenziato, un addetto al magazzino di una industria grafica campana, nonché rappresentante sindacale dell’azienda, che si era battuto affinché il tempo necessario alla vestizione non venisse retribuito come “straordinario”. Non si sono mostrati dello stesso avviso però i giudici, di merito e di legittimità, per i quali si è trattato dì reiterato abbandono del posto di lavoro prima del turno, commesso da un rappresentante sindacale il cui comportamento, vista la qualifica rivestita, “poteva assurgere per gli altri dipendenti a modello diseducativo e disincentivante dal rispetto degli obblighi”.

Il comportamento reiteratamente inadempiente del lavoratore – come l’abbandono per un’ora e mezzo del posto di lavoro, l’uscita dal lavoro in anticipo e la mancata osservanza delle disposizioni datoriali e delle prerogative gerarchiche – è contraddistinto da un costante e generale atteggiamento di sfida e di disprezzo nei confronti dei vari superiori gerarchici e della disciplina aziendale tale da far venir meno il permanere dell’indispensabile elemento fiduciario. In questo contesto l’insubordinazione si rende evidente dalla somma di tutti i comportamenti che possono essere tali da integrare una giusta causa di licenziamento.

Corte di Cassazione, sezione Lavoro, sentenza 13 settembre 2018 n. 22382

Costituisce grave insubordinazione, come tale passibile del provvedimento disciplinare del licenziamento per giusta causa, il comportamento del lavoratore che si rifiuti di eseguire la prestazione, ritenendola estranea alla qualifica di appartenenza. La sussistenza di un pericolo attuale e concreto per l’incolumità potrebbe legittimamente escludere la sussistenza dell’elemento soggettivo della insubordinazione, ma perché ciò avvenga, è necessario che tale predisposizione psicologica emerga al momento del fatto e sia posta a fondamento della motivazione addotta dal lavoratore al momento del rifiuto. E’ emerso come il rifiuto fosse fondato ab origine esclusivamente sull’assunto che la prestazione richiesta non rientrasse nelle mansioni del dipendente e che costui, addirittura, non fosse ascensorista. Circostanza quest’ultima del tutto smentita dalla produzione di regolare patentino.

Corte appello Roma sez. lav., 20/02/2018, n.777

La critica al datore di lavoro è insubordinazione?

L’insubordinazione come giusta causa di licenziamento del lavoratore presuppone il dolo, ossia la volontà e la consapevolezza di quest’ultimo di opporsi con fermezza e violenza a un ordine del proprio superiore; circostanze che non ricorrono quando l’invettiva del dipendente è soltanto una reazione, anche se non immediata e contestuale, alla provocazione di un superiore o quando maturi in un contesto di tensioni esistente all’interno dell’azienda determinante l’esasperazione del lavoratore.

Corte di Cassazione, sezioneLavoro, sentenza 23 dicembre 2016 n. 26930 

L’arrogante contestazione della figura gerarchica costituisce, da parte del lavoratore, grave mancanza di rispetto del datore di lavoro e rappresenta un atto di insubordinazione; la richiesta di svolgimento di mansioni meno qualificate può consentire al lavoratore di richiedere giudizialmente la riconduzione della prestazione nell’ambito della qualifica di appartenenza, ma non lo autorizza a rifiutarsi di eseguire quanto richiestogli poiché egli è tenuto ad osservare le disposizioni impartite dall’imprenditore per l’esecuzione del lavoro, potendo, tuttalpiù richiedere giudizialmente la riconduzione della prestazione nell’ambito della qualifica di appartenenza. La giusta causa di licenziamento è nozione legale ed il giudice non può ritenersi vincolato dalle previsioni dettate al riguardo dal contratto collettivo.

Tribunale Torino, 12/05/2017

Legittimo il rifiuto del lavoratore a svolgere compiti aggiuntivi, incompatibili e gravosi

In tema di licenziamento disciplinare, il rifiuto opposto dal lavoratore alla richiesta, avanzata dal datore, di svolgimento di compiti aggiuntivi, incompatibili con l’adibizione costante del prestatore ad un impegno lavorativo gravoso nonché ostativi al recupero delle energie psicofisiche ed alla cura degli interessi familiari del medesimo, è legittimo, sicché va esclusa una condotta di insubordinazione, non essendo i provvedimenti datoriali assistiti da una presunzione di legittimità che ne imponga l’ottemperanza fino a contrario accertamento in giudizio. (Nella specie, la S.C. ha ritenuto legittimo il rifiuto di una guardia giurata – con turni quotidiani di lavoro, mantenuti nel tempo pur in assenza di comprovate esigenze aziendali, con orario dalle 23,55 alle 6.00 e dalle 16.00 alle 22.00 – di eseguire, al di fuori dell’orario di lavoro ordinario, il compito aggiuntivo di riscossione delle fatture).

Cassazione civile sez. lav., 17/05/2018, n.12094

Insubordinazione nel pubblico impiego 

Trova applicazione anche nel rapporto di pubblico impiego privatizzato, in ragione del rinvio operato dall’art. 2, comma 2, d.lgs. n. 165/2001, il principio secondo il quale la nozione di insubordinazione non può essere limitata al rifiuto di adempimento alle disposizioni dei superiori, ma implica necessariamente anche qualsiasi altro comportamento atto a pregiudicare l’esecuzione ed il corretto svolgimento di dette disposizioni nel quadro dell’organizzazione datoriale.

Nel rapporto di pubblico impiego privatizzato, cui si applicano, in ragione del rinvio operato dall’art. 2, comma 2, del d.lgs. n. 165 del 2001, i princìpi sui rapporti di lavoro subordinato nell’impresa, la nozione di insubordinazione non è limitata al rifiuto di adempimento delle disposizioni dei superiori, ma comprende qualsiasi altro comportamento atto a pregiudicare l’esecuzione e il corretto svolgimento di dette disposizioni nel quadro dell’organizzazione datoriale, senza che il lavoratore possa, fuori dei casi di inadempimento totale del datore di lavoro e in mancanza di un eventuale avallo giudiziario, conseguibile anche in via d’urgenza, rifiutarsi di eseguire la prestazione richiesta. (Nella specie, la S.C. ha censurato la sentenza impugnata, che aveva ritenuto legittimo il comportamento del comandante della polizia municipale di un comune che, a fronte di ordini di servizio relativi al controllo del traffico emanati dal segretario comunale, non vi aveva ottemperato e ne aveva anzi adottati altri contrastanti, sul presupposto che in base al regolamento municipale il segretario comunale potesse impartire soltanto direttive di massima e non disposizioni specifiche, riservate alla sua competenza).

Cassazione civile sez. lav., 19/04/2018, n.9736

Insubordinazione: c’è licenziamento?

In tema di licenziamento disciplinare, qualora il fatto accertato rientri fra le condotte punibili con una sanzione conservativa sulla base delle previsioni dei contratti collettivi ovvero dei codici disciplinari applicabili, è corretta l’individuazione del regime sanzionatorio nel comma 4 dell’art. 18 st.lav., come modificato dalla l. n. 92 del 2012. (Nella specie, è stata esclusa la prova della condotta di appropriazione indebita di merce e la contestata insubordinazione è stata derubricata in “esecuzione con negligenza del lavoro affidato”, fattispecie sanzionata con la multa dall’art. 215 del c.c.n.l. terziario).

Cassazione civile sez. VI, 17/10/2018, n.25949

Insubordinazione e minaccia: giustificano il licenziamento

In materia di licenziamento, a norma del contratto collettivo applicabile, è consolidato il principio di autosufficienza e autonomina degli addebiti, e quindi quando una sanzione si fonda su più fatti, tutti da soli idonei a giustificarla, il fatto che essi siano accertati solo parzialmente non travolge il provvedimento disciplinare, che resta fondato sui fatti dimostrati.

Tribunale Alessandria sez. lav., 04/08/2017, n.357


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