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Acquisto di azioni in borsa: risparmiatori, attenzione ai prezzi euforici

18 Giugno 2014
Acquisto di azioni in borsa: risparmiatori, attenzione ai prezzi euforici

IPO (Initial Public Offering): regole di prudenza in caso di offerta al pubblico di titoli di una società.

In fondo resta sempre un contratto: c’è chi vende (la società che va in Borsa) e chi acquista (gli investitori) una determinata merce (le azioni). Può capitare che entrambe le parti facciano un buon affare, oppure che sia soltanto la prima (che stabilisce il prezzo, pur con l’ausilio degli analisti) a trarne i benefici. Capirlo in anticipo ovviamente non è facile, soprattutto per chi (come il risparmiatore) non ha poi molti mezzi per giudicare a parte un voluminoso e spesso poco leggibile prospetto informativo.

Ciò non toglie che esista qualche regola di base per scoprire pericolose insidie che si annidano dietro l’Ipo.

L’investitore deve in primo luogo chiedersi chi sia il venditore e, soprattutto, come e per quale motivo vende.

In Italia, visto il tipico tessuto produttivo fatto da aziende medio-piccole e talvolta a conduzione famigliare, è spesso l’imprenditore stesso che vuole aprire il campo a nuovi soci. Può farlo per cercare nuovi capitali per lo sviluppo della società, o semplicemente perché intende «far cassa»: generalizzare non è corretto, ma è evidente che in quest’ultimo caso possono sorgere pericolosi conflitti di interesse.

È quindi fondamentale considerare il tipo di operazione: un’offerta pubblica di sottoscrizione (Ops) nella quale sono collocate sul mercato azioni di nuova emissione è tendenzialmente preferibile a un’offerta pubblica di vendita (Opv), dove l’oggetto sono titoli di proprietà degli azionisti già esistenti. Il motivo è evidente: posto che ogni operazione fa sempre storia a sé, nel primo caso si raccolgono nuovi finanziamenti, da destinare allo sviluppo dell’azienda, nell’altro si tende probabilmente a fare cassa e per chi sottoscrive aumentano i rischi di rimanere potenzialmente scottati.

Il discorso può essere differente quando è lo Stato a vendere le azioni, come avverrà per Poste e Fincantieri. Anche qui la necessità di raccogliere denaro è evidente; tuttavia, spesso in queste situazioni al primo collocamento di azioni seguono tranche successive, quindi esiste tutto l’interesse affinché l’operazione sia ricordata sul mercato come un successo. Tornando al caso generale, la presenza di clausole di “lock up”, che vietano agli azionisti di riversare sul mercato ulteriori azioni per un periodo sufficientemente lungo, può invece essere garanzia di relativa stabilità dei prezzi nel lasso di tempo in questione.

Sul piano delle valutazioni il discorso è ovviamente terribilmente complicato per un semplice risparmiatore (e spesso anche per gli analisti di professione) anche se alcune società come la stessa Fineco hanno business piuttosto tradizionali e concorrenti con cui confrontare i vari indicatori i redditività.


note

Autore immagine: 123rf com


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