Diritto e Fisco | Articoli

Reagire con parolacce e insulti ai vigili è reato?

11 Marzo 2020
Reagire con parolacce e insulti ai vigili è reato?

I vigili urbani lo invitano a rallentare, lui reagisce con frasi volgari: è oltraggio a pubblico ufficiale? 

I poliziotti hanno il diritto di fermare chiunque per eseguire i normali controlli, anche se in assenza di sospette irregolarità, se non ha violato alcuna norma o se sta rispettando alla lettera il codice della strada. Possono farlo anche più volte, persino nell’arco della stessa giornata, senza che ciò possa ritenersi un abuso. Chi voglia dimostrare di essere perseguitato dalle autorità deve dimostrare non solo l’accanimento nei propri confronti ma anche che tale comportamento è mosso da un intento doloso, ossia in malafede, al solo fine di provocazione o danneggiamento.

C’è però chi perde la pazienza molto facilmente e già alla prima occasione si abbandona a offese e volgarità di ogni genere. Ebbene, reagire con parolacce e insulti ai vigili è reato? Di tanto si è occupata più volte la Cassazione, da ultimo con una sentenza abbastanza recente. Ecco qual è l’opinione dei giudici supremi in merito. 

Oltraggio a pubblico ufficiale depenalizzato

C’è chi crede che l’oltraggio a pubblico ufficiale sia una condotta ormai depenalizzata. Non è così, ma una recente riforma ne ha limitato molto l’ambito, sicché oggi commettere tale reato è molto più difficile che in passato. In particolare, scatta l’illecito penale solo se sussistono i seguenti elementi:

  1. la frase deve essere offensiva e non semplice espressione del diritto di critica. Dire a un vigile: «Non hai visto bene» non è reato, ma dirgli «Sei di parte, non sei in buona fede» lo è;
  2. l’espressione deve essere proferita in luogo pubblico o aperto al pubblico: quindi bisogna essere su una strada o un parcheggio di un supermercato, in un’area di rifornimento o in un parco; invece non si commette reato se il luogo del misfatto è il cortile condominiale o le scale di casa propria;
  3. la frase deve essere potenzialmente percepibile da almeno due persone, oltre ovviamente a te e al pubblico ufficiale. Si può trattare di chiunque: un collega del poliziotto, un tuo amico che è in macchina, i passanti sul marciapiede che possono sentire la frase, ecc.;
  4. l’offesa deve essere proferita quando il pubblico ufficiale è nell’esercizio delle proprie funzioni e, inoltre, proprio a causa di ciò. Facciamo un esempio pratico in merito a quest’ultimo punto.  

Marco vede un vigile che fa delle multe e si mette a ridere a causa del volto di questi: Adolfo dice che il poliziotto assomiglia a un bradipo. Marco non commette oltraggio perché, se anche è vero che il vigile sta svolgendo le sue funzioni, non è per questo che viene deriso.

Aldo vede un medico del pronto soccorso che cammina lentamente e, nel rivolgersi ad altre persone presenti nello stesso corridoio, lo insulta dicendo che è uno scansafatiche, che con tutta la gente che c’è in attesa di soccorso, il sanitario è indifferente a tanta sofferenza. Aldo commette il reato in commento.

Insulti non perseguibili

L’aspetto probabilmente più problematico dell’oltraggio a pubblico ufficiale è la valutazione delle frasi e della loro portata offensiva. Questo perché il gergo di tutti i giorni ci ha abituato ad espressioni forti, spesso contrarie alla normale educazione, ma ormai entrate nel lessico sociale. Le stesse parolacce vengono ormai tollerate anche in televisione. Ed allora, apostrofare come “deficiente” un vigile può considerarsi un oltraggio? Chi dice “che ca… vuoi?” al poliziotto commette reato?

La Cassazione, sul punto, dimostra di non dare tanto peso al senso letterale delle parole quanto all’intenzione di chi le proferisce. L’oltraggio a pubblico ufficiale è un reato rivolto a tutelare il «decoro della divisa» e l’immagine che delle autorità ha la collettività. Chi discredita il pubblico ufficiale, prendendosi gioco di lui e non mostrando rispetto, commette quindi il reato. Al di là se la frase è ormai entrata nella convenzione. Una cosa sono i rapporti tra privati – che, in quanto tali, sono tutti alla pari – e un’altra quelli con le forze dell’ordine a cui si dive non solo obbedienza ma anche ossequio. Ossequio, si ma non per questo soggezione. Quindi si può pur sempre esercitare il proprio diritto di critica, facendo ad esempio capire all’agente che si è ingannato, che ha percepito in modo sbagliato la realtà, ma pur sempre con un linguaggio composto.

Reagire con parolacce e insulti ai vigili è reato?

Sulla scorta di tali principi la Cassazione ha confermato la condanna definitiva per un uomo le cui parole nei confronti di due agenti della polizia municipale – gli ex vigili urbani – sono state ritenute offensive. Significativo anche il contesto, cioè una piazza piena di persone che partecipano a una manifestazione religiosa.  

«Che c…o volete … Non mi rompete la m…a»: queste le parole al centro della contesa. Uno sfogo inaccettabile proprio perché rivolto a due agenti della Polizia municipale che avevano invitato l’imputato a moderare la velocità del proprio veicolo. Sacrosanto parlare di «oltraggio a pubblico ufficiale». 

Per i giudici della Cassazione, la frase pronunciata dall’uomo «è obiettivamente lesiva dell’altrui onore, rappresentando incontestabile manifestazione di disprezzo verso la persona del destinatario, indipendentemente dal ruolo sociale da questi ricoperto».

Peraltro, in questo caso «non v’è dubbio che essa sia stata rivolta agli agenti della Polizia municipale, non soltanto nell’esercizio delle loro funzioni istituzionali, ma altresì in ragione di tale loro ruolo, avendo essa rappresentato l’immediata reazione dell’uomo all’attività autoritativa da essi doverosamente esplicata e consistita nell’intimazione a rallentare la velocità di guida del suo veicolo». 

È sufficiente che le espressioni offensive possano essere udite dai presenti, poiché già questa potenzialità costituisce un aggravio psicologico che può compromettere l’attività del pubblico ufficiale, facendogli avvertire condizioni avverse, per lui e per l’amministrazione di cui fa parte, ulteriori rispetto a quelle ordinarie. Ciò significa che «è necessaria soltanto la prova della presenza di più persone e, ove questa risulti accertata, sarà sufficiente a far ritenere integrato il reato di oltraggio a pubblico ufficiale la mera possibilità della percezione dell’offesa da parte dei presenti». Nel caso di specie è stato accertato che «il fatto è avvenuto in una pubblica piazza e nel corso di una manifestazione religiosa, in presenza di una moltitudine di persone» e quindi «la prova logica della mera possibilità di percezione dell’offesa può ritenersi ampiamente soddisfatta».


note

[1] Cass. sent. n. 9200/20 del 6.03.2020.

Corte di Cassazione, sez. VI Penale, sentenza 3 – 6 marzo 2020, n. 9200

Presidente Costanzo – Relatore Rosati

Ritenuto in fatto e considerato in diritto

1. Con atto del proprio difensore, Fa. Sa. ricorre per cassazione avverso la sentenza della Corte di appello di Palermo, nella parte in cui ne ha confermato la condanna per il delitto di oltraggio a pubblico ufficiale, per avere, in luogo pubblico ed alla presenza di più persone, proferito all’indirizzo di due agenti della polizia municipale, nell’esercizio ed a causa delle loro funzioni istituzionali, la frase: «che cazzo volete, non mi rompete la minchia».

Sostiene il ricorrente che tale condotta non integri l’ipotizzato reato, in quanto: non attiene alle qualità morali delle persone esercenti l’ufficio pubblico, e perciò non ne lede l’onore; non riveste una valenza obiettivamente denigratoria della funzione svolta da costoro, e quindi non ne compromette il prestigio; non v’è prova dell’avvenuta percezione di essa da più di due persone.

2. Il motivo di ricorso è manifestamente destituito di fondamento giuridico.

2.1. La frase pronunciata dal ricorrente è obiettivamente lesiva dell’altrui onore, rappresentando incontestabile manifestazione di disprezzo verso la persona del destinatario, indipendentemente dal ruolo sociale da questi ricoperto.

Nel caso specifico, inoltre, non v’è dubbio che essa sia stata rivolta agli agenti della polizia municipale, non soltanto nell’esercizio delle loro funzioni istituzionali, ma altresì in ragione di tale loro ruolo, avendo essa rappresentato l’immediata reazione tenuta dall’imputato all’attività autoritativa da essi doverosamente esplicata e consistita nell’intimazione a rallentare la velocità di guida del suo veicolo.

Tale frase, pertanto, si presenta lesiva anche del prestigio del pubblico ufficiale, da intendersi quale rispetto e considerazione dovuti a chi eserciti legittimamente una pubblica funzione.

2.2. Ai fini della sussistenza del reato, inoltre, non è necessario che l’offesa sia stata percepita da più persone, oltre ai destinatari.

E’ sufficiente, infatti, che le espressioni offensive possano essere udite dai presenti, poiché già questa potenzialità costituisce un aggravio psicologico, che può compromettere l’attività del pubblico ufficiale, facendogli avvertire condizioni avverse, per lui e per l’amministrazione di cui fa parte, ulteriori rispetto a quelle ordinarie (Sez. 6, n. 19010 del 28/03/2017, Trombetta, Rv. 269828).

Pertanto, è necessaria soltanto la prova della presenza di più persone e, ove questa risulti accertata, sarà sufficiente a far ritenere integrato il reato la mera possibilità della percezione dell’offesa da parte dei presenti (Sez. 6, n. 29406 del 06/06/2018, Ramondo, Rv. 273466).

Nel caso specifico, è indiscusso che il fatto sia avvenuto in una pubblica piazza e nel corso di una manifestazione religiosa, in presenza di una moltitudine di persone: talché la prova logica della mera possibilità di percezione dell’offesa può ritenersi ampiamente soddisfatta.

3. Il ricorso dev’essere, pertanto, dichiarato inammissibile.

Tanto comporta obbligatoriamente – ai sensi dell’art. 616, cod. proc. pen. -la condanna del proponente alle spese del procedimento ed al pagamento di una somma in favore della Cassa delle ammende, non ravvisandosi una sua assenza di colpa nella determinazione della causa d’inammissibilità (vds. Corte Cost, sent. n. 186 del 13 giugno 2000). Detta somma, considerando la manifesta assenza di pregio degli argomenti addotti, va fissata in duemila Euro.

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di Euro duemila in favore della Cassa delle ammende.

 


1 Commento

  1. Fermo restando il fatto che per me il rispetto a un pubblico ufficiale che fa il suo lavoro è cosa dovuta e questo rispetto dovuto lo prendo molto sul serio, non sono d’accordo. Una frase volgare ma non ingiuriosa che può sfuggire in un momento di pressione non dovrebbe dare adito a pene ingenti, tanto meno penali. Nella fattispecie: in LINGUA ITALIANA: “Che c***o volete, non mi scassate la m****a è un rifiuto all’obedienza (anch’esso punibile), MA NON E’ UN INSULTO, NON E’ UN’OFFESA. In italiano significa solo “che cosa volete, lasciatemi in pace”, solo espresso in modo ben più volgare. Ma non essendo un’offesa a maggior ragione non può essere oltraggio. Le sentenze DEVONO TENERE CONTO DELLA LINGUA ITALIANA, non del percepito (dal giudice o dalla parte lesa) soggettivo valore offensivo aggiunto dalla volgarità espressiva.
    Detto questo, colgo l’occasione per dire che secondo me la legge è in generale ingiusta. L’oltraggio (quando sussiste) dovrebbe essere punito anche fortemente con pene amministrative anche in decine di migliaia di euro, ma comunque non con la reclusione.

Lascia un commento

Usa il form per discutere sul tema (max 1000 caratteri). Per richiedere una consulenza vai all’apposito modulo.

 


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA

Canale video Questa è La Legge

Segui il nostro direttore su Youtube