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Dire vergognati è reato?

11 Marzo 2020
Dire vergognati è reato?

Quando il disprezzo costituisce diffamazione o ingiuria. Il caso della critica politica. 

«Vergognati!», «Vergognatevi!». Quante volte abbiamo letto questa esclamazione nei post sui social network o in qualche articolo di giornale. E quante altre si sente in giro la stessa espressione indignata, riferita magari a politici o a imprenditori disonesti. Ma cosa succede a chi ha uno slancio verbale di questo tipo? Dire “vergognati” è reato?

Certamente saprai che la diffamazione è un reato. Offendere una persona in sua assenza può implicare una condanna penale. 

Diverso è il caso dell’ingiuria, ossia quando l’offesa viene rivolta al diretto interessato: tale reato è ormai depenalizzato ma resta la possibilità di risponderne civilmente a titolo di risarcimento del danno.

Detto ciò, a prescindere dal tipo di conseguenza cui si va incontro (se penale o civile), a monte di tutto è necessario capire quali offese non sono consentite e quali invece quelle su cui si può sorvolare. 

La nostra legge chiaramente non contiene un campionario delle parolacce che non si possono dire. Il tutto è quindi rimesso alla valutazione dei giudici. Spetta al tribunale stabilire, di volta in volta, se l’espressione rientra nel normale diritto di critica. È anche del tribunale quindi la decisione se dire vergognati è reato. Cosa che è già avvenuta. Ci sono alcuni precedenti giurisprudenziali che analizzano proprio tale frase. Ecco qual è stato il parere dei giudici. 

Espressioni di disprezzo: sono reato?

Il primo precedente è a firma della Cassazione [1]. Secondo i giudici della Suprema Corte, non integra il reato di ingiuria la condotta di chi si limitata a proferire nei confronti della persona offesa le seguenti frasi: «Vergognati sei sulla bocca di tutti”, «ti devi vergognare che tuo marito è andato a dormire da un mio dipendente perché l’hai buttato fuori di casa», «Sei poco furba a farti trovare qui visto che mi hai rubato il posto di lavoro». Difatti il tenore delle parole pronunziate, sebbene esprimano disprezzo, non denotano quella intrinseca carica offensiva propria del fatto di ingiuria.

Dunque, secondo la Cassazione, le espressioni di semplice disprezzo vanno tenute distinte dalle offese vere e proprie. Le prime non costituiscono reato, anche se indirettamente rivolte a umiliare il destinatario delle stesse. Le offese invece possono costituire ingiuria o diffamazione a seconda che l’espressione sia rivolta direttamente alla vittima oppure comunicata a terzi in assenza della vittima.

Espressioni di dissenso politico: sono reato?

Il secondo precedente è stato emesso dal tribunale di Lucca [2]. In tale ipotesi è stato analizzato il caso di un consigliere che, rivolgendosi al presente del Consiglio comunale, aveva proferito le seguenti frasi: «Tu stai zitto, fammi parlare, io parlo quanto cazzo voglio, vergognati, sei un fascista, da quando sei il presidente del Consiglio comunale qui non si capisce più niente». Il giudice ha ritenuto sussistente il diritto di critica. E ciò perché, in tema di ingiuria, non possono essere qualificare come oltraggiose le espressioni che, di per sé, sarebbero offensive in altro contesto sociale, ma che per la sede e l’ambito nel quale vengono utilizzate appaiono espressioni di mero dissenso politico.

Dire vergognati non è reato, salvo che…

La semplice espressione «Vergognati!» dunque non può essere ritenuta reato, a meno che naturalmente non si accompagni con altre frasi dal contenuto diffamatorio o ingiurioso, come ad esempio: «Vergognati, sei un ladro!» Oppure «Vergognati, sei un traditore, un impostore». In tal caso, infatti, il cuore dell’illecito non è rappresentato dal verbo “vergognarsi” ma dal successivo contenuto della frase, rivolto appunto ad attaccare gratuitamente la morale del destinatario dell’espressione. E difatti, il diritto di critica finisce laddove inizia l’invettiva personale gratuita e rivolta solo a denigrare la persona. 

Il diritto di critica politica, ad esempio, costituisce una causa di giustificazione prevista dall’art. 51 del codice penale, che esclude la responsabilità ma solo laddove siano rispettati i limiti della veridicità dei fatti narrati; della pertinenza, ossia dell’oggettivo interesse di fatti per l’opinione pubblica; della correttezza formale (cosiddetta “continenza”), che nella “competizione politica” è caratterizzata da maggiore elasticità in ragione dei toni aspri ed elevati che contraddistinguono tale ambito.


note

Autore immagine: https://it.depositphotos.com/

Cassazione penale sez. V, 01/02/2016, (ud. 01/02/2016, dep. 16/05/2016), n.20258

Massime

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Intestazione

Fatto

RITENUTO IN FATTO

1. Con sentenza del 27 febbraio 2014 il Giudice di Pace di Padova ha, per quanto di interesse in questa sede, condannato G.C. per il reato di ingiurie in danno di Q.M.G..

2. Con atto sottoscritto dal suo difensore l’imputata ha proposto ricorso articolato in quattro motivi.

2.1. Con il primo si denunzia vizio di motivazione in ordine alla sussistenza degli elementi oggettivo e soggettivo del reato di ingiurie.

La ricorrente lamenta che il Giudice di Pace abbia ritenuto sussistente il reato di ingiuria nonostante mancassero i relativi presupposti, soggettivi e oggettivi, posto che dalla ricostruzione dei fatti è emerso che l’imputata si era limitata a proferire solo le seguenti frasi: “Vergognati sei sulla bocca di tutti” – “ti devi vergognare che tuo marito è andato a dormire da un mio dipendente” –

“sei poco furba a farti trovare qui visto che mi hai rubato il posto di lavoro” – “Vergognati che tuo marito dorme a casa di un mio dipendente perchè l’hai buttato fuori di casa”.

2.2. Con il secondo motivo si denunzia il vizio di correlazione tra l’accusa e la sentenza, giacchè il Giudice di Pace ha ritenuto sussistente il reato in relazione a fatti diversi da quelli contestati. Nel capo di imputazione, infatti, le frasi offensive addebitate alla G. sono le seguenti: “troia, puttana, stupida, cretina, deficiente”, “a (OMISSIS) era sulla bocca di tutti in quanto separata” e che era considerata “una puttana”.

2.3. Con il terzo motivo viene dedotta violazione di legge, essendo il giudice di pace incorso in errore di diritto nel diniego di applicazione della esimente di cui all’art. 599 c.p..

2.4. Con il quarto motivo si deduce vizio di motivazione alla prova relativa alla reazione della persona offesa.

2.5. Con il quinto ed ultimo motivo viene denunziato il vizio di motivazione in ordine all’aumento di pena conseguente alla asserita abitualità ex art. 103 c.p..

Diritto

CONSIDERATO IN DIRITTO

Il ricorso merita accoglimento in relazione al primo motivo.

Invero, così come emerge dalla lettura della sentenza impugnata, sulla base delle risultanze processuali è emerso che la G. si era limitata a proferire nei confronti della persona offesa le seguenti frasi: “Vergognati sei sulla bocca di tutti” – “ti devi vergognare che tuo marito è andato a dormire da un mio dipendente” –

” sei poco furba a farti trovare qui visto che mi hai rubato il posto di lavoro” – “Vergognati che tuo marito dorme a casa di un mio dipendente perchè l’hai buttato fuori di casa”.

E’ del tutto evidente, allora, che non si sia realizzata nel caso di specie la fattispecie di cui all’art. 594 c.p., giacchè il tenore delle parole pronunziate dall’imputata, sebbene esprimano disprezzo, non denotano quella intrinseca carica offensiva propria del fatto di ingiurie.

P.Q.M.

La Corte annulla senza rinvio la sentenza impugnata perchè il fatto non sussiste.

Così deciso in Roma, il 1 febbraio 2016.

Depositato in Cancelleria il 16 maggio 2016


Tribunale Lucera, 15/01/2009, (ud. 08/01/2009, dep. 15/01/2009)

Massime

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Fatto

FATTO E DIRITTO

All’esito dell’istruttoria dibattimentale, deve qualificarsi il fatto ascritto al (1) ai sensi degli artt. 594 e 61 nr. 10 C.P., in luogo della qualificazione giuridica originaria, e deve ritenersi sussistente la scriminante del diritto di critica, con conseguente assoluzione perché il fatto non costituisce reato.

Il (1) è imputato della violazione di cui all’art. 342 C.P., per aver offeso l’onore del Consiglio Comunale di .., durante lo svolgimento di una seduta dello stesso. Ciò avrebbe fatto rivolgendosi al Presidente del Collegio, (2), con le frasi compendiate nel capo di imputazione, e quindi avvicinandosi al tavolo della Presidenza con atteggiamento di sfida. Infine egli avrebbe anche gridato verso gli altri Consiglieri, con le espressioni pure contenute nel capo di imputazione.

L’istruttoria svolta ha confermato l’atteggiamento e le espressioni utilizzate dal (1), anche se ha fatto emergere che tale condotta non è stata tenuta verso l’organo amministrativo, bensì verso singoli componenti ed in particolare -per quello che qui interessa- verso il (2).

Secondo quest’ultimo, che ha svolto le funzioni di Presidente del Consiglio Comunale nella seduta interessata, il (1) gli si era rivolto dicendo “tu stai zitto, fammi parlare, io parlo quanto cazzo voglio, vergognati, sei un fascista, da quando sei il presidente del consiglio comunale qui non si capisce più niente”. L’atteggiamento del (1) era stato tale da indurre il (2) a sospendere la seduta, abbandonando l’aula unitamente ad altri consiglieri comunali. Anche dopo la sospensione il (1) aveva continuato nella sua condotta, rivolgendosi agli altri consiglieri di maggioranza con espressioni del tipo “vergognatevi, siete dei fascisti, siete ridicoli”.

Lo svolgimento dei fatti è stato sostanzialmente confermato dagli altri testi esaminati (D. C. M., C. G., G. G., M. R., M. N.), nel senso che si è avuta conferma dello scontro verbale.

Per quanto di interesse, anche dai verbali del Consiglio Comunale, prodotti agli atti, risulta che il (1) ha gridato ed inveito contro il Presidente con “improperi di vario tipo”, tanto che la seduta è stata sospesa per dieci minuti (verbale nr. 31), e che il (1) ha detto, rivolto al Presidente del Consiglio Comunale, le parole “lei mi faccia parlare a stia al suo posto, sei dittatore ed arrogante e da quando sei tu il Presidente del Consiglio non si capisce niente” (verbale nr. 30).

è ben vero che il teste (2) ha affermato che il (1) aveva offeso il consiglio intero (pag. 6), ma va rimarcato che questi era consigliere di minoranza, che alla seduta che ci occupa erano presenti anche altri consiglieri di minoranza (teste (2), pag. 14) e che la condotta dell’imputato era stata rivolta ai soli consiglieri di maggioranza, che aveva accusato di essere fascisti (teste (2), pag. 14), mentre non aveva tenuto analoga condotta nei confronti dei consiglieri di minoranza (teste (2), pag. 16).

Anche il teste G., che pure in un primo tempo ha descritto la condotta del (1) come rivolta verso tutti i consiglieri (pag. 4 e 6), ha in seguito chiarito che in realtà tale condotta era stata rivolta ai consiglieri di maggioranza (pag. 8).

Passando alle valutazioni giuridiche dei fatti, così come ricostruiti, deve prendersi atto che la condotta del (1) non è risultata diretta verso l’intero Consiglio Comunale di .., ma verso specifici componenti, nella specie del Presidente del Collegio e dei componenti di maggioranza.

Al riguardo, non può sottacersi che è orientamento risalente della Suprema Corte (Cass., sez. VI, nr. 1873 del 18.10.1969, Dapporto, Rv 113343) quello per il quale va distinta la condotta di offesa al corpo amministrativo o politico, rispetto alla condotta di offesa ai singoli membri dello stesso, potendosi verificare anche una ipotesi di concorso formale qualora con un unico atto si rechino offese sia al corpo nel suo insieme e sia ai singoli membri dello stesso.

Tale orientamento (ripreso da Cass., sez. VI, nr. 2044 del 20.12.1983, Gadoni, Rv 162980, e da Cass. Sez. VI, nr. 660 del 3.12.1996, Rizzi, Rv 207865) appare certamente condivisibile.

In effetti, nel caso in esame non può dirsi affatto che il (1) abbia offeso il Consiglio Comunale nel suo complesso, inteso quale organo amministrativo.

La sua condotta, alla stregua di quanto appreso in dibattimento, è stata indirizzata a singoli componenti dell’organo, ed in particolare al Presidente del Consiglio Comunale (2).

Nei confronti di costui sono state usate le espressioni pure in precedenza ricordate (“tu stai zitto, fammi parlare, io parlo quanto cazzo voglio, vergognati, sei un fascista, da quando sei il presidente del consiglio comunale qui non si capisce più niente”).

Tali espressioni devono allora essere qualificate ai sensi dell’art. 594 C.P., aggravato dalla qualifica di Pubblico Ufficiale rivestita dalla persona offesa.

Per tale fatto sussiste, nel caso in esame, la condizione di procedibilità, poiché risulta pervenuta presso la Procura della Repubblica di Lucera la querela del (2) in data 12.6.2004 (e si badi che nel caso di specie l’autenticazione della firma del querelante non era necessaria, trattandosi di querela proposta dal Pubblico Ufficiale nella sua qualità, della quale sono chiaramente individuabili i dati personali: Cass., sez. V, nr. 4570 del 16.12.2003, P.C. in proc. Lombardo, Rv 228062).

Ci si deve allora chiedere se le espressioni utilizzate dal (1) siano scriminate alla luce del contesto politico nel quale esse sono state utilizzate.

Al riguardo, deve cominciare con il prendersi atto che non risulta, nel caso in esame, che il (1) abbia inteso rivolgersi alla persona in sé del (2), piuttosto che al suo comportamento come uomo pubblico (sul punto cfr. Cass., sez. V, nr. 4129 del 29.11.2007, Angeloni, Rv 238341). D’altra parte, il contesto nel quale le espressioni sono state utilizzate era tipicamente politico, e finalizzato propriamente al confronto, anche aspro, tra schieramenti politici contrapposti. In questo senso, la Suprema Corte ha avuto modo di chiarire che il diritto di critica riveste necessariamente connotazioni soggettive ed opinabili quando si svolge in ambito politico, in cui risulta preminente l’interesse generale al libero svolgimento della vita democratica. Ne deriva che, una volta riconosciuto il ricorrere della polemica politica ed esclusa la sussistenza di ostilità e malanimo personale, è necessario valutare la condotta dell’imputato alla luce della scriminante del diritto di critica di cui all’art. 51 c.p. (Cass., sez. V, nr. 19509 del 4.5.2006, Ricca, Rv 234390, in motivazione; da ultimo ancora Cass., sez. V, 24.10.2008 nr. 39938, Colonna).

Si tratta di una considerazione di rilievo, nella misura in cui impone di non qualificare come oltraggiose espressioni, che di per sé sarebbero offensive in altro contesto sociale, ma che per la sede ed il contesto nel quale vengono utilizzate appaiono espressioni di mero dissenso politico, quelle volte in cui non manifestino malanimo personale ma si riferiscano alla sfera pubblica del soggetto destinatario delle stesse (Cass., sez. V, nr. 22031 del 24.4.2003 Volpe G., rv 224674. In generale cfr. Cass., sez. VI, nr. 2273 del 15.11.1976, Esposito, Rv 135258).

Alla stregua di tali principi, le frasi pronunciate dal (1) vanno allora ritenute scriminate dal diritto di critica politica.

Esse sono state utilizzate nel corso di un consesso amministrativo, nel quale il confronto tra gli opposti schieramenti trova la sua naturale collocazione. Hanno avuto ad oggetto esclusivamente connotazioni politiche e critiche, certo aspre e dure, al metodo di conduzione dell’organo amministrativo da parte del suo Presidente.

Non può quindi affermarsi che vi siano state delle offese personali esorbitanti la critica politica.

Discende da ciò che il (1) deve essere assolto dal fatto a lui ascritto, diversamente qualificato per come detto, perché il fatto non costituisce reato.

[…]

Rodi Garganico, 8.1.2009

Il Giudice

Michele NARDELLI


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