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Secondo lavoro in nero: cosa rischio?

12 Marzo 2020
Secondo lavoro in nero: cosa rischio?

Conseguenze di carattere fiscale e penale per il lavoratore che accetta un posto irregolare, non denunciato agli uffici del lavoro. 

Hai un contratto di lavoro part-time che, tuttavia, non ti consente di arrivare a fine mese. Di recente, hai avuto contatti con un imprenditore che vorrebbe assumerti, ma in nero. Se per te non è un problema, temi che possa esserlo per lo Stato: non vorresti, infatti, trovarti impelagato in qualche procedimento penale o a dover pagare salate multe. Ti chiedi dunque: cosa rischio con un secondo lavoro in nero? Ecco la risposta ai tuoi dubbi.

Lavoro in nero: è reato?

Chi presta attività lavorativa in nero non commette né reato, né alcun altro tipo di illecito. Se mai dovesse arrivare l’ispettore dell’Inps o della Direzione Territoriale del lavoro, i lavoratori senza contratto trovati in azienda non subirebbero alcuna conseguenza, sempre che – ben inteso – dicano la verità alle autorità intervenute per redigere il verbale. Diversamente, commetterebbero il reato di falso in atto pubblico, passibile quindi di denuncia.

Una seconda eventualità in cui si potrebbe perseguire penalmente il lavoratore in nero è qualora questi, nonostante il lavoro irregolare, percepisca l’assegno di disoccupazione, la cosiddetta Naspi. Difatti, l’ammortizzatore sociale spetta solo a chi perde involontariamente il posto; la sua erogazione, però, cessa nel momento in cui il beneficiario ottiene una nuova occupazione (sia essa di lavoro autonomo o dipendente).

Attenzione però: la legge consente di mantenere la Naspi se il reddito del nuovo e successivo lavoro non supera 8.145 euro all’anno. Quindi, chi dopo il licenziamento viene assunto con un contratto di lavoro la cui retribuzione rientra entro tale limite può, nello stesso tempo, lavorare e percepire la disoccupazione senza commettere reato.

Viceversa, per il datore di lavoro che assume un dipendente in nero scattano alcune sanzioni amministrative molto salate. Di tanto abbiamo già parlato nell’articolo Lavoro in nero: conseguenze per lavoratore e datore a cui qui rinviamo per brevità di trattazione.

Secondo lavoro in nero: quali obblighi rispettare?

Ci sono due vincoli per chi riceve un nuovo lavoro: da un lato quello di non superare il monte ore giornaliero massimo previsto dalla legge e, in secondo luogo, non fare concorrenza al primo datore di lavoro.

Sotto il primo aspetto è bene ricordare che non si può lavorare più di 48 ore a settimana e bisogna usufruire di almeno 11 ore di seguito di riposo ogni 24 ore (salvo diverse disposizioni dei contratti collettivi nazionali). Ne consegue che un lavoratore non può mai avere due contratti di lavoro full time nello stesso momento visto che la somma delle ore giornaliere che entrambi i lavori imporrebbero non consentirebbe di godere delle 11 ore di riposo di seguito. Tutt’al più sono possibili due contratti di lavoro part time.

Il lavoratore, dunque, ha l’onere di comunicare al datore di lavoro l’ammontare delle ore in cui può prestare la propria attività, nel rispetto dei limiti indicati, e di fornire ogni altra informazione utile al riguardo [1].

La seconda questione riguarda, come detto, il dovere di fedeltà del dipendente: questi non può svolgere attività lavorativa per un’azienda che si trova in una condizione di potenziale concorrenza con la quella per la quale già è assunto. Se così facesse, senza chiaramente informare il primo datore, potrebbe essere licenziato da quest’ultimo per violazione dell’obbligo di non concorrenza, obbligo che non deve necessariamente risultare nel contratto di lavoro perché previsto, in via generale, dal codice civile per tutti i dipendenti.

Secondo lavoro in nero: cosa si rischia?

Oltre al predetto rischio di licenziamento per l’attività eventualmente in concorrenza, chi svolge un lavoro in nero deve valutare attentamente altri due aspetti. 

Il primo è quello dell’eventuale percezione della Naspi. Abbiamo detto che l’assegno di disoccupazione è compatibile con un lavoro dipendente di non oltre 8.145 euro annui. Pertanto, se il beneficiario della Naspi dovesse superare tale tetto proprio per via del secondo lavoro commetterebbe reato di indebita percezione di contributi statali o di truffa ai danni dell’Inps.

Ultimo problema per chi accetta un secondo lavoro in nero è di carattere fiscale. Egli infatti è un evasore, non dichiarando all’Agenzia delle Entrare lo stipendio che sta percependo. Dunque, l’ufficio delle imposte potrebbe notificargli un accertamento fiscale e chiedere il pagamento di tutte le tasse dovute negli ultimi 5 anni. 

Ci si potrebbe, a questo punto, chiedere: come fa il Fisco a sapere che una persona lavora in nero? Semplice: dal tenore di vita che conduce e dai soldi che deposita sul conto corrente. Se il contribuente dovesse permettersi dei beni o servizi che non sono giustificabili alla luce del reddito “ufficiale” che percepisce potrebbe essere raggiunto da un accertamento sintetico, tramite cioè il famigerato redditometro. Inoltre, se dovesse versare sul conto i contanti percepiti dal lavoro in nero, la movimentazione sospetta e non giustificata finirebbe nei terminali dell’Agenzia delle Entrate grazie alla cosiddetta “anagrafe dei conti correnti”. Lì spetterebbe al contribuente dimostrare come si è procurato tale denaro e l’unica prova ammessa è un documento scritto con data certa. Scacco matto.  


note

[1] Circ. Min. Lav. N.8/2005.


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1 Commento

  1. Io ho ereditato un appezzamento di terreno di circa 8 mila metri quadrati , di oliveto, che io stesso mi pulisco, tagliando l’erbe e ararlo, il prodotto che raccolgo le olive faccio l’olio per uso personale, non ho mai preso operai faccio tutto io.
    Sono dipendente pubblico a tempo pieno , a questo punto vorrei sapere se posso coltivare il mio terreno nelle giornate liberi, o pure vado incontro a delle sanzioni, come dipendente pubblico a tempo pieno non mi posso aprire la partita IVA.che devo fare?

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