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Coronavirus: i meme più divertenti

12 Marzo 2020 | Autore:
Coronavirus: i meme più divertenti

L’ironia si scatena sui social e dà il meglio di sé. C’è poco da fare i simpatici, penserà qualcuno. Ma il senso dell’umorismo può salvarci dall’angoscia.

Qualcuno sostiene che la cura al Coronavirus sia semplice: Diletta Leotta 8 giorni in topless su Facebook e, per Lercio, sarebbe subito stop ai contagi.
Poi c’è chi pensa alle fanciulle che vivono una vita normale, fuori dagli schermi televisivi. Quelle con cui la natura – e il chirurgo – non sono stati troppo generosi: tra estetisti e parrucchieri chiusi, il destino comune a molte donne, ad aprile, sarà guardarsi allo specchio e ritrovarsi baffute e irriconoscibili.

C’è un’Italia che ha voglia di ridere perfino di quest’emergenza globale. Non è un controsenso, men che meno una mancanza di rispetto o sprezzo per le regole: è la leggerezza come autodifesa, quando la pesantezza della pandemia comincia a soffocare. L’esatto contrario della “risata che vi seppellirà” è l’ironia come boccata d’ossigeno, che sui social funziona alla grande.

Ogni pretesto diventa meme. Cioè una vignetta satirica, per chi ha poca dimestichezza con la galassia di Facebook, Instagram & company. Dai cartoni animati alle band della nostra vita: tutto si reinventa per strappare una risata.

Avete presente “Kung-fu Panda”, il cartone della DreamWorks campione d’incassi nel 2008? Sui social, da un paio di giorni, è diventato “Kung-fu pand…emia“. I biscotti bicolore del Mulino Bianco, gli “Abbracci” panna e cacao, cambiano il nome in “Saluti” e si staccano, come si conviene in tempo di Coronavirus.

Perfino i Beatles di “Abbey Road” mantengono la distanza di sicurezza, imposta dagli ormai innumerevoli decreti Conte, attraversando le strisce pedonali sfalsati, in una leggendaria copertina che li avrebbe voluti in fila.

Il genio dissacra tutti. Dai testimoni di Geova – che “proprio oggi che ci avrebbero trovati tutti a casa non possono uscire a citofonare” – ai dipendenti statali, che lavorano mentre gli altri stanno a casa: l’esempio vivente che “si sta proprio ribaltando la situazione”. Fino alla rivincita degli uomini sulle donne: “È da tempo che noi maschi vi diciamo invano che con 37,5 di febbre si può morire!”.

Poi c’è la gestione dell’isolamento domiciliare, che fa paura a tutti, nessuno escluso. Capite il dramma? Più tempo per pensare, annoiarsi. E soprattutto: mangiare. Un timore comune è quello di diventare novelli Botero, barricati in casa come siamo (e qui, su Facebook, qualcuno ha condiviso una bella foto di una botte di grappa). Come fermeremo la fame tossica? E come faremo con la prova costume? “Prenderemo una quarantena di chili”, commenta qualcuno. Forse. Ma mal comune, mezzo gaudio. E allora eccoti il meme di un gruppo di ciccioni in spiaggia, felici e contenti. Del resto, a palestre chiuse – male estremo – l’estremo rimedio è accettarci così come siamo.

Il Coronavirus, insomma, non fa altro che tirare fuori quell’istinto di sopravvivenza che spunta sempre quando si è nei guai. Gli snob storceranno il naso – hanno gusti musicali assai più raffinati, loro – ma un grande comunicatore di nome Vasco Rossi, artista delle parole semplici giustamente accostate, cantava proprio che vivere non è nient’altro che questo: “sorridere dei guai e pensare che domani sarà sempre meglio”. Toglieteci tutte le abitudini del mondo, ma non quella al senso dell’umorismo.


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