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Lo sai che? Redditometro nullo: viola la privacy. Il fisco cancelli i dati dei contribuenti

Lo sai che? Pubblicato il 1 ottobre 2013

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> Lo sai che? Pubblicato il 1 ottobre 2013

Il redditometro viola la privacy e l’Agenzia delle Entrate non è autorizzata a monitorare i dati sensibili dei cittadini e a conservarli senza limiti di tempo: l’innovativa sentenza del Tribunale di Napoli che ha ordinato al Fisco il blocco di ogni analisi e raccolta dati del ricorrente.

 

L’ennesimo stop al redditometro, questa volta ancora più incisivo, arriva dal Tribunale di Napoli, – sez. di Pozzuoli- che, con una recentissima sentenza [1] (a conferma di un precedente dello stesso tribunale: leggi Stop redditometro: per il tribunale di Napoli viola la privacy e la libertà del contribuente) ne ha ribadito l’illegittimità per violazione del codice della privacy nonché delle norme tributarie, costituzionali e comunitarie.

Più precisamente il Tribunale napoletano definisce il redditometro “non solo illegittimo, ma radicalmente nullo”: infatti, il decreto ministeriale che lo introduce sarebbe stato emanato al di fuori delle norme tributarie e della legalità costituzionale e comunitaria”.

L’illegittimità si manifesta in più violazioni che sono già state denunciate da una serie di sentenze dei tribunali italiani (violazione dei criteri di accertamento, eccessiva genericità dei dati ISTAT, violazione del principio di personalità dell’accertamento). Tuttavia, la sentenza in oggetto sottolinea, in particolare, l’aspetto della violazione della privacy posta dall’Agenzia delle Entrate.

 

Perché il redditometro viola la privacy?

Le motivazioni sono essenzialmente quattro:

1 – Il redditometro viola la normativa tributaria, la Costituzione e la Carta UE dei diritti fondamentali [2] dal momento che registra e conserva ogni genere di spesa effettuata dai cittadini e delle loro famiglie privandoli del diritto ad avere un vita privata e di poter gestire liberamente il proprio denaro.

Ciò è ancora più grave quando il controllo sulle spese si spinge su aspetti delicatissimi della vita privata: la registrazione delle spese farmaceutiche, di quelle per il mantenimento e l’educazione dei bambini consente all’Agenzia delle Entrate di “schedare” ogni familiare e accedere a dati sensibili relativi alla salute, alla vita sessuale, all’eventuale partecipazione ad associazioni culturali ecc.

2 – Il redditometro consente all’Agenzia delle Entrate di conservare senza limiti di tempo i dati personali dei contribuenti e non seleziona quelli effettivamente utili all’accertamento fiscale.

3 – Non c’è nessuna norma espressa che autorizza l’Agenzia delle Entrate al trattamento dei dati sensibili come vorrebbe, invece, il codice della Privacy secondo cui i soggetti pubblici possono trattare i dati sensibili dei contribuenti solo se appositamente autorizzati a farlo dalla legge [3].

4 – Il redditometro basa in modo automatico la posizione fiscale del contribuente sui dati statistici raccolti: ciò è in palese contrasto con il codice della privacy che vieta valutazioni del comportamento umano, ai fini di un provvedimento amministrativo o giudiziario, basate unicamente su trattamenti automatizzati di dati personali [4].

Dunque l’evidente violazione delle norme poste a tutela della privacy rende nullo l’accertamento tramite redditometro. Quest’ultimo è illegittimo perché attribuisce al Fisco poteri ispettivi che vanno oltre le finalità di accertamento fiscale, ledendo addirittura la libertà di spesa, la dignità e la riservatezza delle famiglie italiane. Poteri “di cui non gode -fa notare il giudice napoletano- “neppure l’autorità giudiziaria penale” nelle indagini sui reati.

Per queste ragioni, il Tribunale di Napoli ha accolto il ricorso di un pensionato contro l’accertamento tramite redditometro e ha ordinato all’Agenzia delle Entrate di interrompere ogni controllo sulla sua posizione nonché di distruggere tutti i dati personali acquisiti a seguito dell’accertamento.

Ricordiamo, comunque, ai nostri lettori, che la prima sentenza del tribunale di Pozzuoli che sostenne questa tesi fu poi riformata dalla Cassazione (leggi l’articolo Redditometro lesivo della privacy: la revisione della sentenza). Per cui, per quanto affascinante, la tesi non è stata ancora sposata dalla Suprema Corte di legittimità.

note

 

[1] Tribunale di Napoli, sez. di Pozzuoli, sent. n. 10508/2013.

[2] Artt. 38 D.P.R. n. 600/1973, artt. 2 e 13 cost., artt. 1, 7 e 8 Carta dei diritti fondamentali UE.

[3] Art. 20 D. Lgs. n. 196/2003.

[4] Art. 14 D. Lgs. n. 196/2003.


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