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Coronavirus: il Parlamento rischia di chiudere per malattia

14 Marzo 2020
Coronavirus: il Parlamento rischia di chiudere per malattia

Molti deputati e senatori sono malati o in quarantena; alcuni partiti sono più colpiti di altri. Quali soluzioni per far funzionare Camera e Senato nell’emergenza?

Il Coronavirus non risparmia i parlamentari: anzi, per i numerosi contatti che hanno sono tra i più esposti al contagio. E infatti il numero dei malati sta crescendo e adesso colpisce anche quelli che hanno incarichi di Governo, come il viceministro della Salute, Pierpaolo Sileri, e quello all’Istruzione, Anna Ascani, che proprio oggi hanno comunicato di essere positivi al test del tampone e si sono messi in isolamento.

In realtà già dalla scorsa settimana il Parlamento si era messo in emergenza e lavorava dimezzato: una deroga eccezionale al normale regime dei lavori, stabilita con un procedimento anch’esso eccezionale, una semplice riunione dei capigruppo delle varie forze politiche, di maggioranza e di opposizione, approvata e ratificata dai presidenti di Camera e Senato, Roberto Fico e Elisabetta Casellati.

Nel frattempo il Governo ha continuato e continua a lavorare a colpi di decreti d’urgenza, ormai neanche più nella forma di decreto legge bensì di decreti del presidente del Consiglio dei ministri, Giuseppe Conte: a partire da quelli che in questo mese di marzo hanno stabilito prima la zona rossa in Lombardia e in 14 province del Nord, poi hanno fatto diventare tutta Italia zona rossa e infine hanno stabilito le ulteriori restrizioni agli spostamenti e alla chiusura dei negozi non essenziali.

Ora però, di fronte al moltiplicarsi dei casi dei parlamentari positivi, messi in quarantena o in isolamento precauzionale volontario, divampa la polemica e si ipotizza di chiudere il Parlamento per almeno un paio di settimane o forse anche di più, almeno per un mese, fino al 15 aprile.

È un problema di democrazia rappresentativa – secondo le regole costituzionali il Parlamento è un organo essenziale – e anche di concreta rappresentanza parlamentare, se si considera che in questo momento è il Partito democratico ad essere il più svantaggiato, dopo che il contagio ha colpito il suo leader Nicola Zingaretti in quarantena ormai da una settimana, costringendo tutti coloro che sono entrati in contatto con lui ad isolarsi e dunque a smettere di frequentare l’aula.

Il deputato Luca Lotti, ora positivo al virus, mercoledì era stato alla Camera per votare e avrebbe potuto contagiare molti colleghi; quelli più vicini a lui nei banchi dell’Aula di Montecitorio si sono già messi in auto quarantena precauzionale come Francesca Bonomo, ma anche il senatore Dario Parrini che pur appartenendo all’altro ramo del Parlamento aveva frequentato Lotti in una riunione per il voto in Toscana. E il loro esempio è stato seguito da molti altri deputati e senatori, come, per restare al gruppo dem a Montecitorio, la vice presidente Alessia Rotta.

Così ora è proprio il Pd, in qualità di partito più colpito dalle assenze a lanciare l’allarme: “I casi di contagi in Parlamento stanno aumentando. Si pone il tema di una innovazione regolamentare per consentire alle Camere di funzionare in via straordinaria e svolgere le funzioni di rappresentanza, legislazione e controllo. Facciamo appello al presidente Fico”, dichiara all’Adnkronos il deputato piddino Enrico Borghi.

La proposta registra consensi e spunta la soluzione del voto a distanza e delle assemblee in videoconferenza: “Sì al voto a distanza, se serve. A meno che non ci siano ragioni assolutamente inderogabili e irrinunciabili per votare in Parlamento, se è possibile, è bene che Camera e Senato, come già hanno fatto altri luoghi pubblici, responsabilmente decidano di restare chiuse”, dice la deputata di Forza Italia, Michaela Biancofiore.

“In Parlamento -avverte- mi riferisco in particolare all’emiciclo, non ci sono finestre e la distribuzione degli scranni è tale che non si può mantenere la distanza di sicurezza di un metro. Da qui l’opportunità di votare a distanza, a meno che, lo ripeto, non ci sono ragioni imprescindibili che ci impongono di stare in Aula”.

Anche Emanuele Fiano, della presidenza del gruppo Pd alla Camera,  è favorevole al voto telematico: “A questo punto con 5 positivi e una media di 40 persone obbligatoriamente in quarantena, oltre ai parlamentari che magari per precauzione non vogliono venire, la resistenza al voto telematico in Parlamento è conservatorismo problematico. Noi dobbiamo garantire un’espletazione regolare, rigorosa, del voto parlamentare anche per chi non è ancora malato” scrive su Facebook; ma – precisa – “la chiusura del Parlamento non si può accettare”.

Ma non tutti sono d’accordo: “L’Italia sta vivendo uno stato di eccezione senza precedenti, la crisi sanitaria, sociale ed economica probabilmente più grave della storia della Repubblica. Per questo è vitale che il Parlamento lavori per rappresentare le istanze dei cittadini in difficoltà, sostenere l’azione del Governo e migliorare i provvedimenti adottati per fronteggiare l’emergenza coronavirus”, dicono in una nota i deputati Rossella Muroni (LeU), Alessandro Fusacchia (Misto), Paolo Lattanzio (M5s), Erasmo Palazzotto (LeU) e Lia Quartapelle (Pd).

Anche Matteo Renzi sbarra la strada: “Il Parlamento è la casa della democrazia, non deve chiudere mai, nemmeno durante la guerra”. Il vicepresidente della Camera, Ettore Rosato, di Italia Viva la mette così: “Milioni di italiani stanno lavorando nelle fabbriche, negli ospedali, nel trasporto. Ognuno è chiamato a fare, in sicurezza, il proprio dovere. Noi parlamentari inclusi”.

Il numero 2 di Forza Italia, Antonio Tajani, propone una soluzione mediana, che garantisca ”i lavori a distanza”, ma non il voto. “Se poi si ammalano tuttii parlamentari, che facciamo? Così non garantiamo certo la democrazia. Vediamo cosa succede nei prossimi giorni”.

Ma c’è anche il piano B, che Tajani suggerisce: “Oppure possiamo pensare di fare come in Gran Bretagna affidando ai capigruppo il voto”. Ma la soluzione dove uno vota per cento non piace e fa storcere il naso a molti. Pier Ferdinando Casini boccia l’ipotesi: Far votare solo i capigruppo? “No, lo aveva proposto anche Berlusconi vent’anni fa”. “In Parlamento bisogna andare, deve rimanere aperto, è giusto scaglionare voto in aula, ma non si può chiudere”.

Così Tajani trova altre soluzioni alternative per evitare le assemblee: ”I decreti del governo con le misure anti Covid-19 basta reiterarli” a cura del Governo quando arriveranno a scadenza. E intanto la scadenza di 60 giorni si avvicina: tutti i decreti di Conte traggono fonte dal primo e unico decreto legge del 23 febbraio, i successivi sono decreti del presidente del Consiglio e si appoggiano su di esso.

Certo è che il Parlamento è chiamato a una sfida senza precedenti, tecnologica prima ancora che regolamentare e costituzionale. In un’epoca in cui le assemblee possono svolgersi in videoconferenze a distanza le soluzioni organizzative potrebbero trovarsi e da qui arrivare a una rapida modifica dei regolamenti parlamentari su partecipazione e voto; così evitando l’incontro fisico dei deputati e senatori in assemblea, ma senza dover chiudere la Camera e il Senato.


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