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Controllo conto corrente fisco

25 Aprile 2020 | Autore:
Controllo conto corrente fisco

Risparmiometro e superanagrafe dei conti correnti: cosa sono e come funzionano gli strumenti con cui l’Agenzia delle Entrate combatte l’evasione fiscale.

Per molti il fisco italiano è come uno squalo assetato, non di sangue ma di soldi. Difficile dare torto a questa sensazione, se solo si pensa che ogni anno il Governo ne inventa una per poter ficcare il naso nei risparmi dei lavoratori. Bisogna dire che la preoccupazione del fisco è in parte giustificata dalla grande evasione fiscale che, purtroppo, affligge il nostro Paese. Il punto è che la legge attribuisce al fisco dei poteri che nessun altro soggetto può vantare, poteri che costituirebbero dei veri e propri illeciti se esercitati da altri. Con questo articolo vedremo come il fisco controlla il tuo conto corrente.

L’amministrazione finanziaria italiana ha diverse frecce al proprio arco per poter stanare le entrate sospette, i depositi bancari troppo “gonfi” e le movimentazioni di denaro che non tornano nella logica del fisco. A volte si tratta di controlli effettuati sulle dichiarazioni rese dai contribuenti (pensa alla dichiarazione Isee o a tutte le altre autocertificazioni); altre volte, invece, i controlli scattano per il semplice fatto che l’Agenzia delle Entrate presume che non ci sia corrispondenza tra i risparmi conservati e i redditi da lavoro. Insomma, se vuoi sapere come funzionano i controlli del fisco sui conti correnti, prenditi dieci minuti e prosegui nella lettura.

Risparmiometro per controllare i conti correnti: cos’è?

Il primo strumento di cui si avvale il fisco per stanare gli evasori è il cosiddetto risparmiometro. Di cosa si tratta? Te lo spiego subito.

Il risparmiometro è un algoritmo (cioè, un calcolo matematico) che permette al fisco di confrontare i risparmi presenti sul conto corrente con la dichiarazione dei redditi resa dal contribuente.

In altre parole, il risparmiometro serve a comparare i soldi presenti sul conto corrente (prendendo in considerazione anche gli anni precedenti oltre all’anno fiscale corrente) con quelli che sono stati dichiarati all’Agenzia delle Entrate.

È chiaro che, nel caso di evidente discrepanza tra risparmi sul conto e reddito dichiarato possa scattare il controllo del fisco, con possibile conseguente avviso di accertamento.

Per la precisione, gli accertamenti sul conto corrente scattano nel momento in cui viene riscontrata una differenza di almeno il 20% fra le entrate e le uscite, trattandosi di situazione idonea a destare sospetti.

È ritenuta equivoca anche la condotta di chi accumula denaro sul conto corrente ma non preleva nulla; in questo caso, infatti, si presume che la sussistenza venga garantita dal contante ricevuto da lavoro in nero.

Superanagrafe dei conti correnti: cos’è?

Altro strumento fondamentale per la lotta all’evasione è la superanagrafe: si tratta di un database che contiene i dati dell’Agenzia delle Entrate e quelli della Guardia di Finanza.

La superanagrafe dei conti correnti viene utilizzata dal fisco per monitorare e identificare scostamenti molto significativi tra le entrate e le uscite di un conto corrente, resa possibile dal possesso di dati riguardanti:

  • tutti i movimenti in entrata e in uscita;
  • il saldo del conto corrente sia all’inizio che alla fine dell’anno;
  • la giacenza media.

Superanagrafe: come funziona?

Grazie alla superanagrafe dei conti correnti, l’Agenzia delle Entrate può confrontare i dati in suo possesso con quelli della Guardia di Finanzia. Mediante questo controllo incrociato, è possibile monitorare tutti i movimenti in entrata e in uscita dai conti correnti degli italiani.

Sulla scorta di queste informazioni viene stilata la lista dei contribuenti a rischio evasione da trasmettere agli uffici provinciali dell’Agenzia delle Entrate per l’eventuale accertamento.

Ma come fa l’Agenzia delle Entrate a conoscere i conti correnti degli italiani? Come fa a controllarli tutti, conoscendone i singoli importi?

È presto detto: la legge fa obbligo tutti gli istituti bancari, le poste e gli operatori finanziari di comunicare all’anagrafe tributaria, entro il 31 marzo di ogni anno, l’elenco di ogni singolo saldo e movimento bancario e postale e di ogni rapporto finanziario relativo ai propri clienti.

Dunque, se hai un conto in banca o alle Poste, stai certo che l’Agenzia delle Entrate ne è a conoscenza, in quanto nella propria anagrafe tributaria verrà registrato tutto.

Ma non solo i conti correnti: l’Agenzia delle Entrate è a conoscenza di tutte le informazioni relative alle giacenze medie, ai saldi e alle movimentazioni mensili dei libretti di risparmio; delle spese sostenute pagando con la carta di credito o con la carta prepagata; degli accessi alle cassette di sicurezza, delle richieste di assegni per contanti e dei bonifici. Nulla sfugge al Grande Fratello Fisco.

I controlli sulle dichiarazioni del contribuente

Il fisco, per effettuare i suoi controlli sui conti correnti, si avvale anche delle dichiarazioni rilasciate spontaneamente dal contribuente: è il caso delle autocertificazioni reddituali fatte per beneficiare del gratuito patrocinio oppure dell’Isee per ottenere agevolazioni statali quali bonus luce e gas o il reddito di cittadinanza.

In casi del genere, l’Agenzia delle Entrate provvede a controllare la veridicità di quanto dichiarato confrontandole dichiarazioni con i dati in proprio possesso e, in caso di anomalie, convoca il contribuente affinché fornisca spiegazioni.

Redditometro: cos’è e come funziona?

Oltre al risparmiometro e all’impego della superanagrafe, il fisco italiano, per verificare la reale consistenza patrimoniale dei cittadini, si avvale anche del cosiddetto redditometro. Cos’è e come funziona?

Il redditometro è lo strumento con cui il fisco determina il reddito presunto del contribuente, in base alle spese da questi effettuate nell’anno di imposta.

In pratica, il redditometro consente all’Agenzia delle Entrate di verificare la compatibilità del reddito del contribuente con le spese da questi sostenute. Anche in questo caso, l’accertamento del fisco scatta soltanto nel caso in cui la differenza fra il reddito dichiarato e quello accertato sia superiore al 20%.

Il redditometro, dunque, non ficca il naso direttamente nel conto corrente del contribuente, in quanto mira a ricostruire il reddito individuale della persona fisica tenendo conto della spesa media sostenuta dal nucleo familiare cui il contribuente appartiene (con esclusione delle spese sostenute nell’esercizio dell’attività di impresa o nell’esercizio di arti e professioni).

Rimane sempre salva la possibilità, da parte del contribuente, di dimostrare, in sede di contraddittorio con l’ufficio dell’Agenzia delle Entrate, l’inesistenza o la diversa qualificazione degli elementi considerati.

Dunque, il contribuente finito nelle grinfie dell’Agenzia delle Entrate  potrà dimostrare che parte delle spese non è riconducibile al suo reddito, in quanto sostenuta, del tutto o in parte, da un’altra persona, ad esempio il coniuge o un altro parente, evidentemente titolare di un reddito proprio.

Fisco: quali conti correnti controlla?

È quasi superfluo dire che l’Agenzia delle Entrate ha il potere di effettuare controlli sui conti correnti di tutti, sia persone fisiche che giuridiche.

È chiaro, però, che il fisco non può permettersi un accertamento nei confronti di ogni cittadino italiano su cui il risparmiometro, la superanagrafe o il redditometro abbia fatto emergere qualche discrepanza. Per tale ragione, i soggetti maggiormente esposti ai controlli del fisco sono le imprese e i titolari di partita iva, soprattutto se questi si rendono protagonisti di importanti movimentazioni di denaro.

Peraltro, secondo la legge tutti i bonifici ricevuti e i versamenti effettuati che non sono riportati nella propria dichiarazione dei redditi possono essere considerati evasione fiscale.

Controllo Agenzia delle Entrate: come funziona?

Mettiamo il caso che, grazie al risparmiometro oppure ai controlli incrociati favoriti dalla superanagrafe, l’Agenzia delle Entrate abbia effettuato un controllo del tuo conto corrente e abbia trovato delle anomalie, ad esempio delle entrate non giustificate.

In questi casi, la legge presume che tutto ciò che non sia dichiarato costituisce un’evasione fiscale, addossando sul contribuente di fornire la prova contraria. In pratica, sul contribuente grava una presunzione di evasione che deve essere in grado di smentire fornendo rigorose prove. Cosa accade a questo punto?

Prima di accusare formalmente il contribuente di evasione fiscale, l’Agenzia delle Entrate deve verificarne le motivazioni con un contraddittorio preventivo: il cittadino riceverà una convocazione da parte di un funzionario del fisco, durante il quale dovrà difendersi giustificando le anomalie.

Poiché su di lui grava l’onere della prova, il contribuente dovrà essere in possesso di tutta la documentazione necessaria per dimostrare che non sono avvenute attività illecite.

Le prove portate dal contribuente saranno valutate dal funzionario e nel caso in cui queste non siano convincenti ne potrà seguire un accertamento fiscale vero e proprio, ossia un controllo specifico con il quale verrà messa in luce la situazione del contribuente.

Nel caso in cui a un contribuente venisse contestato, in seguito a un controllo sul suo conto corrente, che i ricavi siano maggiori rispetto a quanto dichiarato, non sarà sufficiente un elenco delle singole entrate sul conto corrente, ma una giustificazione e una spiegazione relativa a tutte le movimentazioni che sono state contestate.

Solo nel caso in cui le spiegazioni fornite dal contribuente non convincano l’Agenzia delle Entrate scatterà l’accertamento vero e proprio, il quale culmina con l’emissione dell’avviso di accertamento; si tratta di un atto con il quale l’Agenzia delle Entrate chiude il controllo e rappresenta il risultato dell’attività istruttoria e dei singoli metodi accertativi utilizzati.

Controlli del fisco: entro quanto tempo si possono fare?

L’esecuzione dei controlli dell’Agenzia delle Entrate sui conti correnti ha un limite temporale: tale limite è di cinque anni, che si calcolano a partire dall’anno successivo in cui è stata presentata la dichiarazione dei redditi.

Nel caso in cui la dichiarazione non fosse mai stata presentata, la decadenza è invece di sette anni.


note

Autore immagine: Canva.com


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