Carceri e Coronavirus: c’è il rischio di bomba epidemiologica

15 Marzo 2020
Carceri e Coronavirus: c’è il rischio di bomba epidemiologica

Svuotare le carceri concedendo ove possibile la detenzione domiciliare per evitare i concreti rischi di contagio: è la richiesta urgente delle Camere penali al ministro e alla magistratura.

Mentre il Governo si accinge a varare, nel Consiglio dei ministri di stasera, il decreto legge per il contenimento dell’emergenza coronavirus, che prevede anche misure per la popolazione carceraria e gli agenti di Polizia penitenziaria, arriva l’allarme delle Camere penali sul concreto rischio di una bomba epidemiologica nelle carceri italiane.

L’iniziativa è assunta dalla Camera penale di Cosenza, aderente all’Unione delle Camere penali italiane, che scrive al ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, interpellando la magistratura di sorveglianza di Catanzaro e di Cosenza e il direttore della casa circondariale cosentina.

Gli avvocati partono da una constatazione: la popolazione carceraria è esposta quotidianamente al contatto con il personale penitenziario, che “entra ed esce” dagli istituti e questo rende l‘esposizione al contagio da coronavirus attuale e concreta.

La situazione si aggrava per il noto sovraffollamento delle carceri italiane, che dovrebbe essere ben noto al ministro della Giustizia tant’è che – chiosano i penalisti – lo stesso presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, nel decreto emanato lo scorso 8 marzo (controfirmato dal ministro della Salute) aveva “raccomandato la limitazione dei permessi e della libertà vigilata o la modifica dei relativi regimi in modo da evitare l’uscita e il rientro dalle carceri, valutando la possibilità di misure alternative di detenzione domiciliare”.

In sostanza, l’allarme consiste nel fatto che il sovraffollamento carcerario, unito al serio rischio epidemiologico rappresentano una bomba pronta a esplodere e che potrebbe – si legge nella lettera “causare danni irreparabili ai detenuti, al personale carcerario e a tutti coloro che per lavoro o per necessità frequentano le carceri”.

A tale proposito le Camere penali lamentano anche il fatto che lo scorso 13 marzo – dunque tre giorni fa – c’era stato un incontro dei loro vertici nazionali con il ministro Bonafede, che nonostante il concreto pericolo non ha sinora assunto nessuna iniziativa.

Nel frattempo è proseguito il “continuo, incessante monitoraggio svolto dall’Osservatorio Carcere della Camera penale di Cosenza”, che segnala non certo un miglioramento ma anzi il protrarsi e l’ulteriore aggravarsi della situazione carceraria, locale e regionale.

Per questo i penalisti propongono una soluzione estrema ma ritenuta “immediata e non più rinviabile”: quella che la Magistratura di Sorveglianza conceda ai detenuti – ove ne ricorrano i presupposti – “la misura alternativa della detenzione domiciliare in luogo della inframuraria”.

Svuotare le carceri, facendo scontare la pena fuori dagli istituti penitenziari a tutti coloro che hanno i requisiti di legge per usufruire del regime di detenzione domiciliare in alternativa all’attuale restrizione entro le mura delle case circondariali: si tratta dell’unica soluzione praticabile – almeno per la Casa circondariale di Cosenza, dove attualmente, secondo i dati aggiornati al 4 marzo, “a fronte di una capienza di 218 posti regolamentari, sono presenti 260 detenuti“. Una percentuale di sovraffollamento di oltre il 20%, in linea con il dato nazionale e che perciò rende la problematica evidenziata estesa a tutte le carceri d’Italia.

Gli avvocati segnalano che a questi detenuti “lo Stato non può (più) garantire, all’interno delle celle, lo spazio minimo di un metro per evitare il contagio da Covid-19, con la conseguenza di rendere ulteriormente disumane le condizioni della popolazione detenuta”.

La richiesta, data la gravità e l’urgenza, ha il sapore di un ultimatum: “l’emergenza sopravvenuta richiede una immediata risposta, da parte della Magistratura di Sorveglianza”, scrivono le Camere penali, richiamando le norme vigenti e in particolare il diritto alla salute, costituzionalmente garantito, delle persone detenute nelle carceri italiane, che ormai, vista l’inerzia delle istituzioni, non può più essere tutelato se non attraverso la concessione ai detenuti della detenzione domiciliare come misura alternativa al carcere.

Ora si tratta di vedere cosa replicherà il ministro Bonafede, come risponderanno i magistrati degli Uffici di Sorveglianza che dovranno decidere delle istanze di scarcerazione che saranno proposte a breve e se l’iniziativa calabrese sarà seguita da altri fori italiani, come è altamente prevedibile.



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