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Coronavirus: impossibile prevedere il picco

17 Marzo 2020 | Autore:
Coronavirus: impossibile prevedere il picco

Difficile stabilire quando inizieranno a diminuire i contagi: dipende anche dal comportamento degli italiani. Perché è meglio che arrivi tardi?

Le domande che aleggiano nelle abitazioni e nei condomini in cui gli italiani sono asserragliati da giorni e dove resteranno rinchiusi per almeno un’altra settimana e mezza abbondante sono sempre quelle: a che punto siamo con l’emergenza coronavirus? Finirà presto questo incubo? Il picco è già alle spalle o deve ancora arrivare?

Nessuno ha delle risposte certe, perché nessuno sa quando si potrà tornare non già alla normalità ma, quanto meno, ad avvicinarsi alla normalità. Nemmeno gli esperti sanno dire con certezza quando ci sarà il picco della pandemia in Italia. C’è chi, dalle università americane, lo ipotizza alla fine di questa settimana con circa 40mila contagiati. E c’è chi, come il primario del reparto Malattie Infettive dell’ospedale Sacco di Milano, il professor Massimo Galli, teme che ce ne voglia di più per vederlo arrivare. Colpa di quel numero imprecisato (e si teme sia enorme) di persone asintomatiche che non vengono sottoposte al tampone e che possono spargere in giro il virus senza accorgersene.

Come lui, la pensa anche uno scienziato italiano, il professor Enrico Bucci, docente di Biologia dei sistemi presso la Temple University di Philadelphia. In un’intervista pubblicata questa mattina sul quotidiano La Repubblica, Bucci sostiene che il picco della pandemia non è al momento prevedibile: sarà possibile capire quando c’è nel momento in cui il grafico dei contagi cambierà forma e smetterà di salire in modo così inarrestabile. I matematici dell’Università di Genova ci stanno lavorando sopra ed ipotizzano il picco attorno al 25 marzo, cioè a metà della prossima settimana. Ma se i cittadini non rispettano le raccomandazioni e, anziché restare a casa, vanno a farsi qualche minivacanza in giro, allora salta qualsiasi previsione.

Difficile anche immaginare che ci sia un picco comune in tutto il territorio italiano. Come fa notare Bucci sulle colonne del quotidiano romano, «tutte le regioni sono sfasate di alcuni giorni rispetto alla Lombardia: l’Emilia Romagna di 7-8 giorni, il Veneto di 14, il Piemonte di 15-16, le Marche di 16. E quindi anche il picco arriverà in ritardo e sarà condizionato dagli effetti delle misure del governo. A meno che la situazione di alcune aree (per esempio Puglia e Sicilia) non risulti aggravata dai rientri in massa di chi è fuggito dal Nord».

Paradossalmente, commenta ancora il professore, più tardi arriva e meglio è: «Un picco in tempi brevi significa un altissimo numero di casi gravi concentrati in pochi giorni, con il risultato di provocare il collasso del servizio sanitario. È quello che sta accadendo in Lombardia. Meglio invece procrastinare il picco (o meglio i picchi) il più possibile. Le misure di distanziamento sociale servono a questo».


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Autore immagine: https://it.depositphotos.com/


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