Cronaca | News

Coronavirus: perché era evitabile

17 Marzo 2020 | Autore:
Coronavirus: perché era evitabile

La denuncia di un esperto: «È mancata la capacità di prevedere la dimensione del problema. Ora servono provvedimenti più duri, altrimenti non ci salviamo».

Esiste da sempre il vecchio vizio di parlare delle cose quando è troppo tardi. L’emergenza coronavirus è uno di questi casi. Ora, è facile dire che la pandemia si poteva evitare, che nessuno ha fatto il suo dovere per fermarla in tempo, che era possibile intervenire prima. Nelle chiacchiere da bar (oggi bisognerebbe dire di condominio o di social, visto che l’unico modo di comunicare è da un balcone all’altro o tramite Internet) la critica scontata è diffusa quanto il virus, ma nessuno è in grado di spiegare il perché.

Lo fa, invece, chi di competenza ne ha per mettere sul tavolo degli argomenti in grado di spiegare perché la pandemia era evitabile. È il caso di uno scienziato spagnolo, Oriol Mitjà, infettivologo e ricercatore catalano presso la Fondazione Lotta all’Aids, giovane – sta per compiere 40 anni – ma con alle spalle diversi successi nelle battaglie contro virus e batteri.

In un’intervista al quotidiano El Pais, Mitjà ricorda quello che ripete da settimane: la gestione dell’emergenza è stata un disastro. «È mancata la capacità di fare delle previsioni di un’epidemia che si poteva evitare», attacca. «Non essere stati in grado di controllarla e di impedirla è quello che io chiamo negligenza».

Mitjà spiega la sua teoria: «Il contagio di un’infezione dipende da tre fattori: il numero dei contatti che ha una persona, la capacità del patogeno di trasmettersi e la capacità di infezione. Usando questi parametri – continua l’esperto – ci siamo resi conto subito un solo caso in una località poteva sembrare un’epidemia e che tre casi potevano alzare il rischio di focolaio a livello locale fino al 60%. Nel momento in cui i casi arrivano a 20 o 30, la diffusione è ormai inarrestabile e bisogna attuare delle strategie di controllo molto più aggressive».

Inoltre, continua Mitjà, «ci hanno sempre detto che era impossibile l’arrivo di casi importati dall’estero. Quando invece sono arrivati, ci hanno detto che non ci sarebbero stati degli episodi autoctoni, che era possibile arrestare il flusso di trasmissione con degli strumenti sanitari molto deboli, come l’isolamento dei casi e dei contatti. Alla fine, l’epidemia è cresciuta».

C’è stato un eccesso di fiducia, forse? «Forse non siamo stati capaci di fare delle analisi epidemiologiche per capire la situazione fino in fondo», risponde a Mitjà a El Pais. Ci siamo basati sul numero dei casi che si presentavano giorno dopo giorno anziché prevedere che cosa sarebbe potuto succedere in futuro. Questo invito alla calma è stato dannoso per fare un’adeguata pianificazione. Se le decisioni vengono prese in base al numero di casi che vedi quel giorno, significa che prendi in considerazione le persone che sono state contagiate una settimana prima, il che vuol dire che in quel preciso istante stai già peggio. Bisogna camminare un passo avanti rispetto all’epidemia, mentre qui sembra che andiamo a ruota».

Viene istintivo domandarsi, a questo punto, se le misure adottate saranno efficaci contro l’ulteriore diffusione del coronavirus: «La Cina, ad esempio, ha fatto un confinamento di massa, la Corea del Sud ha fatto centinaia di migliaia di test per individuare i casi al più presto», fa notare Mitjà, che osserva: «Qui sono stati commessi tre errori: l’incapacità di fare delle previsioni, il modo poco trasparente di gestire la comunicazione, che ha impedito prendere delle previsioni prima e non durante l’epidemia, e, infine, l’indecisione nel prendere delle misure tassative, senza perdere tempo in troppe riunioni».

Si può fare di più, a questo punto? «Siamo in una situazione in cui mancano le attrezzature, gli ospedali sono al collasso e la gente continua a spostarsi portando il contagio da una parte all’altra», lamenta il professore. «Occorrerà prendere delle decisioni più dure, come fermare il trasporto pubblico, a partire dalle metropolitane e i treni, e chiudere le aziende il più possibile, per quanto sia una misura che può comportare delle conseguenze difficili da un punto di vista economico. Vale la pena fare adesso un sacrificio per non prolungare l’agonia. Così facendo, in due settimane potremmo contenere la diffusione del virus in modo significativo. Dopodiché, quando gli ospedali avranno ripreso un ritmo accettabile e ci saranno più posti letto disponibili, sarà possibile allentare un po’ la corda, pur mantenendo la dovuta cautela per monitorare la situazione ed intervenire in caso di eventuali ricadute».


note

Autore immagine: https://it.depositphotos.com/


Sostieni LaLeggepertutti.it

La pandemia ha colpito duramente anche il settore giornalistico. La pubblicità, di cui si nutre l’informazione online, è in forte calo, con perdite di oltre il 70%. Ma, a differenza degli altri comparti, i giornali online non hanno ricevuto alcun sostegno da parte dello Stato. Per salvare l'informazione libera e gratuita, ti chiediamo un sostegno, una piccola donazione che ci consenta di mantenere in vita il nostro giornale. Questo ci permetterà di esistere anche dopo la pandemia, per offrirti un servizio sempre aggiornato e professionale. Diventa sostenitore clicca qui

1 Commento

  1. Senza volermi investire di un ruolo che NON mi compete, ragionando proprio terra terra da uomo della strada, senza avere competenze da scienziato/virologo/politico/supervisore, mi si permetta di dire che quanto esposto nell’articolo è quanto a grandi linee vado pensando da alcune settimane, poco dopo il deragliamento di Trenitalia a fine febbraio quando stava per innescarsi questo disastro mondiale tuttora in corso. Chi AVREBBE DOVUTO ISTITUZIONALMENTE PREVEDERE (e quindi provvedere) ha brillato per la sua assenza o per aver sottovalutato il fenomeno. Non chiedetelo a me chi è o chi sono i responsabili, non lo so, ma è evidente che in alto loco qualcosa (MOLTO) “è mancato”! Chissà se qualcuno verrà chiamato prima o poi a risponderne… NON mi riferisco in modo particolare all’Italia, semmai all’Oms o ad altre istituzioni preposte allo scopo! E se non sono in grado, all’occorrenza, di operare che esistono a fare? Scusate il delirio di “parole in libertà”… Frutto dei “domiciliari”?

Lascia un commento

Usa il form per discutere sul tema (max 1000 caratteri). Per richiedere una consulenza vai all’apposito modulo.

 


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA

Canale video Questa è La Legge

Segui il nostro direttore su Youtube