Coronavirus in Russia: perché i casi sono così pochi?

17 Marzo 2020 | Autore:
Coronavirus in Russia: perché i casi sono così pochi?

Il governo invita alla calma ma nel gigante eurasiatico si comincia a diffondere preoccupazione. Fonti locali: “Pochi test, malati in giro senza mascherine e code ai supermercati”. L’epidemia vista da Mosca.

Abbiamo già provato a occuparci della gestione dell’emergenza Coronavirus in Russia, quantomeno mettendo in fila una serie di dati e ipotesi attualmente circolanti. Dall’inizio della pandemia, infatti, il gigante presieduto da Vladimir Putin è sembrato appena sfiorato dal virus che sta allarmando e contagiando il pianeta: i casi accertati ammontano solo a 93 su un totale di 150 milioni di abitanti. Merito di una particolare abilità nel contenimento del virus? O c’è dell’altro? I media iniziano a chiederselo. Oggi, il Corriere della Sera sottolinea come le autorità abbiano “fino ad ora sottovalutato clamorosamente l’epidemia, con i trasporti funzionanti (e la gente assiepata nelle metropolitane), scuole aperte, bar, ristoranti e cinema pieni. Ovviamente gli oppositori e molta gente comune dubitano delle cifre ufficiali”.

Test solo in casi limitati  

Fonti dirette, che lavorano in ambito sanitario a Mosca e che abbiamo contattato, ci hanno detto che i test vengono eseguiti solo in tre circostanze:

  1. su persone arrivate, negli ultimi 14 giorni, da paesi con una situazione epidemiologica sfavorevole (Cina, Corea, Iran);
  2. su persone con segni di infezioni virali respiratorie acute, arrivati da paesi in cui si sono registrati casi di malattia;
  3. su persone entrate in contatto con pazienti positivi.

Non abbiamo motivo di dubitare di queste informazioni, perché sono facilmente riscontrabili sul sito del Dipartimento di sanità di Mosca. “Nella struttura in cui lavoro non c’è possibilità di eseguire i test per la diagnosi del Coronavirus – ci racconta un medico di una clinica privata russa, che afferma che questo vale per tutte le cliniche private del paese -. È capitato di far tornare a casa persone con la febbre a 38 prescrivendo loro una normale cura antinfluenzale. Se oltre alla febbre a 38, il paziente ha anche la polmonite, allora si prende in considerazione l’idea di fare il test in ospedale. Noi medici siamo preoccupati perché abbiamo la sensazione che si stia prendendo sotto gamba l’emergenza. Anche la gente è preoccupata, ma nonostante questo continua a uscire e a fare la vita di sempre. Non si vedono mascherine in giro, né guanti, né igienizzanti. Eppure la gente tossisce e i malati sono in giro perché non c’è un obbligo di restare a casa se si ha l’influenza“.

Secondo la nostra fonte, è una sensazione generalizzata quella che i dati ufficiali non dicano tutto sul decorso dell’epidemia nel Paese. La limitazione del numero dei test può facilmente far sorgere il dubbio che il numero dei contagi effettivi sia di molto superiore a quei 93 casi. Anche perché in Russia si continua ad andare al cinema e a prendere i mezzi pubblici.

Abbiamo parlato anche con un professionista nato in Russia e che vive in Italia, ma ha parenti rimasti a Mosca che gli descrivono giornalmente il clima in città. Ci racconta di “supermercati presi d’assalto” e “di prodotti, come le conserve di pomodoro, che stanno sparendo dagli scaffali. Proprio come in Italia un paio di settimane fa”. Aggiunge un motto piuttosto diffuso in paese: “Dei miei connazionali, si dice che ‘vanno a fare il bagno quando c’è lo tsunami’. Il che la dice lunga sul temperamento dei russi, a metà tra l’avventuroso e l’imprudente”. Ci manda la foto di un pacco di mascherine comprate a Mosca dalla fidanzata: “50 a 700 rubli, cioè 10 euro. Pochissimo. Peccato che sulla data di produzione ci sia un’etichetta, applicata probabilmente per coprire quella vera, cosa che si fa spesso in Russia: viene il dubbio che costino così poco perché siano da buttare. C’è proprio da stare tranquilli…”.

L’Oms richiama a fare più test

C’è il sospetto, quindi, che i tamponi siano troppo pochi. Constatazione peraltro abbastanza diffusa anche in altri paesi, Italia compresa, dove secondo una circolare del ministero della Salute, dal 26 febbraio i test si eseguono solo su pazienti sintomatici e sospetti positivi venuti a contatto con persone che hanno contratto il virus. Una discussione che divide gli scienziati e i governi, quella sulla quantità di tamponi da eseguire: sappiamo come la Corea del Sud, per esempio, abbia adottato una politica di test a tappeto; in Italia un esempio simile è il Veneto, che ha voluto dotarsi di uno specifico piano per troncare sul nascere ogni possibile catena di trasmissione del Coronavirus. Piano che comprende l’esecuzione di tamponi anche per strada, sul presupposto, annunciato dal governatore Zaia, che “più positivi troviamo, più ne isoliamo e meno diffusione abbiamo”.

È possibile che si vada verso una revisione delle politiche in materia di campionamenti? Assolutamente sì. Già ieri è stato lanciato un importante segnale in questo senso dall’Organizzazione mondiale della sanità: “Il modo più efficace per prevenire le infezioni e salvare vite umane è rompere le catene della trasmissione – ha detto ieri, in conferenza stampa il direttore generale dell’Oms, Tedros Adhanom Ghebreyesus -. Per farlo, è necessario testare e isolare. Non si può combattere un fuoco con gli occhi bendati. E non possiamo fermare questa pandemia se non sappiamo chi è infetto”. Tradotto significa che servono più test di quelli che si stanno attualmente facendo. Altrimenti non si potranno mai individuare gli asintomatici positivi che sono, loro malgrado e senza saperlo, gli “untori” più probabili.



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