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Coronavirus: 500mila tamponi italiani venduti agli Usa

20 Marzo 2020 | Autore:
Coronavirus: 500mila tamponi italiani venduti agli Usa

Prodotti a Brescia, nel cuore dell’emergenza italiana, sono arrivati mercoledì a Memphis. L’azienda: tutto regolare, non dovevamo avvertire nessuno.

Il dio denaro impone le sue regole anche nel bel mezzo di un’emergenza che ha messo in ginocchio più di mezzo mondo. Nemmeno il coronavirus riesce a fermare la sete di affari di chi vuole trarre profitto a tutti costi, senza badare più di tanto alle conseguenze in termini di vite umane. La guerra al Covid-19 è diventata la guerra «del Covid-19», dove al grido di «si salvi chi può» tutto diventa lecito. Anche quando non lo è.

Ancor più triste constatare che questa sete di denaro coinvolge anche l’Italia, e più precisamente la Lombardia, la regione che sta pagando il prezzo più alto in termini di contagi e di decessi: quasi 20mila casi positivi dall’inizio dell’emergenza, oltre 2.100 decessi. In questa terra, oggi simbolo di sofferenza e di vulnerabilità, c’è penuria di mezzi per contrastare il coronavirus. Mancano mascherine, guanti, respiratori, attrezzature. Mancano anche i tamponi per rilevare eventuali casi di positività in persone asintomatiche. E pensare che proprio in Lombardia c’è un’azienda bresciana ne produce milioni di pezzi. Sarebbero preziosi per i lombardi, per gli italiani. Oro puro in un momento come questo.

Quei tamponi, però, non verranno mai utilizzati né a Brescia (tra le province più colpite dalla pandemia), né in Lombardia, né in Italia. Mezzo milione di tamponi (mezzo milione) sono volati negli Stati Uniti, destinazione finale Memphis. Non due mesi fa, non ai tempi in cui nemmeno si sospettava che il coronavirus invadesse le nostre case e prendesse possesso delle nostre vite e delle nostre morti: appena due giorni fa, in pieno caos, sono sbarcati in America quei 500mila pezzi. Cinque volte tanti quanti sono stati utilizzati in tutta Italia dall’inizio dell’epidemia. E dire che le nostre autorità li cercano perfino sotto i sassi.

La notizia è stata resa nota dal sito online del quotidiano La Repubblica ed è stata confermata dall’ambasciatore americano Lewis Einsemberg che, lontano da qualsiasi tipo di imbarazzo, gongola: «Siamo lieti che l’azienda italiana Copan Diagnostics continui a produrre tamponi per i test del Covid-19 in quantità sufficienti per soddisfare le richieste in Italia e le vendite all’estero. Il settore privato italiano contribuisce a salvare vite nel mondo. Mi congratulo per questo sforzo. Gli Stati Uniti – continua il diplomatico – continueranno ad acquistare questi tamponi da aziende italiane secondo le proprie necessità. Gli Stati Uniti e l’Italia continuano a lavorare insieme in strettissima collaborazione».

Dire che una notizia del genere stupisce è dire poco. Mentre tutta l’Italia cerca di aumentare i controlli sanitari cercando ovunque dei tamponi, una ditta italiana, che opera nel cuore dell’emergenza, li vende agli Stati Uniti. Suonano come una beffa, soprattutto nei confronti di chi si sta lasciando la pelle ogni giorno per tentare di salvare vite umane, le parole del generale Paul Friedrichs, del comando medico centrale americano: «Questo è un grande esempio di come le nazioni lavorino insieme per assicurare che venga data risposta alle domande globali».

Le nazioni lavorano insieme, dice il generale. Già da tempo gli Stati Uniti hanno dimostrato di giocare la propria partita da soli, senza alcuna alleanza, senza «lavorare insieme» per rispondere a «domande globali». Abbiamo già riferito nei giorni scorsi del tentativo del presidente Usa, Donald Trump, di accaparrarsi a suon di milioni di dollari l’esclusiva del vaccino sperimentato dai laboratori tedeschi CureVac. Se non fosse perché le autorità di Berlino prima e l’Unione europea poi hanno bloccato l’operazione, a quest’ora sul logo della CureVac ci sarebbe un simbolo a stelle e strisce.

Attorno a questa storia ci sono parecchi silenzi. Nulla ha detto, ad esempio, il Governo italiano in proposito: ne sapeva forse qualcosa oppure è stato pugnalato alle spalle? Piacerebbe anche che qualcuno si pronunciasse sul fatto che, come ricorda La Repubblica, in Italia ci sono due enormi magazzini nelle basi statunitensi di Aviano e di Camp Darby, nei pressi di Livorno, pieni fino all’orlo di materiale sanitario al quale, teoricamente, possono accedere anche nazioni ospiti. In teoria, appunto, perché a quanto pare nulla è stato messo a disposizione delle nostre autorità.

A parlare, invece, è l’azienda bresciana, per nulla scomposta: «Tutto è avvenuto alla luce del sole», dicono alla Copan Diagnostics. «Non dovevamo avvertire le autorità italiane: sono prodotti in libera vendita. E noi siamo un’azienda leader che esporta in tutto il mondo. Non c’è carenza di tamponi: nelle scorse settimane in Italia ne abbiamo venduti più di un milione e possiamo soddisfare tutte le richieste. Il problema non sono i kit, ma i laboratori per analizzarli».



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1 Commento

  1. Anche giuda non doveva avvertire nessuno, pero ha fatto una brutta fine, come è possibile fare certi ragionamenti, siamo in piena emergenza, e il metodo migliore è il tampone x rendersene conto, introvabili in italia, ma x 4 danari vengono venduti, proprio da una ditta Bresciana in full emergenza del Covid-19

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