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Dislivello marciapiede: insidia

22 Marzo 2020
Dislivello marciapiede: insidia

Risarcimento danni per la caduta sulla strada: il dislivello del marciapiede, se visibile, non consente di ottenere i danni dal Comune. 

Cosa succede a chi non vede il dislivello sul marciapiede, inciampa, cade a terra e perciò si ferisce? Si può chiedere il risarcimento da insidia stradale al Comune per non aver transennato l’area o non averla sottoposta a manutenzione? La soluzione è nelle parole di numerose sentenze pubblicate dalla giurisprudenza, da ultimo in una recente ordinanza firmata dalla Cassazione [1]. 

In tutti questi anni, i giudici hanno scritto il decalogo per ottenere il risarcimento per caduta sul marciapiede dipendente da un tombino, una mattonella divelta, una superficie scivolosa o accidentata. Il principio sancito dalla magistratura ruota intorno a un unico concetto: l’insidia o il trabocchetto. In buona sostanza, la possibilità di vedersi liquidare una somma a titolo di indennizzo per i danni fisici, morali ed economici dal proprietario della strada (il Comune, il più delle volte) è subordinata alla prevedibilità del pericolo. 

Cosa significano questi concetti che, a prima vista, potrebbero sembrare destinati ai tecnici? Il dislivello del marciapiede può considerasi una insidia? È quanto cercheremo di spiegare in questa breve guida. 

Caduta marciapiede: c’è risarcimento?

Partiamo da un concetto basilare: chi cade sull’asfalto non ha sempre diritto al risarcimento, neanche se il suolo era pieno di buche e dissestato. Anzi, è l’esatto contrario: tanto più l’insidia è visibile o nota, tanto meno il pedone ha ragione. Questo perché, secondo la nostra legge, chi si fa male per colpa propria non può chiedere i danni a nessuno, tantomeno alla pubblica amministrazione. Amministrazione che, seppur deve tenere strade e marciapiedi in buono stato di manutenzione, non è chiamata a prevedere i cosiddetti “casi fortuiti” ossia le altrui imprudenze. 

Ed allora, visto che non si può camminare con la testa tra le nuvole o, peggio, con gli occhi puntati allo schermo del cellulare, chi si fa male a causa della propria distrazione non può chiedere il risarcimento.

Questo principio – enunciato al contrario – comporta che si ha diritto a ottenere la liquidazione dei danni da caduta sul marciapiede solo in caso di ostacolo non visibile con l’ordinaria diligenza: si deve cioè trattare di una «insidia o trabocchetto».

Il giudice, quindi, fa una serie di valutazioni come:

  • l’ampiezza della buca: tanto più è estesa, tanto meno c’è tutela per chi ci cade;
  • l’illuminazione della strada: chi cade in ora diurna o su un tratto di marciapiede al chiaro dei lampioni non ha diritto al risarcimento;
  • l’età del danneggiato: un giovane può schivare più facilmente le buche, rispetto a un anziano, anche se avvistate all’ultimo momento;
  • la conoscenza dei luoghi: chi cade in una buca posta sotto il portone di casa, e quindi presumibilmente a lui nota, non può che ritenersi una persona distratta. 

A conti fatti, l’unico modo per stabilire se la caduta sul marciapiede dia diritto al risarcimento o meno è verificare lo stato dei luoghi e le modalità con cui è capitato l’infortunio: una ricostruzione questa che può fare solo il giudice, caso per caso. 

Disconnessione marciapiede: c’è risarcimento?

Può avvenire che il piano del marciapiede sia disconnesso perché parzialmente franato, rovinato da interventi di manutenzione e scavi o semplicemente perché ricostruito con modalità diverse. Ebbene, anche in questi casi, il risarcimento segue le regole di cui abbiamo appena parlato. 

La pronuncia della Cassazione, intervenuta in un caso del genere, ha chiarito che «la caduta – verificatasi in ora diurna – di una donna era stata causata» sì «da un’ampia sconnessione del marciapiede» che però «era ben visibile a causa della diversa connotazione cromatica rispetto alla restante parte del marciapiede». E peraltro «nel punto ove era avvenuta la caduta, residuava comunque uno spazio sufficiente per un comodo e sicuro transito pedonale».

Quindi, se ci si può accorgere con sufficiente anticipo della disconnessione perché questa è palese dalla differenza di colori o dall’ampiezza della zona interessata, non è possibile chiedere il risarcimento dei danni al Comune. 

Nessun dubbio, quindi, sul fatto che la donna abbia tenuto «una condotta non conforme al generale dovere di tutela esigibile dagli utenti della strada». E questa constatazione è sufficiente per respingere la richiesta di risarcimento avanzata nei confronti del Comune.

Approfondimenti

Per maggiori informazioni, leggi:


note

[1] Cass. ord. n. 6403/20 del 6.03.2020.

Corte di Cassazione, sez. VI Civile – 3, ordinanza 30 gennaio – 6 marzo 2020, n. 6403

Presidente Scoditti – Relatore Cirillo

Fatti di causa

1. Ma. As. Fr. convenne in giudizio il Comune di Pineto, davanti al Tribunale di Teramo, Sezione distaccata di Atri, chiedendo il risarcimento dei danni da lei patiti in conseguenza della caduta avvenuta a causa di una buca imprevista e non segnalata esistente in una via del centro cittadino nella quale ella si era trovata a transitare.

Si costituì in giudizio il convenuto, chiedendo il rigetto della domanda. Il Tribunale, espletate due consulenze tecniche e svolta prova per testimoni, rigettò la domanda e condannò l’attrice al pagamento delle spese di giudizio.

2. La pronuncia è stata appellata dalla parte soccombente e la Corte d’appello di L’Aquila, con sentenza del 9 maggio 2018, ha rigettato il gravame, ha confermato la sentenza di primo grado ed ha condannato l’appellante al pagamento delle ulteriori spese del grado.

3. Contro la sentenza della Corte d’appello di L’Aquila ricorre Ma. As. Fr. con atto affidato a due motivi.

Resiste il Comune di Pineto con controricorso.

Il ricorso è stato avviato alla trattazione in camera di consiglio, sussistendo le condizioni di cui agli artt. 375, 376 e 380-bis cod. proc. civ., e non sono state depositate memorie.

Ragioni della decisione

1. Con il primo motivo di ricorso si lamenta, in riferimento all’art. 360, primo comma, n. 3), n. 4) e n. 5), cod. proc. civ., violazione e falsa applicazione dell’art. 2907 cod. civ. e degli artt. 101, 112, 113, 183 del codice di procedura civile.

Rileva la ricorrente che i fatti così come da lei prospettati fin dall’atto di citazione, pur facendo riferimento al concetto di insidia stradale e, quindi, all’art. 2043 cod. civ., non escludevano che l’azione fosse da intendere anche come proposta ai sensi dell’art. 2051 del codice civile. Il Tribunale aveva rilevato che la domanda ai sensi dell’art. 2051 cit. era stata proposta solo in comparsa conclusionale, e perciò tardivamente; ma tale rilievo sarebbe errato e la censura, già posta alla Corte d’appello, viene adesso riproposta contro la sentenza di secondo grado.

2. Con il secondo motivo di ricorso si lamenta, in riferimento all’art. 360, primo comma, n. 3), n. 4) e n. 5), cod. proc. civ., violazione e falsa applicazione degli artt. 2043, 2051 e 2697 cod. civ., nonché dell’art. 115 del codice di procedura civile.

L’articolata doglianza, nel ricapitolare la motivazione della sentenza in esame e i principi enunciati dalla giurisprudenza di legittimità sull’obbligo di custodia delle strade, sostiene che la Corte di merito avrebbe errato nella ricostruzione dei fatti e nell’accertamento del carattere assorbente della colpa della danneggiata; mentre avrebbe dovuto riconoscere che la buca non era visibile e che non vi era alcuna possibilità di passaggio alternativo per la ricorrente.

3. Ragioni di economia processuale consigliano di esaminare il ricorso cominciando dal secondo motivo.

3.1. Esso, quando non inammissibile, è comunque privo di fondamento.

Giova premettere che questa Corte, sottoponendo a revisione i principi sull’obbligo di obbligo di custodia, ha stabilito, con le ordinanze 1. febbraio 2018, nn. 2480, 2481, 2482 e 2483, che in tema di responsabilità civile per danni da cose in custodia, la condotta del danneggiato, che entri in interazione con la cosa, si atteggia diversamente a seconda del grado di incidenza causale sull’evento dannoso, in applicazione, anche ufficiosa, dell’art. 1227, primo comma, cod. civ., richiedendo una valutazione che tenga conto del dovere generale di ragionevole cautela, riconducibile al principio di solidarietà espresso dall’art. 2 della Costituzione. Ne consegue che, quanto più la situazione di possibile danno è suscettibile di essere prevista e superata attraverso l’adozione da parte del danneggiato delle cautele normalmente attese e prevedibili in rapporto alle circostanze, tanto più incidente deve considerarsi l’efficienza causale del comportamento imprudente del medesimo nel dinamismo causale del danno, fino a rendere possibile che detto comportamento interrompa il nesso eziologico tra fatto ed evento dannoso, quando sia da escludere che lo stesso comportamento costituisca un’evenienza ragionevole o accettabile secondo un criterio probabilistico di regolarità causale, connotandosi, invece, per l’esclusiva efficienza causale nella produzione del sinistro.

3.2. La Corte d’appello, che si è correttamente richiamata a questa giurisprudenza, ha fatto buon governo di tali principi.

La sentenza impugnata, infatti, con un accertamento congruamente motivato e privo di vizi logici e di contraddizioni, non suscettibile di ulteriore modifica in questa sede, ha innanzitutto dato atto che la domanda risarcitoria era stata proposta in modo non chiaro, nel senso che la danneggiata non aveva compiuto una scelta «tra l’azione generale di responsabilità extracontrattuale e quella di responsabilità oggettiva per fatto della cosa in custodia».

Tanto premesso, la Corte abruzzese ha specificato che la caduta della Fr. era stata causata da un’ampia sconnessione del marciapiede, la quale era ben visibile a causa della «diversa connotazione cromatica rispetto alla restante parte del marciapiede». Ha aggiunto la sentenza che nel punto ove era avvenuta la caduta residuava comunque uno spazio sufficiente per un comodo e sicuro transito pedonale. Per cui, essendo la caduta avvenuta in ora diurna, la domanda risarcitoria doveva essere respinta, essendo la condotta della danneggiata non conforme al generale dovere di cautela esigibile dagli utenti della strada.

3.3. A fronte di tale motivazione si infrangono le doglianze contenute nel motivo di ricorso qui in esame; mentre è evidente, infatti, sulla base dei precedenti rilievi, che le prospettate violazioni di legge non sussistono, nel contempo le censure suindicate sollecitano questa Corte ad un nuovo e non consentito esame del merito.

4. Il rigetto del secondo motivo rende ininfluente l’esame del primo. La sentenza impugnata, infatti, ha dimostrato che la responsabilità del Comune di Pinete non era configurabile né ai sensi dell’art. 2043 né ai sensi dell’art. 2051 cod. civ.; ragione per cui il presunto errore di diritto, lamentato dalla ricorrente in ordine alla tardività della prospettazione della domanda ai sensi dell’art. 2051 cit, è privo di rilevanza, posto che la Corte di merito ha esaminato il merito della stessa anche alla luce dei principi enunciati dall’art. 2051 cit. in tema di responsabilità del custode.

5. Il ricorso, pertanto, è rigettato.

A tale esito segue la condanna della ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di cassazione, liquidate ai sensi del D.M. 10 marzo 2014, n. 55.

Sussistono, inoltre, le condizioni di cui all’art. 13, comma 1-quater, del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di cassazione, liquidate in complessivi Euro 2.200, di cui Euro 200 per spese, oltre spese generali ed accessori di legge.

Ai sensi dell’art. 13, comma 1-quater, del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, dà atto della sussistenza delle condizioni per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso.


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3 Commenti

  1. il cittadino non è tenuto a conoscere ogni dissesto presente sul manto stradale, soprattutto nel caso in cui si tratti di dislivelli scarsamente visibili per le condizioni di tempo e luogo e dunque molto pericolosi

  2. Quanto più la situazione di pericolo connessa alla struttura o alle pertinenze della strada pubblica è suscettibile di essere prevista e superata dall’utente-danneggiato con l’adozione di normali cautele, tanto più rilevante deve considerarsi l’efficienza del comportamento imprudente del medesimo nella produzione del danno, fino a rendere possibile che il suo contegno interrompa il nesso eziologico tra la condotta omissiva dell’ente proprietario della strada e l’evento dannoso.

  3. Il solo fatto che sia dimostrata l’esistenza di una anomalia sulla sede stradale è di per sé sufficiente a far presumere sussistente la colpa dell’ente proprietario il quale potrà superare tale presunzione solo dimostrando che il danno è avvenuto per negligenza, distrazione od uso anomalo della cosa da parte della stessa vittima.

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