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Lo sai che? Proposta di mediazione delegata del giudice: due mesi di tempo per conciliare

Lo sai che? Pubblicato il 3 ottobre 2013

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> Lo sai che? Pubblicato il 3 ottobre 2013

Il giudice formula una proposta di accordo alle parti, concedendo loro un termine di due mesi per conciliare; in caso di mancato accordo, scatta l’obbligo di tentare la mediazione obbligatoria presso un organismo.

 

Si aprono le porte alla nuova procedura della mediazione delegata, ossia quella su proposta dal giudice in corso di causa (leggi l’articolo: La mediazione delegata: quando il giudice impone l’accordo).

Uno dei primi provvedimenti è firmato dal Tribunale di Roma (giudice Moriconi) che, con l’ordinanza dello scorso 30 settembre, ha formulato una proposta di accordo alle parti e nello stesso tempo ha concesso loro due mesi di tempo per tentare una soluzione bonaria della lite. In caso di mancato accordo, le stesse avranno 15 giorni per depositare, presso un organismo, la domanda di mediazione. È questo il percorso a tappe del tribunale capitolino che interpreta le novità introdotte dal decreto del Fare.

La nuova norma [1] dispone che, tutte le volte in cui le questioni della controversia siano di facile e pronta soluzione di diritto, il giudice formula una proposta transattiva o conciliativa. E, nel caso di specie, il giudice ha appunto rilevato che la controversia “non ha fatto emergere questioni di diritto complesse”, né “dubbi tali da richiedere approfondite analisi e difficili interpretazioni dei testi normativi”. Viene quindi rispettata la condizione richiesta dalla riforma.

Ma il tribunale di Roma non si è limitato a elaborare la proposta. Al contrario, ha posto, come condizione subordinata al mancato accordo, l’ordine di mediazione: cioè dispone che le parti, nel caso in cui non si raggiunga un’intesa, debbano procedere a un tentativo di mediazione stragiudiziale innanzi a un organismo certificato.

Se le parti non tenteranno la mediazione, non potranno più riprendere il giudizio in tribunale: anche la mediazione delegata, infatti, è una condizione di procedibilità della causa.

In questi casi, peraltro, il giudice ricorda alle parti che, in caso di mancata partecipazione senza giustificato motivo:

– scattano le sanzioni [2] per la parte che non ha partecipato all’incontro senza giustificato motivo;

– che lo stesso giudice potrà desumere argomenti di prova nel successivo giudizio;

– l’obbligo di versare all’entrata del bilancio dello Stato una somma di importo corrispondente al contributo unificato dovuto per il giudizio.

Infine, il giudice fissa un’udienza alla quale, come si legge nell’ordinanza, “in caso di accordo le parti potranno anche non comparire”; mentre, se non si accordano, “potranno in quella sede fissare a verbale quali siano state le loro posizioni al riguardo, anche al fine di consentire al giudice l’eventuale valutazione giudiziale della condotta processuale delle parti”.

L’ordinanza allarga gli orizzonti dei nuovi strumenti conciliativi collocando il giudice in una posizione di sostanziale “facilitatore” di accordi conciliativi, con un chiaro intento deflativo del contenzioso arretrato.

note

[1] Art. 185-bis cod. proc. civ.

[2] Art. 8, comma 4-bis, del decreto legislativo 28/2010.


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