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Mutuo pagato dalla società del convivente: il rimborso

28 Marzo 2020
Mutuo pagato dalla società del convivente: il rimborso

Nel luglio 2010 la mia società ha versato al venditore la somma avuta dalla banca per saldare una compravendita immobiliare. La casa è stata contestualmente intestata al sottoscritto e alla mia ex compagna con quote diverse. Ora, la mia società vorrebbe il rimborso di quanto versato a favore della mia ex: è possibile?

Gentile cliente, nel quesito in esame, si rappresenta una compravendita immobiliare a favore di due soggetti distinti, a seguito della quale essi sono diventati comproprietari del bene acquistato, ma con quote diverse. Inoltre, sempre secondo quanto raccontato, il prezzo sarebbe stato corrisposto da un soggetto terzo che, nello specifico, coinciderebbe con una società. Essa, a questo punto, vorrebbe il rimborso di quanto pagato; un diritto che le potrebbe essere negato soltanto se:

  • quanto versato fosse stato dovuto per un diverso titolo. Ad esempio, in virtù di un precedente contratto tra la società e i comproprietari e quale corrispettivo di una prestazione ricevuta dai medesimi;
  • quanto elargito fosse stato donato.

Scartata la prima ipotesi, bisognerebbe innanzitutto capire se una società può compiere una donazione valida.

In particolare, parte della dottrina nega questa possibilità, poiché secondo essa lo spirito di liberalità che caratterizza questa operazione è incompatibile con lo scopo di lucro che è a fondamento dell’attività svolta dalle società commerciali [1]. Pertanto, in ragione di tale tesi, le società non potrebbero validamente realizzare una donazione, fatta eccezione per quei casi in cui il contratto sarebbe stato realizzato per perseguire, ugualmente, un interesse economico (ad esempio, quando viene regalata della merce per propagandare il proprio prodotto).

Si tratta, però, di una posizione che è stata smentita dalla Suprema Corte di Cassazione [2], secondo la quale, le società non hanno una capacità giuridica limitata alla sola realizzazione di quegli atti che sono strumentali al loro scopo. Esse, secondo gli Ermellini, possono essere parte di qualsiasi atto o rapporto giuridico, tra cui anche quelli a titolo gratuito.

Chiarito, quindi, questo aspetto, in effetti la situazione in esame potrebbe essere astrattamente riconducibile allo schema della cosiddetta donazione indiretta, visto che la Cassazione [3] qualifica come, potenzialmente, tale la compravendita in cui il prezzo è stato saldato con denaro proveniente direttamente da un terzo soggetto (un po’ come, analogamente, avviene quando il genitore, con denaro proprio, versa il corrispettivo al venditore dell’appartamento, poi intestato al figlio). Un’operazione giuridica, però, che presupporrebbe lo spirito di liberalità del terzo che, nel caso in quesito, va, evidentemente, escluso o riconosciuto.

In altri termini, la società in questione per avere legittimo diritto al rimborso della somma erogata dovrebbe dimostrare di non aver voluto donare l’importo in contestazione, ma di averlo, ad esempio, soltanto voluto prestare. In particolare, si tratterebbe:

  • di una prova raggiungibile non soltanto tramite documenti, ma anche ricorrendo ad eventuali testimoni (lo conferma, proprio la Cassazione appena citata);
  • di un elemento da ricavare anche, naturalmente, visto il rapporto di convivenza more uxorio (cioè come marito e moglie) tra il titolare della società e la persona, sostanzialmente, beneficiaria della somma oggetto del mutuo. In tali casi, infatti, la giurisprudenza [4] riconosce il diritto al rimborso al convivente che ha pagato.

In quest’ottica, infine, prima di avviare ogni necessaria iniziativa, è opportuno che la società invii, tempestivamente, alla sua ex convivente una richiesta scritta e formale di restituzione della cifra in contestazione. Trattandosi, infatti, di una vicenda del 2010, si avvicina il termine di prescrizione che, pertanto, sarebbe fondamentale interrompere.

Articolo tratto dalla consulenza resa dell’avvocato Marco Borriello


note

[1] Art. 2247 cod. civ.

[2] Cass. civ. sent. n. 18449/2015

[3] Cass. civ. sent. n. 1986/2016

[4] Cass. civ. sent. n. 18632/2015


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