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Il coronavirus e la sconfitta della libertà

21 Marzo 2020 | Autore:
Il coronavirus e la sconfitta della libertà

La pandemia galoppa e i divieti aumentano per il mancato rispetto delle regole in un Paese in cui si può scegliere se obbedire o no. A differenza della Cina.

«Laddove vi è un’effettiva capacità di obbedienza, cioè di ascolto e di responsabilità, soltanto in questa dimensione ci può essere libertà». Questo pensiero del professor Massimo Cacciari descrive in modo perfetto l’occasione che molti italiani hanno perso (e stanno ancora perdendo) per dimostrare il vero valore della libertà e quanto sia possibile fare a meno di una dittatura per aspettarsi che i cittadini scelgano il rispetto delle regole e si esca il più presto possibile, grazie al loro libero e responsabile comportamento, da una situazione di emergenza come quella dettata dal coronavirus.

Purtroppo, è stata, appunto, un’occasione mancata. Come a scuola, il carattere ribelle di pochi si ripercuote su tutti. A nulla servono gli avvertimenti del professore: se qualcuno continua a fare di testa sua, l’intera classe viene punita. Si confonde il legittimo concetto della libertà, riconosciuto da ogni democrazia, con quello illegittimo del fare quello che a ciascuno pare e piace anche quando non deve. Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti.

L’intero Paese sta pagando una doppia castrazione della libertà che non può non invitare a fare qualche riflessione. Una è imposta dall’emergenza sanitaria e serve a uscire quanto prima da questa sorta di 41-bis in cui siamo confinati per il bene della collettività. Difficile di accettare perché ci stravolge la vita, ma segno di quella «effettiva capacità di obbedienza, di ascolto e di responsabilità» di cui parlava Cacciari che dà un valore aggiunto alla libertà di cui gode un Paese democratico come l’Italia.

L’altra castrazione è quella di dover, ahimè, tristemente constatare che si risolve meglio e più velocemente un’emergenza in una nazione governata da una dittatura che in una in cui vige la democrazia. Ed è questa la nostra vera sconfitta. Non quella di non poter andare al bar, al parco o al lavoro. Non quella di essere costretti ad attraversare nel breve e nel medio termine un nuovo periodo di difficoltà economica. Nemmeno quella di dover salutare migliaia di vittime del coronavirus, fatto sul quale, purtroppo, non è possibile fare di più rispetto a quello che già stanno facendo egregiamente medici e infermieri in trincea. La vera sconfitta è quella di non aver dimostrato che siamo capaci di gestire la nostra libertà, perché è quella che rischiamo di trascinarci per sempre. Fa uno strano effetto vedere che chi vive sotto un regime totalitario non solo ha saputo resistere e vincere la sua battaglia contro il «nemico invisibile», ma oggi è titolato a venire da noi a darci qualche lezione in proposito.

L’ex giudice di Mani Pulite, Gherardo Colombo, distingueva tra «l’educazione all’obbedienza e l’educazione alla libertà». In Cina, come noto, in molte situazioni non è permesso pensare. C’è uno che comanda e gli altri che eseguono gli ordini. Così, di fronte ad un’emergenza come quella che si è scatenata nel loro Paese mesi fa, tutti – dico tutti – sono stati costretti a obbedire. Sono stati educati per farlo. Non è che hanno resistito alla tentazione di sgarrare: è che proprio quella tentazione non è passata per la loro testa. Hanno avuto la capacità – imposta o scelta poco importa – di badare insieme al bene di tutti. E quando l’emergenza ha assunto delle dimensioni molto più ridotte, hanno messo a disposizione degli altri Paesi, l’Italia per primo, la loro esperienza. Lasciando le loro case – a quel punto, più sicure delle nostre – per venire qui e, già che c’erano, portare con sé un carico di aiuti.

Da noi no. Da noi c’è uno che tenta di comandare e gli altri che valutano se fa comodo ascoltarlo, per poi decidere di conseguenza che cosa gli conviene di più. È vero che la maggioranza degli italiani stanno facendo dei sacrifici per rispettare le regole, per restare a casa. Ma è altrettanto vero che quando un Governo o il presidente di una Regione sono costretti per ben tre volte nell’arco di un mese a trasformare le raccomandazioni in divieti e a limitare sempre di più gli spostamenti dei cittadini, è evidente che c’è qualcosa che non va.

Nelle ultime ore, solo per fare qualche esempio, sono stati denunciati a Modica, nel Ragusano, il titolare di una palestra ed un gruppo di clienti che, nonostante i divieti, continuavano a svolgere l’attività sportiva come se niente fosse. Lo stesso è successo a Trapani, dove il titolare di un bar teneva aperto il locale e serviva da bere allegramente a quasi una decina di persone. Su un’arcata dell’antico Acquedotto Mediceo di San Giuliano Terme è apparsa una scritta fatta con la vernice spray: «Io non resto a casa». Questi ed altri episodi, ripeto, solo nelle ultime 24 ore. A ciò si aggiunga tutto il resto: barbecue non autorizzati, gruppetti di chiacchiere al parco, ammassamenti ovunque. Nel nome di quale libertà?

Badate bene. Credo che pochi dei lettori che sono stati così gentili da dedicare qualche minuto a questo articolo abbiano vissuto una vera dittatura. Io, che l’ho conosciuta per una decina di anni, non la rimpiango. Ricordo benissimo il clima che si respirava in Spagna sotto la mano ferrea di Francisco Franco. Ricordo il lavaggio del cervello che veniva fatto a noi bambini quando andavamo al cinema e, prima che iniziasse il film, c’era il No-Do, il «Notiziario documentario» in bianco e nero con cui il Regime inculcava a tutti le virtù della vita militare, la bellezza delle casalinghe dedite solo alla famiglia, la pace di cui si poteva godere grazie al totalitarismo. Ricordo le manganellate sotto casa che i poliziotti assestavano a chiunque si azzardasse a manifestare per chiedere condizioni più dignitose sul posto di lavoro. Ricordo le corse degli studenti davanti ai «signori in grigio», i poliziotti dai pesanti cappotti di lana di quel colore che sparavano pallottole di gomma con l’anima in acciaio. Ricordo il mitico «signor Romerales», messo in un ufficio dal Sistema per censurare pellicole, giornali, programmi di radio, canzoni, qualsiasi tipo di pubblicazione. Ricordo che uno comandava e gli altri ubbidivano. La morte del dittatore e l’arrivo della democrazia ci regalò una ventata di aria fresca. Ma ci volle del tempo per imparare a vivere in libertà nel rispetto di tutti, dopo 40 anni senza sapere il vero significato di quella parola. Ci fidammo da chi ci prese per mano dall’alto del potere per portarci al cambiamento. Capimmo che era meglio ubbidire e rispettare le regole. Quasi nessuno si è pentito di farlo, a parte qualche nostalgico del Regime.

Non so se il Codice penale contenga il reato di «uso improprio della propria libertà», non mi pare. L’esperienza di quest’ultimo mese imporrebbe di introdurlo. Perché se, nonostante a scuola e in famiglia si insegni il rispetto, nonostante – e grazie al Cielo – viviamo in un Paese in cui abbiamo la possibilità di fare le nostre scelte e di pensare con la nostra testa, la maggioranza deve subire la mancanza di responsabilità della minoranza, e se le autorità sono costrette ad essere più dure perché non ci sono dei segnali di maturità collettiva, ecco: diventa davvero triste, frustrante, arrendersi all’idea che, di fronte ad un’emergenza, dove c’è una dittatura le cose si risolvono meglio. Come diceva lo scrittore e filosofo statunitense Eric Hoffer, «la prova basilare della libertà non è tanto in ciò che siamo liberi di fare ma in ciò che siamo liberi di non fare».



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