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Cartella fondata su sentenza: cosa cambia

23 Marzo 2020
Cartella fondata su sentenza: cosa cambia

Prescrizione, notifica e motivi di ricorso contro la cartella emessa a seguito del rigetto del ricorso del contribuente. 

Le cartelle esattoriali vengono emesse tutte le volte in cui lo Stato o una pubblica amministrazione, che non ha ricevuto un pagamento da un privato o un’azienda, intende procedere alla riscossione forzata del proprio credito. In questo modo, l’Agente per la riscossione diventa un delegato per il recupero coattivo delle somme. 

Le cause che portano all’emissione della cartella sono quasi sempre legate a imposte, sanzioni, contributi previdenziali o sentenze di condanna. 

Ma è proprio la natura del debito a determinare una diversa disciplina in merito alla prescrizione, al termine per fare ricorso, al giudice competente, al tipo di contestazioni che si possono sollevare. Non esiste quindi una disciplina generale per tutte le cartelle.

Tra tutte le questioni elencate, quella più delicata attiene alla prescrizione ossia al termine scaduto il quale il debito “decade” e non è dovuto più alcun pagamento. Di qui il dubbio di molti contribuenti: in caso di cartella fondata su sentenza cosa cambia? Cerchiamo di chiarirlo qui di seguito.

Cartella fondata su sentenza: che significa?

Quando un contribuente riceve un avviso di pagamento, un accertamento fiscale o anche una cartella esattoriale ha, di norma, 60 giorni di tempo per fare opposizione ossia per rivolgersi al giudice e chiedere l’annullamento dell’atto. 

Il deposito del ricorso non sospende automaticamente l’obbligo di pagamento salvo che a stabilirlo sia il giudice (il che avviene quando i motivi di ricorso vengono ritenuti, a primo acchito, fondati).  

Dopo la discussione, il giudice decide se annullare o meno la cartella esattoriale. Se ciò avviene, nulla è più dovuto. In caso contrario, invece, la sentenza condanna il contribuente a versare le somme contenute nella cartella, maggiorante degli interessi e della eventuale condanna alle spese processuali. In pratica, la sentenza sostituisce la cartella e diventa il nuovo “titolo esecutivo” per la riscossione delle somme.

Se il contribuente non versa le somme intimategli dal giudice, il procedimento di riscossione segue l’iter ordinario: lo Stato o la PA delega l’Esattore al recupero di tali somme; di qui l’emissione di una nuova (e più salata) cartella esattoriale. 

Una cartella fondata su sentenza è appunto questo: un atto emesso dall’Agente per la Riscossione che contiene l’ordine di pagare gli importi stabiliti dal giudice nella sentenza che rigetta il ricorso contro l’atto fiscale e che, nello stesso tempo, anticipa il successivo pignoramento.

Si può fare ricorso contro una cartella fondata su sentenza?

Proprio perché il giudice ha già deciso sulla legittimità delle somme dovute dal cittadino, non è più possibile presentare ricorso contro la cartella fondata su sentenza: sarebbe come rimettere in discussione all’infinto le pronunce della magistratura, cosa che invece la legge non consente. 

Tutto ciò che è possibile fare è, nel rispetto dei termini previsti dal codice di procedura civile (30 giorni), proporre appello contro la sentenza di rigetto del ricorso che condanna il contribuente a versare gli importi. E se anche l’appello dovesse avere la medesima sorte, con il rigetto delle istanze del cittadino, si potrebbe fare ricorso per Cassazione (60 giorni). Ma una volta scaduti tali termini ed emessa una nuova cartella, è preclusa ogni nuova censura, almeno nel merito della questione.

Eventuali motivi di ricorso potrebbe attenere al processo di formazione della cartella stessa, ad esempio se emessa dopo la prescrizione del diritto (di tanto parleremo a breve).

Cartella fondata su sentenza: cosa cambia con la prescrizione?

L’aspetto più delicato della questione riguarda, però, la prescrizione del diritto di credito dell’amministrazione al recupero delle proprie somme. Sappiamo che ogni tributo o sanzione ha un proprio termine di prescrizione che si può così sintetizzare:

  • imposte dovute allo Stato (Irpef, Iva, Irap, Ires, imposta di bollo, imposta di registro, canone Rai, ecc.): 10 anni. Si sta facendo strada un orientamento secondo cui la prescrizione dell’Irpef sarebbe invece di 5 anni;
  • imposte dovute agli enti locali ossia Regioni, Province e Comuni (Tari, Tasi, Imu, Tosap): 5 anni;
  • bollo auto: l’imposta automobilistica si prescrive in 3 anni;
  • sanzioni amministrative tra cui sono comprese anche le cosiddette multe stradali: 5 anni;
  • contributi di previdenza dovuti all’Inps e contributi assistenziali dovuti all’Inail: 5 anni.

Invece, per le cartelle fondate su sentenza la prescrizione è di 10 anni. Dunque, il termine a disposizione dello Stato o della pubblica amministrazione per il recupero coattivo delle somme intimate dal giudice con la sentenza che rigetta il ricorso e condanna il contribuente  è di dieci anni. 

Si pensi, ad esempio, al ricorso di un contribuente contro un avviso di accertamento dell’Agenzia delle Entrate: se l’impugnazione viene rigettata, dal momento della sentenza l’ufficio delle imposte ha un decennio per recuperare le proprie somme. La notifica della cartella esattoriale interrompe il termine e lo fa decorrere nuovamente da capo per altri 10 anni. Se nell’arco di tale periodo non viene notificato alcun altro atto (un’intimazione di pagamento, un preavviso di fermo o ipoteca, un pignoramento, ecc.) allora il debito cade definitivamente in prescrizione. 

Secondo quanto stabilito, infatti, dalla Corte di Cassazione [1], qualora le somme da riscuotere mediante cartella di pagamento derivino da sentenza passata in giudicato, il titolo che legittima la riscossione non è più l’accertamento o il ruolo, ma la sentenza. Ne consegue che la riscossione non soggiace ai termini di decadenza di cui all’articolo 25 del Dpr 602/73 (cinque o sette anni), ma alla prescrizione di dieci anni.

Cartella fondata su sentenza: cosa c’è da sapere

Da quanto appena detto, è bene trarre anche un ulteriore insegnamento. Quando un tributo sta per cadere in prescrizione, fare ricorso presenta un rischio molto grosso: quello di soggiacere, in caso di rigetto del ricorso medesimo, a una prescrizione molto più lunga. Un esempio chiarirà meglio la questione.

Da un estratto di ruolo della propria posizione, Matteo si accorge di avere un debito con la Regione per un bollo auto. Senonché, non ricorda di aver mai ricevuto alcuna cartella esattoriale che, dall’estratto di ruolo, risulta invece essergli stata consegnata 2 anni prima. Matteo deve decidere se fare ricorso o meno. Se fa ricorso e la Regione produce le ricevute di notizia, Matteo perderà la causa e il suo debito si prescriverà in 10 anni. Viceversa, se Matteo lascia le cose come stanno e non procede in giudizio, oltre a risparmiare i costi potrà sperare in un altro anno di silenzio dell’amministrazione: infatti, dopo 3 anni, il bollo auto andrà in prescrizione, anche se la cartella era stata notificata correttamente. 


note

[1] Cass. sent. n. 8105/2019.  


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