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Come dimostrare che una persona lavora in nero

24 Marzo 2020
Come dimostrare che una persona lavora in nero

Prove nel processo civile contro il datore di lavoro in caso di lavoro irregolare: dalla prova fotografica e video alle testimonianze, email ed sms.

Il lavoro in nero va retribuito come il lavoro regolare: il semplice fatto che l’assunzione non sia stata regolarizzata non esclude l’applicazione delle ordinarie norme previste per tutti gli altri dipendenti. Il lavoratore in nero ha quindi diritto ad uno stipendio secondo le tariffe previste dal contratto collettivo nazionale applicabile alla sua categoria; ha diritto alle ferie, ai permessi, ai contributi previdenziali, al Tfr alla cessazione del rapporto. 

Sappiamo bene però come, nella stragrande parte dei casi, tutto ciò non avvenga. Ed allora, come far valere i propri diritti? Il dipendente deve certamente rivolgersi a un giudice e lì dimostrare di svolgere – o di aver svolto non oltre cinque anni prima – un rapporto di lavoro irregolare. 

La domanda allora va riformulata nel seguente modo: come dimostrare che una persona lavora in nero? Cerchiamo di fare il punto della situazione e di spiegare cosa fare in ipotesi di questo tipo. 

Lavoro in nero: cosa fare per avere i soldi?

Il fatto che una persona lavori in nero non significa che non abbia diritto a uno stipendio commisurato all’attività svolta, al grado di importanza e competenza, al tempo in cui tale opera è stata prestata. Tuttavia, prima ancora di chiedere al giudice la condanna del datore di lavoro al pagamento delle somme non versate, è necessario dimostrare l’esistenza di tale rapporto, seppur di fatto. Ebbene, tale dimostrazione non può essere data, il più delle volte, per iscritto, non essendovi alcun documento che dimostri il rapporto tra le parti. Ed allora come fare?

Avevamo affrontato questo argomento in una precedente guida dal titolo Lavoro in nero non pagato: cosa fare? 

In buona sostanza, in assenza di una prova scritta del rapporto di lavoro (come può essere un contratto, una busta paga, una lettera di assunzione, una certificazione unica), il dipendente dovrà avvalersi di ulteriori prove, ammesse dal Codice di procedura civile. Prima però di affrontare questo tema e di elencare tutti i mezzi per dimostrare che una persona lavora in nero dobbiamo fare una importantissima precisazione di carattere processuale.

Se con una prova scritta del rapporto di lavoro è possibile avvalersi di uno strumento molto rapido e diretto, quale è il decreto ingiuntivo, in assenza di ciò bisogna avviare un regolare processo ordinario. Ed è questo forse il pregiudizio maggiore che subisce un dipendente in nero. Cerchiamo di spiegarci meglio.

Quale procedura in tribunale per il lavoratore in nero?

Il decreto ingiuntivo viene emesso dal giudice nel momento in cui il creditore di una somma di denaro dispone di una prova scritta del proprio credito. 

Il giudice, valutata tale prova, emette una ingiunzione di pagamento con cui condanna il debitore a versare tali somme entro 40 giorni. 

In questa prima fase della procedura il debitore quindi non partecipa. Egli viene messo al corrente del decreto attraverso la notifica di tale atto da parte dell’ufficiale giudiziario. 

Nei 40 giorni successivi alla notifica del decreto ingiuntivo, il debitore può decidere se presentare opposizione o pagare. Nel caso in cui non adotti nessuna scelta, il decreto diventa definitivo, non più contestabile e quindi legittima l’avvio del pignoramento.

Tale procedura, come visto, è molto rapida e anche meno costosa di quella ordinaria proprio perché richiede meno impegno da parte dell’avvocato.

Tuttavia, nel caso di lavoro in nero non è possibile chiedere un decreto ingiuntivo per via dell’assenza della prova scritta. 

Quindi, per far valere i propri diritti, il lavoratore irregolare dovrà, avvalendosi sempre di un avvocato, presentare un regolare ricorso al tribunale, sezione lavoro, e chiedere al giudice, all’esito di una regolare causa, la condanna dell’azienda. La procedura è molto più lunga, per quanto il rito del lavoro sia teoricamente più celere di quello ordinario. Il processo infatti si comporrà di due distinte attività:

  • la prima riguarda la prova del rapporto tra dipendente e datore che spetta al lavoratore;
  • la seconda riguarda l’esistenza del credito: e qui è il datore a dover dimostrare di aver versato al dipendente tutte le somme spettategli per legge.

Insomma, il cosiddetto onere della prova è così ripartito: 

  • al lavoratore competono le prove sull’esistenza di un rapporto di lavoro irregolare;
  • mentre al datore di lavoro spettano le prove sull’avvenuto pagamento dello stipendio secondo i minimi tariffari, la tredicesima, la quattordicesima, la fruizione dei permessi, ferie, ecc. Ed è chiaro che, se il datore non si è fatto consegnare una quietanza scritta, dovrà versare nuovamente al lavoratore tutte le somme dall’inizio alla fine del rapporto, coi relativi contributi. Se invece risulta una prova scritta del pagamento dello stipendio bisognerà verificare se questo corrisponde a quanto prevede il CCNL.

Come dimostrare che una persona lavora in nero

Veniamo ora al nocciolo della questione: una volta che il dipendente avrà dimostrato che lavora in nero potrà ottenere il riconoscimento di tutti i diritti che gli sono stati negati. 

Ricordiamo peraltro che l’azione per l’accertamento dell’esistenza del lavoro irregolare può essere esperita entro il termine di prescrizione di 5 anni dalla cessazione del rapporto di lavoro. Se invece il rapporto è ancora in essere non c’è alcun termine.

Le prove che possono essere fornite sono di vario tipo. Iniziamo da una recente sentenza della Cassazione [1] che ha ammesso la possibilità per il lavoratore in nero di riprendersi e filmarsi con qualsiasi dispositivo durante lo svolgimento delle mansioni in modo da dimostrare la verità delle proprie affermazioni. Il file video viene così acquisito dal giudice e – poiché in questo caso ritenuto non lesivo della privacy del datore – assunto a prova del lavoro in nero.

Il più delle volte, il lavoro in nero viene dimostrato con prove testimoniali. Il dipendente si avvale delle dichiarazioni di terzi che lo hanno visto svolgere le proprie mansioni. Si può trattare di clienti, di fornitori o anche di familiari e amici che abbiano fatto visita al lavoratore mentre prestava servizio. A volte viene utilizzata la testimonianza del coniuge che accompagna con la macchina il lavoratore in azienda.

Al dipendente irregolare non basta dimostrare l’esistenza del rapporto di lavoro ma anche l’orario svolto. Anche qui la cosa migliore è la prova testimoniale.

Un altro modo per dimostrare il lavoro in nero e corroborare le altre prove sono gli scambi di email ed sms tra datore e dipendente. In esse ci sono spesso tracce delle istruzioni e direttive impartite per lo svolgimento delle mansioni. La giurisprudenza ne ha ormai legittimato la produzione anche nel processo civile.


note

[1] Cass. sent. n. 46158/19. 


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