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Quando denunciare il datore di lavoro: ultime sentenze

26 Marzo 2020
Quando denunciare il datore di lavoro: ultime sentenze

Mobbing, mancato pagamento di stipendio, contributi, assegni familiari, malattia e cassa integrazione: quando la condotta del datore costituisce reato.

Il datore di lavoro che ricatta i dipendenti, paventando il licenziamento se questi non accetteranno una misura ridotta dello stipendio, commette estorsione. Così come commette una truffa quando dichiara in busta paga di versare la malattia e, invece, non lo fa; o quando si macchia di condotte penalmente rilevanti rientranti nel mobbing. Il datore può poi essere responsabile per maltrattamenti sul posto di lavoro quando si tratta di una piccola azienda, simile a una comunità familiare. Se l’azienda versa uno stipendio inferiore rispetto a quello riportato in busta paga, commette un’evasione contributiva punibile solo al raggiungimento di determinate soglie. Ecco allora una rassegna delle ultime sentenze che spiegano quando denunciare il datore di lavoro.

Estorsione per dimissioni in bianco

Commette estorsione il datore di lavoro che al momento della conclusione del contratto fa firmare dai lavoratori moduli di dimissioni in bianco.

Integra il delitto di estorsione la condotta del datore di lavoro che, in presenza di una aspettativa di assunzione, costringa l’aspirante lavoratore ad accettare condizioni di lavoro contrarie alla legge e ai contratti collettivi. (In applicazione del principio, la Corte ha ritenuto immune da censure la condanna di un datore di lavoro che, al momento della conclusione del contratto, faceva sottoscrivere al lavoratori moduli di dimissioni “in bianco”, per garantirsi futuri illeciti “adempimenti”, costituiti dalla consegna di quote parti della retribuzione mensile e del trattamento di fine rapporto).

Cassazione penale sez. II, 20/02/2019, n.8477

In tema di estorsione, non integra il reato la condotta del datore di lavoro che, al momento dell’assunzione, prospetti agli aspiranti dipendenti l’alternativa tra la rinunzia a parte della retribuzione e la perdita dell’opportunità di lavoro, in quanto, pur sussistendo un ingiusto profitto per il primo, costituito dal conseguimento di prestazioni d’opera sottopagate, non v’è prova che l’ottenimento di un impiego rechi un danno ai lavoratori rispetto alla preesistente situazione di disoccupazione.

(In motivazione, la Corte ha precisato che deve invece ritenersi sussistente il reato nel caso in cui il datore di lavoro, nella fase esecutiva del contratto, corrisponda ai lavoratori, sotto minaccia della perdita del posto di lavoro, uno stipendio ridotto rispetto a quanto risultante in busta paga, essendo in tal caso evidente il danno recato ai predetti).

Cassazione penale sez. II, 04/10/2018, n.21789

Reato per il datore che paga uno stipendio inferiore

Commette estorsione e autoriciclaggio il datore di lavoro che impone una retribuzione inferiore a quella risultante dalla busta paga.

Ai fini dell’integrazione dell’illecito di cui all’art. 648-ter.1 c.p. è necessario che la condotta sia dotata di particolare capacità dissimulatoria, sia cioè idonea a provare che l’autore del delitto presupposto abbia effettivamente voluto attuare un impegno finalizzato a occultare l’origine illecita del denaro o dei beni oggetto del profitto sicché rilevano penalmente tutte le condotte di sostituzione che avvengano attraverso le reimmissione nel circuito economico-finanziario ovvero imprenditoriale del denaro o dei beni di provenienza illecita, finalizzate a conseguire un concreto effetto dissimulatorio che sostanzia il quid pluris che differenzia la condotta di godimento personale, insuscettibile di sanzione, dall’occultamento del profitto illecito, penalmente rilevante.

Cassazione penale sez. II, 04/05/2018, n.25979

Integra il delitto di estorsione la condotta del datore di lavoro che, approfittando della situazione del mercato del lavoro a lui favorevole per la prevalenza dell’offerta sulla domanda, costringe i lavoratori, con la minaccia larvata di licenziamento, ad accettare la corresponsione di trattamenti retributivi deteriori e non adeguati alle prestazioni effettuate, in particolare consentendo a sottoscrivere buste paga attestanti il pagamento di somme maggiori rispetto a quelle effettivamente versate.

Cassazione penale sez. II, 04/05/2018, n.25979

Integra il delitto di estorsione la condotta del datore di lavoro che, approfittando della situazione del mercato del lavoro a lui favorevole per la prevalenza dell’offerta sulla domanda, costringe i lavoratori, con la minaccia larvata di licenziamento, ad accettare la corresponsione di trattamenti retributivi deteriori e non adeguati alle prestazioni effettuate, in particolare consentendo a sottoscrivere buste paga attestanti il pagamento di somme maggiori rispetto a quelle effettivamente versate. Nel caso di specie, è stata confermata la responsabilità penale in capo all’amministratore di fatto di una società cooperativa che, dietro minaccia della perdita del posto di lavoro, aveva costretto alcuni lavoratori ad accettare un trattamento economico inferiore a quello a cui i medesimi avrebbero avuto diritto in relazione al contratto stipulato, alle ore di lavoro effettivamente prestate e risultanti dalle buste paga.

Corte appello Palermo sez. IV, 18/04/2018, n.1791

Mancato pagamento di malattia, assegni familiari e Cig

Le erogazioni di cui all’articolo 316-ter c.p., non devono necessariamente consistere nel conseguimento diretto di una somma di denaro, ben potendo anche consistere nell’esenzione dal pagamento di una somma altrimenti dovuta, ovvero in un risparmio.

Situazione corrispondente a quella sottoposta a verifica che aveva ad oggetto somme di danaro falsamente indicate come anticipate dal datore di lavoro in favore del lavoratore, che erano poste a conguaglio in sede di dichiarazione attraverso la predisposizione del modello c.d. “DM10”, modulo per mezzo del quale era stato conseguito, all’atto della presentazione, un immediato risparmio rispetto alle somme dovute quale debito previdenziale. (Nella fattispecie l’indebito è risultato inferiore alla soglia di punibilità di cui al comma 2 dell’art. 316- ter cp con riconduzione del fatto ad illecito amministrativo con conseguente annullamento senza rinvio della sentenza).

Corte di Cassazione, sezione VI, sentenza 27 febbraio 2020, n. 7963

Integra il delitto di indebita percezione di erogazioni a danno dello Stato ex articolo 316-ter c.p., e non quelli di truffa o di appropriazione indebita o di indebita compensazione  la condotta del datore di lavoro che, esponendo falsamente di aver corrisposto al lavoratore somme a titolo di indennità per malattia, assegni familiari e cassa integrazione guadagni, ottiene dall’I.N.P.S. il conguaglio di tali somme, in realtà non corrisposte, con quelle da lui dovute a titolo di contributi previdenziali e assistenziali, così percependo indebitamente dallo stesso istituto le corrispondenti erogazioni. Qualora la somma indebitamente percepita sia inferiore ad Euro 3.999,96 il fatto deve essere ricondotto nell’alveo dell’illecito amministrativo, ex articolo 316-ter, comma 2, c.p., con annullamento senza rinvio della sentenza perché il fatto non costituisce reato.

Corte di Cassazione, sezione II, sentenza 19 febbraio 2019, n. 7600

Integra il delitto di indebita percezione di erogazioni a danno dello Stato ex art. 316-ter cod. pen., la condotta del datore di lavoro che, esponendo falsamente di aver corrisposto al lavoratore somme a titolo di indennità per malattia, assegni familiari e cassa integrazione guadagni, ottenga dall’I.N.P.S. il conguaglio di tali somme, in realtà non corrisposte, con quelle da lui dovute a titolo di contributi previdenziali e assistenziali, così percependo indebitamente dallo stesso istituto le corrispondenti erogazioni.

Corte di Cassazione, sezione II, sentenza 1 dicembre 2016 n. 51334

Integra il delitto di indebita percezione di erogazioni a danno dello Stato ex art. 316-ter cod. pen., e non quelli di truffa o di appropriazione indebita o di indebita compensazione ex art. 10-quater D.Lgs. 10 marzo 2000, n. 74, la condotta del datore di lavoro che, esponendo falsamente di aver corrisposto al lavoratore somme a titolo di indennità per malattia, assegni familiari e cassa integrazione guadagni, ottiene dall’I.N.P.S. il conguaglio di tali somme, in realtà non corrisposte, con quelle da lui dovute a titolo di contributi previdenziali e assistenziali, così percependo indebitamente dallo stesso istituto le corrispondenti erogazioni.

(In motivazione, la S.C. ha precisato che queste ultime possono consistere anche nell’esenzione dal pagamento di una somma altrimenti dovuta, non essendo necessario l’ottenimento di una somma di denaro).

Corte di Cassazione, sezione II, sentenza 19 aprile 2016, n. 15989

Maltrattamenti in azienda

La condotta persecutoria e maltrattante del datore di lavoro in danno del dipendente rileva esclusivamente in presenza di un rapporto interpersonale caratterizzato dal tratto della « para-familiarità »

In tema di art. 572 c.p., la condotta persecutoria e maltrattante del datore di lavoro in danno del dipendente rileva esclusivamente in presenza di un rapporto interpersonale caratterizzato dal tratto della « para-familiarità », che si caratterizza per la sottoposizione di una persona all’autorità di un’altra in un contesto di prossimità permanente, di abitudini di vita (anche lavorativa) e di affidamento, fiducia e aspettative del sottoposto rispetto all’azione di chi ha ed esercita su di lui l’autorità caratterizzata da ampia discrezionalità ed informalità, e non può essere desunta dal dato — meramente quantitativo — costituito dal numero dei dipendenti presenti nel contesto lavorativo.

Si potranno ravvisare gli estremi della para-familiarità allorché ci si trovi in presenza di una relazione stretta e continuativa (come nel caso della collaborazione domestica svolta in ambito familiare) o comunque connotata da un rapporto di soggezione e subordinazione del dipendente rispetto al titolare che gestisca l’azienda con atteggiamento « padronale ».

Cassazione penale sez. VI, 07/06/2018, n.39920

Ai fini della sussumibilità nella fattispecie incriminatrice dei maltrattamenti nei confronti di lavoratori dipendenti, ex art. 572 c.p., l’esistenza di una situazione di para-familiarità – che si caratterizza per la sottoposizione di una persona all’autorità di un’altra in un contesto di prossimità permanente, di abitudini di vita (anche lavorativa) proprie e comuni alle comunità familiari – e di uno stato di soggezione e subalternità del lavoratore va verificata avendo riguardo non al numero dei dipendenti in azienda, né alla durata del rapporto di lavoro, o alla direzione delle condotte discriminatorie nei confronti di una pluralità di soggetti ed alla reazione della vittima, bensì, da un lato, alle dinamiche relazionali in seno all’azienda tra datore di lavoro e lavoratore; dall’altro, all’esistenza o meno di una condizione di soggezione e subalternità.

Cassazione penale sez. VI, 22/10/2014, n.53416

Ai fini della sussumibilità del mobbing nella fattispecie incriminatrice dei maltrattamenti ex art. 572 c.p., l’esistenza di una situazione para-familiare e di uno stato di soggezione e subalternità del lavoratore va verificata avendo riguardo non al numero dei dipendenti in azienda, alla durata del rapporto di lavoro, alla reiterazione delle condotte discriminatorie nei confronti di una pluralità di soggetti ed alla reazione della vittima, bensì, da un lato, alle dinamiche relazionali in seno all’azienda tra datore di lavoro e lavoratore; dall’altro, all’esistenza o meno di una condizione di soggezione e subalternità.

Cassazione penale sez. VI, 22/10/2014, n.53416

Il reato di maltrattamento in famiglia nel luogo di lavoro è configurabile solo qualora l’azienda abbia dimensioni ridotte dal punto di vista spaziale, personale e organizzativo, tale da equiparare le relazioni tra le persone (datore di lavoro o equiparato e lavoratori) a quelle esistenti tra componenti di una famiglia in senso stretto.

Cassazione penale sez. VI, 05/03/2014, n.13088

Mobbing, calunnia e reati

In tema di calunnia è indispensabile accertare se i fatti di reato si siano verificati e non se rientrino in una determinata fattispecie. (Il g.i.p. investito della richiesta di archiviazione del p.m. per il reato di calunnia a seguito di una denuncia di mobbing, non costituendo maltrattamenti in famiglia, restituiva gli atti al p.m. per procedere ad ulteriori indagini volte a verificare se i fatti si erano realizzati).

Tribunale La Spezia sez. uff. indagini prel., 17/06/2016

Il mobbing può integrare reato di maltrattamenti solo se il rapporto tra datore di lavoro e dipendente assume natura para familiare.

Le pratiche persecutorie realizzate ai danni del lavoratore dipendente e finalizzate alla sua emarginazione (c.d. “mobbing”) possono integrare il delitto di maltrattamenti in famiglia esclusivamente qualora il rapporto tra il datore di lavoro e il dipendente assuma natura para-familiare, in quanto caratterizzato da relazioni intense ed abituali, da consuetudini di vita tra i soggetti, dalla soggezione di una parte nei confronti dell’altra, dalla fiducia riposta dal soggetto più debole del rapporto in quello che ricopre la posizione di supremazia. (Fattispecie in cui è stata esclusa la configurabilità del reato in relazione alle condotte poste in essere dai superiori in grado nei confronti di un appuntato dei Carabinieri). 

Cassazione penale sez. VI, 13/02/2018, n.14754

Il mobbing deve sostanziarsi in una condotta del datore di lavoro o del superiore gerarchico, complessa, continuata e protratta nel tempo, tenuta nei confronti del dipendente nell’ambiente di lavoro, che si manifesta con comportamenti intenzionalmente ostili, reiterati e sistematici, esorbitanti od incongrui rispetto all’ordinaria gestione del rapporto, espressivi di un disegno in realtà finalizzato alla persecuzione o alla vessazione del medesimo dipendente, tale da provocare un effetto lesivo della sua salute psicofisica. Pertanto, ai fini della configurabilità della condotta lesiva da mobbing, va accertata la presenza di una pluralità di elementi costitutivi, dati in particolare dalla molteplicità e globalità di comportamenti a carattere persecutorio, illeciti o anche di per sé leciti, posti in essere in modo miratamente sistematico e prolungato contro il dipendente secondo un disegno vessatorio; dall’evento lesivo della salute psicofisica del dipendente, dal nesso eziologico tra la condotta del datore o del superiore gerarchico e la lesione dell’integrità psicofisica del lavoratore; dalla prova dell’elemento soggettivo, cioè dell’intento persecutorio.

E’ stato, quindi, ritenuto che la sussistenza di condotte mobizzanti deve essere qualificata dall’accertamento di precipue finalità persecutorie o discriminatorie, poiché proprio l’elemento soggettivo finalistico consente di cogliere in uno o più provvedimenti e comportamenti, o anche in una sequenza frammista di provvedimenti e comportamenti, quel disegno unitario teso alla dequalificazione, svalutazione o emarginazione del lavoratore pubblico dal contesto organizzativo nel quale è inserito che è imprescindibile ai fini dell’enucleazione del mobbing.

Conseguentemente, un singolo atto illegittimo o anche più atti illegittimi di gestione del rapporto in danno del lavoratore, non sono, di per sé soli, sintomatici della presenza di un comportamento mobizzante (nel caso di specie, è stato escluso che gli accadimenti poco piacevoli percepiti e interiorizzati dal ricorrente come tasselli di un progressivo quadro persecutorio e di ostilità nei propri confronti, denotassero quel carattere mirato, prolungato e sistematico, che deve necessariamente sussistere affinchè possa correttamente parlarsi di mobbing ).

T.A.R. Roma, (Lazio) sez. I, 28/04/2017, n.5028


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