Coronavirus, ecco come i medici stanno curando i malati

26 Marzo 2020
Coronavirus, ecco come i medici stanno curando i malati

I camici bianchi del San Raffaele raccontano quali sono i trattamenti per i pazienti che hanno contratto il Covid-19.

Non esistono cure ma negli ospedali delle zone focolaio, dove il Coronavirus si è diffuso per primo, i medici lottano ogni giorno per salvare vite. La nostra agenzia di stampa Adnkronos ci mette al corrente che l’ospedale San Raffaele ha messo a punto uno studio sui pazienti per conoscere meglio la malattia e i vari gradi di gravità. Proprio perché non c’è cura si procede per tentativi con terapie sperimentali.

Quelle testate in queste settimane in Italia utilizzano tutti farmaci in regime off-label, ovvero approvati ma indicati per altre patologie o addirittura non ancora approvati e somministrati a uso compassionevole, previa valutazione da parte del Comitato etico istituzionale.

Antivirali per rendere vita difficile al virus

La prima classe di farmaci sono gli antivirali, che impediscono cioè la replicazione del virus e aiutano il sistema immunitario a contenere l’infezione. I più utilizzati sono la Clorochina o l’Idrossiclorochina, molecole commercializzate già dal primo dopoguerra come farmaci contro la malaria, ma dotati anche di proprietà antivirali e antinfiammatorie. “Secondo i primi studi effettuati in Cina – dicono gli esperti – l’utilizzo di clorochina migliora la sintomatologia dei pazienti e riduce il periodo di degenza”.

Altri antivirali sono Kaletra*, solitamente impiegato per Hiv, e Remdesivir, sviluppato per Ebola ma che nei primi test di laboratorio era risultato efficace anche su un coronavirus (diverso da Sars-CoV-2). A differenza degli altri, non essendo mai stato approvato per il commercio, Remdesivir viene per ora somministrato a scopo compassionevole in terapia intensiva. “A breve dovrebbe però entrare nei primi trial clinici con pazienti in fasi meno avanzate della malattia”, dicono gli esperti.

Immunosoppressori per aiutare i polmoni

L’altra grande classe di farmaci usati sono quelli ad azione immunosoppressiva. “Una delle conseguenze di Covid-19 è infatti l’eccessiva infiammazione che si verifica a livello polmonare e che contribuisce in alcuni casi a gravi polmoniti e insufficienze respiratorie, per le quali può essere necessario il ricovero in terapia intensiva – spiega Lorenzo Dagna, primario dell’Unità di immunologia e reumatologia -. Ecco perché si è pensato di utilizzare molecole capaci di spegnere l’eccessiva risposta immunitaria e contribuire in questo modo alla ripresa funzionale dei polmoni”. In questo caso, la molecola più utilizzata è Tocilizumab, di cui si è parlato molto: un anticorpo monoclonale già in commercio per l’artrite reumatoide che agisce bloccando la produzione di Interleuchina-6 (Il-6), una molecola infiammatoria prodotta dal sistema immunitario in risposta a infezioni virali.

“Ma ce ne sono altre in sperimentazione, come Anakinra che agisce sull’interleuchina-1, o Sarilumab, che funziona ancora su Il-6, ma in maniera più intensa, o reparixin, che funziona su Il-8″.

L’utilizzo di farmaci di questo tipo “può deprimere tuttavia l’azione del sistema immunitario” dei pazienti che rischiano così di essere aggrediti da altre infezioni, evidenziano gli esperti. “Non è noto se questa depressione del sistema immunitario, possibilmente benefica nel controllare le prime fasi della polmonite Covid-19, possa determinare una meno efficace eliminazione del virus da parte del sistema immunitario stesso”, conclude Fabio Ciceri, vice direttore scientifico per la ricerca clinica dell’ospedale San Raffaele e primario dell’Unità di ematologia e trapianto di midollo. “Ecco perché bisogna agire con grande prudenza ed equilibrio”.


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