Coronavirus, l’altro nemico da combattere è lo stress

26 Marzo 2020
Coronavirus, l’altro nemico da combattere è lo stress

Proteggere tutti, in particolare i medici. Senza di loro non possiamo arrestare la malattia. Ma oltre al rischio contagio, il pericolo per i camici bianchi è non reggere al trauma.

Medici in prima linea”, si intitolava un vecchio telefilm americano con un giovane George Clooney. Più in prima linea dei camici bianchi, in questo momento, per fronteggiare l’emergenza coronavirus, non c’è nessuno. Li chiamiamo eroi ma sono uomini e donne, e come tutti noi – ma con qualche fondato motivo in più – temono di contrarre il virus. “Ho paura del contagio” è una delle frasi più ricorrenti anche per loro e, in generale, per tutti gli operatori sanitari in corsia. Ce lo racconta la nostra agenzia di stampa Adnkronos. Un dato che emerge dalle testimonianze raccolte dal centro di ascolto e supporto psicologico per personale sanitario attivato alcune settimane fa dall’ospedale San Luigi di Orbassano, nel Torinese.

”Dalle telefonate che stiamo ricevendo in questi giorni emergono diversi tipi di stati d’animo, paure, emozioni – racconta all’agenzia di stampa Giuseppe Maina, direttore della Psichiatria universitaria del San Luigi – ma ciò che colpisce di più perché riguarda gli operatori sanitari in genere, quindi medici, infermieri, oss, è l’imbarazzo e la vergogna di dire che si ha paura del contagio. Un sentimento molto umano e legittimo che noi cerchiamo di far comprendere nei nostri colloqui, da un lato rassicurandoli sul fatto che è normale avere paura, dall’altro invitandoli a razionalizzare sull’effettiva protezione offerta dai dispositivi individuali e a cercare di distaccarsi un po’ dal problema, pur continuando a lavorare con empatia”.

“Del resto – continua il direttore della Psichiatria universitaria del San Luigi di Orbassano, ai microfoni dell’Adnkronos – sono emozioni molto umane in questo periodo così difficile, che spinge, però qualche operatore ad adottare misure per evitare il contagio che fanno perfino tenerezza, come chi per evitare il contatto nella pausa del turno evita la mensa e va a pranzare in auto, posteggiata fuori dall’ospedale, o chi decide in autonomia di allontanarsi dai propri familiari e di vivere separatamente, lontano soprattutto da figli e anziani, con tutte le difficoltà che comporta organizzarsi con una seconda casa”.

E dopo, quando l’emergenza sarà finita quali saranno le conseguenze su chi in questi giorni è in prima linea a combattere l’epidemia? “Quello che capiterà dopo dal punto di vista psicologico e anche psichiatrico dovremo analizzarlo nel follow up – osserva ancora Maina – in alcuni casi potrebbero verificarsi veri e propri disturbi post traumatici da stress, pensiamo a quegli operatori che si sono trovati ad affrontare situazioni terribili, o forme di depressione e di timore protratto del contagio. Per ora l’antidoto principale a questi disturbi è la solidarietà psicologica e la riuscita: vedere che la maggior parte dei malati guarisce o che il paziente a cui ci si è casualmente affezionati ce la fa, sono gratificazioni che possono essere il vaccino migliore per dopo”, conclude.


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