Coronavirus: il Csm boccia le norme sulle carceri

26 Marzo 2020
Coronavirus: il Csm boccia le norme sulle carceri

A parere del Consiglio, sono inadeguate perché non incidono sul sovraffollamento e mancano i braccialetti elettronici per i detenuti da porre ai domiciliari.

Schiaffo del Consiglio superiore della magistratura al decreto legge Cura Italia nella parte relativa alle norme sulle carceri e sui detenuti che, secondo le previsioni, dovrebbero fruire dei domiciliari quando hanno un residuo di pena da scontare inferiore a 18 mesi, esclusi i reati più gravi.

Oggi il Csm, chiamato ad esprimere un parere su questi contenuti del decreto legge, ha approvato una risoluzione in cui si dichiara che “Le misure per contenere l’emergenza coronavirus nelle carceri sono inadeguate, soprattutto nella parte che prevede la detenzione domiciliare per i detenuti che abbiano una pena fino a 18 mesi, per l’indisponibilità di un effettivo domicilio per una gran parte dei potenziali beneficiari e perché condizionata all’utilizzo dei braccialetti elettronici che sono di fatto indisponibili. Le previsioni non incidono quindi sul sovraffollamento, che è la principale causa del rischio di contagio”.

La risoluzione è stata approvata dal plenum del Consiglio superiore della magistratura, come apprendiamo dall’Adnkronos, con 12 voti a favore, 7 contrari e 6 astenuti.

Durante la discussione, il consigliere togato Nino Di Matteo, noto magistrato antimafia palermitano, aveva dichiarato: “Siamo in presenza di un indulto mascherato“, contestando in particolare la concessione degli arresti domiciliari ai detenuti che hanno una pena residua fini a 18 mesi, una misura che “per lo scioglimento del cumulo delle pene rischia di essere applicata anche a soggetti condannati per reati gravi”.

Di Matteo, che così ha annunciato il suo voto contrario al parere sulle misure del Governo all’esame del plenum, ha definito “un guscio vuoto” le norme che hanno eliminato tra le condizioni ostative alla concessione dei domiciliari “il pericolo di fuga e la reiterazione del reato”, creando quindi un “automatismo che potrebbe prescindere dalla valutazione del magistrato di sorveglianza”.

“Senza l’assunzione della responsabilità politica di un indulto si scarica sulla magistratura di sorveglianza la responsabilità della scarcerazione”, ha denunciato il togato, che ha poi richiamato le rivolte dei detenuti e messo in evidenza il fatto che “la concessione di un beneficio in maniera indiscriminata rischia di apparire un cedimento dello Stato al ricatto di chi ha organizzato le rivolte nelle carceri”, dietro le quali ci sono “organizzazioni criminali“.

Una posizione che sostanzialmente coincide con quella già espressa dai sindacati della Polizia penitenziaria all’indomani del varo del decreto legge e di alcuni esponenti politici che equiparano le nuove norme ad uno svuotacarceri. Un’ipotesi che però il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, respinge fermamente: “Nessun indulto mascherato, ma solo 50 detenuti usciti, per giunta con la garanzia del braccialetto elettronico”.

“A sette giorni dall’entrata in vigore del decreto, circa 50 detenuti risulta abbiano beneficiato della misura”, ha detto il Guardasigilli alla Camera rispondendo a un’interrogazione della Lega sul numero dei detenuti che potranno usufruire della detenzione domiciliare. Ed ha precisato che dalla concessione dei domiciliari ai detenuti che abbiano da scontare una pena inferiore a 18 mesi “sono esclusi i condannati per corruzione, maltrattamenti in famiglia o stalking, così come vengono esclusi esplicitamente tutti i detenuti che abbiano subito nell’ultimo anno sanzioni disciplinari per comportamenti gravi o che abbiano partecipato alle rivolte dell’inizio di marzo: dunque, non c’è alcun premio per i rivoltosi”.

Ma il ministro è accusato anche dagli avvocati dell’Unione Camere Penali Italiane di non aver adottato i necessari provvedimenti urgenti contro il sovraffollamento carcerario e di non aver previsto l’adeguata dotazione di braccialetti elettronici, necessari ai detenuti per fruire delle scarcerazioni.

Così partono in Parlamento gli emendamenti per modificare le norme del decreto. Inizia Enrico Costa, deputato e responsabile nazionale Dipartimento Giustizia di Forza Italia, annunciando la richiesta di “immediato approvvigionamento di 10.000 braccialetti elettronici”, altrimenti – osserva il parlamentare – “la norma sulla detenzione domiciliare è un testo del tutto impalpabile, visto che in oltre una settimana ha interessato 50 detenuti, non uno di più. Si condiziona la concessione dei domiciliari alla disponibilità di braccialetti elettronici sapendo che a disposizione non ce ne sono, e questo è il risultato scontato. Nessun indulto mascherato, ma neanche il benché minimo rimedio al sovraffollamento carcerario. Con il risultato che scontenta tutti”.



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