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Merce pagata e non consegnata: è truffa?

27 Marzo 2020
Merce pagata e non consegnata: è truffa?

Hai ordinato online e la merce non arriva? Ecco cosa fare per far valere i tuoi diritti.

È facile parlare di truffa in caso di merce pagata e non consegnata. In realtà, il Codice penale scatta solo quando c’è un intento fraudolento del venditore, mascherato con abilità, rivolto a far cadere in errore l’acquirente. Chi fa un ordine online e si accorge che la merce non arriva potrebbe trovarsi dinanzi a un semplice inadempimento – dovuto a ritardo, incuria o difficoltà economiche – che non è passibile di denuncia. Inutile, quindi, minacciare la controparte di andare dai carabinieri se non si riceve quanto pagato in anticipo: l’unico modo per tutelare i propri diritti, a parte la tradizionale (e sempre opportuna) diffida scritta, è di procedere, in quel caso, con una causa civile. E non sempre il gioco vale la candela.

Se ti interessa l’argomento e vuoi sapere come difenderti in caso di merce pagata e non consegnata non devi far altro che leggere le poche righe che seguono. Commentando una recente sentenza della Cassazione [1], che chiarisce in quali ipotesi scatta il reato di truffa, è possibile farsi un’idea di cosa prevede in proposito la legge. Ma procediamo con ordine. 

Ho fatto un ordine online e la merce non arriva: che fare?

La prima cosa che farebbe una persona diligente è contattare il venditore o la piattaforma intermediaria (ad esempio, Amazon o eBay) per verificare se vi sono stati ritardi, difficoltà di consegna o errori nella gestione dell’ordine. In questo caso, peraltro, lo scambio di email servirà a precostituirsi una ulteriore prova del contratto, per quanto già il pagamento anticipato, fatto in via telematica, è più che sufficiente. Il passaggio del denaro dal conto corrente o dalla carta ricaricabile del cliente a quello del venditore è un valido indizio per dimostrare il rapporto che si è formato tra le parti.

Se alle email non si ottiene una risposta, né è possibile reperire telefonicamente il venditore, sarà opportuno tentare di risalire all’identità dell’azienda tramite una ricerca della denominazione sociale. Il nome della ditta, con la partita Iva e la sede legale, deve infatti essere, per legge, presente sul sito di chi fa e-commerce. 

Dalla partita Iva è poi possibile ricavare l’indirizzo di posta elettronica certificata che ogni azienda deve avere obbligatoriamente. Puoi consultare l’elenco al registro Ini-Pec. Una volta che avrai la Pec e/o l’indirizzo della sede legale, puoi inviare, in ultima istanza, una lettera di diffida con cui dai al venditore 15 giorni per adempiere al contratto. 

Tieni in ultimo conto che, se intendi usare il telefono per un sollecito, puoi sempre registrare la chiamata, trattandosi di attività lecita e consentita dalla legge. La registrazione potrà valere come prova in un eventuale processo.

Merce pagata ma non consegnata: è reato?

La truffa scatta tutte le volte in cui il venditore compie degli «artifici e raggiri» in modo da far dolosamente cadere in errore l’acquirente, facendogli credere che la merce pagata sarà consegnata. Insomma, ci deve essere, sin dall’inizio, l’intenzione di non adempiere al contratto. È, ad esempio, il caso di chi predispone un sito di e-commerce proponendo la vendita di merce che, in realtà, non ha e né è in grado di procurarsi. 

Solo in questi casi, quindi, è possibile denunciare la truffa contrattuale alla polizia postale o ai carabinieri.

Ma come fare a capire se si è caduti in una truffa online? Si pensi a chi indica, sul proprio sito, il nome di un’azienda che non esiste o una finta partita Iva o una sede sociale ove in realtà non esiste alcuna azienda. 

Sulla base di questi principi, la Cassazione, come detto in apertura, ha di recente condannato un uomo ad un anno di reclusione e 150 euro di multa per aver pubblicato online un annuncio relativo alla vendita di due cellulari inesistenti e per aver successivamente fornito rassicurazioni al compratore, in modo da farlo desistere dall’avvio di azioni legali. 

Porre in vendita online, utilizzando un sito ad hoc per l’e-commerce, prodotti in realtà inesistenti e riuscire a trovare clienti che effettuano concretamente il pagamento richiesto – per poi ritrovarsi con un pugno di mosche – vale una condanna per il reato di truffa.

Con parole più tecniche, la Cassazione ha detto che «porre un bene in vendita su un sito internet, pubblicizzandone le caratteristiche ed ingenerando la legittima aspettativa del compratore circa l’esistenza del prodotto e la validità della offerta, è condotta anche da sola idonea a configurare gli artifici ed i raggiri richiesti dalla norma penale». 

Entro quanto tempo deve arrivare la merce ordinata?

Se nel contratto con il venditore non è previsto un termine diverso di consegna, la merce pagata deve essere consegnata entro 30 giorni. Alla scadenza, l’acquirente può scegliere se: 

  • recedere dal contratto, ottenendo la restituzione dei soldi pagati e rinunciando anche alla consegna dell’oggetto;
  • attendere l’arrivo della merce ma chiedere una riduzione del prezzo se dal ritardo ha conseguito un danno specifico.

Chiaramente, poiché per far valere il ritardo nella consegna bisognerebbe avviare una causa, la cui durata non è mai inferiore a tre o quattro anni, sarà bene adottare una certa elasticità anche nei confronti dei ritardatari più incalliti.

Soluzioni alternative in caso di merce pagata e non consegnata

Se il venditore non è un truffatore, più di un’azione legale pesa una recensione negativa su internet. Questa, infatti, se effettuata con linguaggio moderato e rispondente ai fatti, non costituisce diffamazione e non va rimossa. 

Una via alternativa al tribunale è quella della mediazione. Si tratta di un meccanismo che la legge prevede come forma di soluzione alternativa della lite. L’acquirente dovrà recarsi presso un organismo di mediazione ove ha la propria residenza e lì raccontare l’episodio, portando con sé le prove del contratto e del pagamento. Il mediatore raccoglierà le dichiarazioni su un verbale che poi farà firmare al soggetto. Dopodiché, l’organismo di mediazione provvede a contattare il venditore, comunicando alle parti una data per un incontro conciliativo. Se l’acquirente, in questa sede, si fa assistere da un avvocato potrà, in caso di esito negativo dell’incontro, ricorrere direttamente al giudice. Il tentativo di mediazione è, infatti, un gradino necessario per poter recuperare i crediti di bassi importi. 


note

[1] Cass. sent. n. 198/20 del 7.01.2020.

Corte di Cassazione, sez. II Penale, sentenza 26 novembre 2019 – 7 gennaio 2020, n. 198

Presidente Gallo – Relatore Monaco

Ritenuto in fatto

La CORTE d’APPELLO di ANCONA, con sentenza in data 19/3/2019, confermava la sentenza pronunciata dal TRIBUNALE DI ASCOLI PICENO il 7/4/2017, nei confronti di DE AN. MA. in relazione a due ipotesi di reato di cui all’art. 640 CP.

1. Ma. De An. veniva rinviato a giudizio perché, con artifici e raggiri, costituiti dall’avere pubblicizzato la vendita di due telefoni cellulari su di un noto portale di annunci di compravendita online, avrebbe indotto Al. Vi. e Ra. Ma. a versare il prezzo senza procedere alla consegna del bene e così si sarebbe procurato un ingiusto profitto. Il Tribunale in composizione monocratica, ritenuta la sussistenza degli elementi costitutivi dei reati e la continuazione tra gli stessi, esclusa la recidiva contestata, aveva condannato l’imputato alla pena di anni uno di reclusione ed Euro 150,00 di multa. Avverso la sentenza ha presentato tempestivo appello l’imputato e la Corte territoriale, ritenute infondate le doglianze, ha confermato la condanna.

2. Avverso tale sentenza propone ricorso l’imputato che, a mezzo del difensore, deduce i seguenti motivi.

2.1. Violazione di legge e vizio di motivazione quanto alla ritenuta sussistenza degli elementi costitutivi dei reati contestati con particolare riferimento all’assenza degli artifici e raggiri. La difesa rileva che la Corte territoriale, pure a fronte di specifiche doglianze sul punto, avrebbe erroneamente individuato gli artifici e raggiri nella modalità di vendita, qualificate come “insidiose” laddove, di contro, la “pericolosità” del mezzo utilizzato era “ben conoscibile e conosciuta fin dall’inizio, quindi accettata, dalla persona offesa”. Manifestamente illogiche, poi, sarebbero le considerazioni in ordine alla “qualità” del sito utilizzato, definito, accreditato e ben conosciuto, a voler indicare che già tale elemento sarebbe idoneo a configurare la condotta del ricorrente come fraudolenta. Anche sotto tale profilo, atteso che i giudici di merito avrebbero in tal modo individuato l’elemento costitutivo de reato nella “mala fede”, d’altro canto, si evidenzierebbe l’erronea applicazione della legge penale. L’esistenza di un eventuale proposito di non adempiere, inoltre, non consentirebbe di qualificare i fatti nei termini della truffa ma, piuttosto, in quelli dell’insolvenza fraudolenta di cui all’art. 641 cod. pen.

2.2. Violazione di legge e vizio di motivazione quanto alla ritenuta sussistenza del reato di cui all’art. 640 cod. pen. piuttosto che di quello di cui all’art 641 cod. pen. Nel secondo motivo la difesa, evidenziando che la Corte territoriale avrebbe omesso di rispondere alla specifica doglianza sul punto, rileva che la qualificazione giuridica attribuita ai fatti sarebbe errata. Quanto accaduto, caratterizzato esclusivamente dal mancato adempimento ed in assenza di un “dolo iniziale”, infatti, dovrebbe al più essere qualificato come insolvenza fraudolenta e non come truffa.

Considerato in diritto

Il ricorso è inammissibile.

1. Le doglianze, dedotte sia nei termini della violazione di legge che afferenti la logicità e la completezza della motivazione della sentenza pronunciata dalla Corte Territoriale, sono manifestamente infondate.

La Corte, la cui motivazione si salda ed integra con quella del giudice di primo grado, ha infatti fornito corretta e congrua risposta alle critiche contenute nell’atto di appello ed ha esposto gli argomenti per cui queste non erano in alcun modo coerenti con quanto emerso nel corso dell’istruttoria dibattimentale.

In specifico.

La qualificazione giuridica attribuita ai fatti è corretta.

La condotta posta in essere dal ricorrente, caratterizzata dalla pubblicazione di una inserzione per la vendita di un telefono cellulare a prezzo conveniente e dalle rassicurazioni successivamente fornite alle persone offese circa l’esistenza del bene, configura gli artifici e raggiri.

Sul punto, d’altro canto, deve evidenziarsi che porre un bene in vendita su di un sito internet, pubblicizzandone le caratteristiche ed ingenerando la legittima aspettativa del compratore circa l’esistenza dello stesso e la validità dell’offerta, è condotta anche da sola idonea a configurare gli artifici ed i raggiri richiesti dalla norma.

Artifici e raggiri, d’altro canto, che nel caso di specie hanno trovato significativo riscontro e conferma anche nella condotta immediatamente successiva alla pubblicazione dell’annuncio e precedente la conclusione del contratto.

La circostanza che nel corso della trattativa vi siano stati dei contatti (telefonici nel primo caso ed a mezzo mail nel secondo) nei quali il sedicente venditore ha rassicurato il compratore della bontà dell’affare, infatti, conferma la sussistenza sia dell’elemento materiale che di quello psicologico, tipici del reato di truffa.

Il delitto di truffa, d’altro canto, si distingue da quello di insolvenza fraudolenta perché nella truffa la frode è attuata mediante la simulazione di circostanze e di condizioni non vere, artificiosamente create per indurre altri in errore, mentre nell’insolvenza fraudolenta la frode è attuata con la dissimulazione esclusivamente del reale stato di insolvenza dell’agente (da ultimo cfr. Sez. 2, 41421 del 11/9/2019, De Colombi, non massimata; Sez. 7, n. 16723 del 13/01/2015, Caroli, Rv. 263360).

Alla inammissibilità del ricorso consegue la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali, nonché, ai sensi dell’art. 616 c.p.p., valutati i profili di colpa nella determinazione della causa di inammissibilità emergenti dal ricorso (Corte Cost. 13 giugno 2000, n. 186), al versamento della somma, che si ritiene equa, di Euro duemila a favore della cassa delle ammende.

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di Euro duemila alla cassa delle ammende.

 


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