Coronavirus: quando aggredisce i polmoni

27 Marzo 2020
Coronavirus: quando aggredisce i polmoni

Se il Covid-19 colpisce i polmoni innesca un meccanismo letale ed è indispensabile la terapia intensiva; altre cure non sono praticabili. Quali sono le spie d’allarme.

Perché in alcune persone il coronavirus assomiglia ad una normale influenza o addirittura ad un semplice raffreddore mentre in molti altri provoca effetti letali? Non è soltanto una questione di età o di patologie pregresse; ci sono dei meccanismi di innesco dell’infezione che bisogna conoscere per intervenire tempestivamente e con le terapie adatte.

Lo spiega il medico rianimatore Luciano Gattinoni, ex direttore scientifico del Policlinico di Milano e presidente della Società mondiale di Terapia intensiva, in una intervista a La Stampa riportata anche dall’agenzia Adnkronos.

Quando il Covid-19 attacca i polmoni

Il Covid-19 “è un microrganismo che nella maggioranza dei casi non fa danni, ma in alcuni casi si attacca ai polmoni e diventa letale. In Germania ho visto dei pazienti e molti me li hanno sottoposti dall’Italia. La malattia si presenta in modi diversi e porta a una grave carenza di ossigeno“, afferma lo specialista.

Ma come si innesta l’infezione e quali rimedi ci sono in questi casi?

Come colpisce l’ossigenazione del sangue

“Mentre la polmonite colpisce gli alveoli – spiega Gattinoni -questa polmonite virale interstiziale tende a interferire sulla parte vascolare. Così i vasi sanguigni del polmone perdono potenza e causano l’ipossiemia, cioè la carenza di ossigeno nel sangue. Se viene l’ipossiemia il cervello compensa aumentando la respirazione, per questo i malati arrivano in ospedale apparentemente in forma. In realtà, si ha già una saturazione bassa dell’ossigeno nel sangue. Per aumentare il respiro si fa più pressione, il polmone si infiamma e il plasma filtra nell’interstizio”.

Come intervenire sulla polmonite interstiziale

Il meccanismo descritto è grave e perverso, richiede una terapia immediata: “si interrompe solo con un’intubazione di 10-15 giorni”, afferma il rianimatore. Cioè non ci sono altre terapie sostitutive da poter praticare in questi casi.

Infatti Gattinoni evidenzia che se non c’è posto in terapia intensiva “bisogna trovarlo perché casco e pronazione, lo dico io che l’ho ideata, sono palliativi. Intubando si permette al paziente di mantenersi dormiente finché le difese immunitarie vincono il virus. Al momento è l’unica cura. Non a caso muoiono di più quelli fuori dalla terapia intensiva che dentro”. Quanto invece, alle cure farmacologiche, il rianimatore sostiene: “al momento non ce ne sono di efficaci”.

Quando occorre la terapia intensiva

Dunque l’intubazione è sempre necessaria? Lo specialista risponde così: “Per stabilirlo andrebbe misurata la negatività della pressione con un catetere esofageo, ma ora negli ospedali non c’è tempo e si decide come in guerra: chi ha fame d’aria e fa rientrare le costole per respirare va intubato”.

Perciò la spia d’allarme è l’insufficienza respiratoria e quando l’ossigenazione del sangue, che può essere misurata anche da casa ed in telemedicina con il saturimetro, scende sotto determinati livelli di guardia  bisogna chiamare il 118 e ricoverarsi senza esitazioni in terapia intensiva o subintensiva a seconda delle scelte che i medici effettueranno.

Pazienti anziani: differenze nel trattamento?

Quanto alle scelte legate all’età dei pazienti, Gattinoni precisa: “Chi dice il contrario mente, ma è naturale con poco tempo e molto afflusso. Si valuta la probabilità che un paziente anziano possa sopravvivere a due settimane di intubazione. Ho sempre insegnato a provare per tutti un trattamento intensivo per 24 ore, ma ora non si riesce”.

Pertanto, la ricetta della terapia intensiva sembra unica per tutti i pazienti a prescindere dall’età e l’unica via d’uscita obbligata: solo intubando ed aiutando la respirazione si permette al paziente di far vincere le difese immunitarie.



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