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Posso ottenere il risarcimento per il tempo libero perso in una causa inutile?

7 Ottobre 2013
Posso ottenere il risarcimento per il tempo libero perso in una causa inutile?

Il mio vicino mi ha trascinato in tribunale per una causa pretestuosa, che ha perso sia in primo che in secondo grado: posso chiedere il risarcimento del tempo libero che ho, di conseguenza, perso per difendermi in questa causa inutile?

La Cassazione ha avuto più volte modo di chiarire che il tempo libero non è un diritto fondamentale della persona tutelato dalla costituzione o da altre norme di legge. Si tratta al contrario di un diritto “immaginario” [1]. La sua perdita, pertanto, non può dar luogo a un risarcimento del danno non patrimoniale.

La stessa cosa deve dirsi del danno da “perdita di tempo” che, altrimenti, sarebbe stato impiegato in attività più produttive rispetto a una causa inutile (come la gestione delle cose domestiche o, ancora, lo stesso lavoro).

L’unica alternativa che resta per chi è stato trascinato in causa pur avendo palesemente ragione è di chiedere una condanna della controparte al risarcimento del danno per la cosiddetta “lite temeraria[3]. La norma in questione punisce, infatti, chi sta in giudizio con mala fede (ossia “dolo”) oppure con una colpa grave.

Per “colpa grave” non si intende solo la semplice ostinazione nell’errata interpretazione delle norme, ma si deve trattare di un’imprudenza o trascuratezza elevata, per il mancato impiego di un minimo di diligenza, sufficiente a far avvertire l’ingiustizia della pretesa avanzata in causa [4].

In parole più semplici, il solo fatto di agire in giudizio per far valere una pretesa che alla fine si rileva infondata (anche se in tutti e due i gradi di giudizio, oltre alla Cassazione) non costituisce condotta di per sé rimproverabile; è invece necessaria la sussistenza del dolo o della colpa grave nella condotta processuale di chi agisce.

Per ottenere la condanna della controparte alla “lite temeraria”, non è necessario presentare una domanda al giudice: quest’ultimo, infatti, può liquidare il risarcimento anche d’ufficio.

Circa l’ammontare di tale risarcimento la legge non dice nulla a riguardo, né fissa alcun limite quantitativo, né massimo, né minimo [5]. Pertanto, la determinazione del giudice deve solo osservare un criterio equitativo, potendo essere calibrata anche sull’importo delle spese processuali o su un loro multiplo, con l’unico limite della ragionevolezza. Insomma, il giudice ha ampia discrezionalità in merito.


note

[1] Cass. sent. n. 21725/2012.

[2] Cass. sent. n. 94422/2011.

[3] Art. 96 cod. proc. civ.

[4] Cass. sent. n. 1788/1989.


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