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Coronavirus: il vero tasso di letalità in Italia

27 Marzo 2020 | Autore:
Coronavirus: il vero tasso di letalità in Italia

L’Ispi spiega come rapportare il numero dei casi positivi con i decessi. Partendo da un presupposto: i contagi sono circa 10 volte quelli ufficiali.

Si discute molto da settimane su quale siano i reali numeri relativi alle vittime del coronavirus. Recentemente, anche noi abbiamo sollevato la questione ponendo la domanda su come mai, a parità di contagi, la Germania contasse poco più di 200 morti mentre in Italia, quando la cifra dei casi positivi era pressappoco la stessa, ci fossero quasi 3mila. Oggi l’Ispi, l’Istituto per gli studi di politica internazionale, rende noto un dossier pubblicato dal sito del Corriere della Sera su come deve essere calcolato il tasso di letalità del Covid-19.

Secondo Matteo Villa, il ricercatore del programma migrazioni dell’Ispi che firma l’articolo, quel tasso di letalità del 9,9% attribuito all’Italia al 24 marzo 2020 non è credibile. L’Istituto stima che la percentuale delle persone decedute rispetto a quelle contagiate sia dell’1,14%. Una bella differenza. Basata su cosa? Basata su quello che abbiamo commentato nel nostro articolo sui casi in Lombardia, cioè sul fatto che il numero delle persone contagiate potrebbe essere molto più alto di quello ufficiale, poiché non tutte sono state sottoposte al tampone.

Restando alla data del 24 marzo, infatti, l’Ispi calcola che gli italiani contagiati dal Covid-19 siano circa 530mila, cifra ben superiore ai 55mila di cui parlava la Protezione civile tre giorni fa. Va da sé che con un numero i casi positivi 10 volte superiore a quello ufficiale, quello relativo ai decessi (per quando drammatico sia, comunque) si propone in una percentuale molto più bassa. Risulta improprio dunque parlare di un tasso di letalità che sfiora il 10% e paragonarlo al 4% della Cina o allo 0,5% della Germania. Sarebbe più opportuno – ritiene il ricercatore dell’Ispi – «confrontare la letalità apparente con la letalità plausibile per tracciare meglio la curva dei contagi in Italia, seguendo in maniera più realistica l’andamento dell’epidemia».

Tasso di letalità: differenza tra apparente e plausibile

Il ricercatore dell’Ispi, nel suo articolo pubblicato dal corriere.it, sostiene che nel tasso di letalità da coronavirus reso finora ufficiale ci sia ben poco di plausibile. Ma, innanzitutto, chiarisce la differenza tra letalità e mortalità che, in questo caso, non sono due termini da usare come sinonimi.

Per letalità si intende il numero di persone che muoiono sul totale di quelle contagiate. La mortalità, invece, indica la cifra totale delle persone decedute in Italia sul totale della popolazione, compresa, quindi, quella sana. Villa fa questo esempio: «Se in un paese di 100 abitanti ci sono 10 contagiati e 5 morti, il tasso di letalità sarà del 50% ma il tasso di mortalità sarà solo del 5%».

C’è, poi, da distinguere tra letalità apparente e letalità plausibile. Va sottolineato – continua il ricercatore dell’Ispi – che quando scoppia un’epidemia c’è solo un modo per sapere quante persone siano contagiate, cioè sottoporre i cittadini al tampone. I problemi sono due. Il primo: il test non viene fatto quasi mai alle persone asintomatiche che stanno bene e che nemmeno richiedono il tampone. Il secondo: anche volendo, sarebbe impossibile in Italia effettuare 60 milioni di tamponi alle altrettante persone che vivono nel nostro territorio nazionale.

Partendo da questi concetti si arriva alla differenza tra letalità apparente e letalità plausibile. La prima riguarda le persone che formano la punta dell’iceberg (o della piramide, per dirla in termini più statistici). Il calcolo della letalità viene effettuato mettendo a rapporto il numero dei decessi con quello dei casi accertati. La letalità plausibile, invece, tiene in considerazione la base della piramide, cioè la stima del totale dei contagi, per confrontarla con il numero di decessi confermati. Un calcolo più complicato ma che può fornire un’idea più realistica di come stanno effettivamente le cose.

Tasso di letalità: che è successo in Italia?

Il ricercatore dell’Ispi passa a rassegna un po’ di numeri da quando, il 21 febbraio scorso, è stato dichiarato ufficialmente il primo contagio da coronavirus in Italia, quello del 38enne di Codogno. Nei primi giorni – scrive Villa sul Corsera – il tasso di letalità si aggirava attorno al 3%, mentre nella settimana tra il 25 febbraio ed il 1° marzo era sceso al 2%. Poi, la scalata fino ad arrivare al 9,9% del 24 marzo. Perché? Perché fino alla fine di febbraio, spiega Villa, le Regioni avevano aumentato il numero dei tamponi, mentre da quella data in poi si sono adeguate alle direttive del Governo per non stressare gli ospedali ed hanno effettuato meno test. Fare meno tamponi significa avere meno persone positive accertate, il che, come abbiamo visto, fa aumentare la percentuale in rapporto con i decessi.

In conclusione: secondo il ricercatore dell’Ispi, «in Italia non sembra essere presente un ceppo molto più letale di coronavirus rispetto al resto del mondo. A parità di contagiati – spiega Matteo Villa – è naturale attendersi un numero di morti più alto in Italia che in Cina perché la popolazione italiana è nettamente più anziana di quella cinese e il virus colpisce in maniera più grave proprio le classi d’età più avanzata. Solo nei prossimi mesi e anni sarà possibile indagare eventuali variazioni». Nel frattempo, aggiunge il ricercatore, «è inevitabile procedere con misure di lockdown per evitare che le tante persone malate e non monitorate contagino un numero elevato di persone sane».


note

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