Coronavirus: l’idea della patente di immunità per poter lavorare

28 Marzo 2020
Coronavirus: l’idea della patente di immunità per poter lavorare

Test ai sintomatici e ai guariti e autorizzazione alla ripresa delle attività a chi è immunizzato contro il Covid-19: gli esperti iniziano a convergere verso questa soluzione.

In questi giorni di massima emergenza per il contenimento del coronavirus e di pieno vigore delle restrizioni – che sicuramente saranno prorogate per almeno altre due settimane e probabilmente fino al 4 maggio e oltre – molti si chiedono come sarà possibile continuare senza poter uscire di casa e soprattutto senza lavorare.

Il pericolo evidente di un allentamento della stretta è quello della ripresa dei contagi, che vanificherebbe tutti gli sforzi finora compiuti; ma dall’altro lato c’è da considerare che la chiusura di fabbriche, negozi e uffici non può essere protratta troppo a lungo, altrimenti alcuni lavoratori privi di reddito non ce la farebbero nemmeno a sfamarsi (e infatti si sta seriamente pensando alla misura tampone del reddito di emergenza) e il tessuto produttivo delle imprese non potrebbe più risollevarsi.

Così gli scienziati guardano oltre l’attuale emergenza e intravedono alcune possibili soluzioni che l’epidemiologia e la tecnologia rendono concretamente praticabili. L’Adnkronos Salute ha interpellato oggi due esperti, l’epidemiologo Pierluigi Lopalco e il componente italiano dell’Oms Walter Ricciardi. Da entrambi arrivano utili indicazioni per capire quello che potrà succedere nel prossimo futuro a cittadini, lavoratori, studenti e imprenditori.

”Serve una strategia urgente” per ripartire, riprendere a circolare, sostiene Lopalco, che innanzitutto avverte: non si può fare una riapertura rapida di scuole e fabbriche “senza rischiare una ripresa incontrollata dell’epidemia”.

Così c’è da interrogarsi su un punto fondamentale, che Lopalco definisce “un pezzo importante di conoscenza scientifica che manca: quanti sono stati realmente gli italiani che sono venuti in contatto con il virus? Quanti hanno sviluppato anticorpi protettivi? Questa informazione è importantissima perché potremmo conoscere l’entità della circolazione fra i portatori asintomatici e farci un’idea delle classi di età che prima di altre potranno essere riammesse in comunità più o meno chiuse”.

La proposta di riprendere a uscire e a lavorare per fasce di età partendo dai giovani e arrivare in seguito agli anziani era già stata adombrata ma adesso con le parole di Lopalco acquisisce una base scientifica perché – evidenzia l’epidemiologo “avendo un test affidabile, poi, potremmo addirittura dare la ‘patente‘ di immunizzato a singoli cittadini che potrebbero tranquillamente rimettersi a lavorare”.

Questo metodo però varrebbe per i lavoratori ma non per gli studenti perché – spiega Lopalco – “E’ vero che bambini ed adolescenti superano questa infezione in tutta tranquillità, i casi gravi sono davvero sporadici, ma è anche vero che in Italia non esistono college e gli studenti, dopo essersi scambiati amabilmente i virus, li riportano in famiglia da genitori e nonni”.

Walter Ricciardi condivide l’impostazione del collega quando afferma che “Ora la chiusura è un aspetto indispensabile, ma bisognerà attrezzarsi” e individua la via d’uscita nel percorso, ispirato al modello coreano, basato sulle tre fasi successive del “contenimentotesttracciamento hi-tech”. Il suggerimento è quello di abbandonare il modello monoblocco del ‘tutti a casa’ senza differenziazioni e fare, invece,”un contenimento individuale, attestata la specificità dello stato infettivo di ciascuno“.

Per verificare questa condizione si potrebbe applicare “adesso la strategia del test ai sintomatici precoci anche lievi, con un solo sintomo, e poi farlo anche ai guariti che hanno fatto decorrere la malattia a casa” in modo da identificare lo “status infettivologico” e in relazione a quanto emerge abbinarlo a un “tracciamento ipertecnologico” degli spostamenti.

Così – osserva Ricciardi – si potrebbe “consentire alle persone non infette di muoversi e lavorare e alle persone con status pericoloso per sé e gli altri di stare a casa. Sarebbe una nuova ‘anormalità’, qualcosa che “sono fiducioso potrebbe avvenire anche nel mese di maggio“.

Nell’immediato, invece, “le prospettive sono che è necessario continuare il contenimento”. Ma quanto durerà questo stato di emergenza e di sorveglianza? Per Ricciardi torneremo alla normalità “solo quando si sarà trovato un vaccino e questo richiederà tempo 12-18 mesi circa, o una cura per cui ci vorrà “forse meno, se siamo fortunati a identificare il prodotto giusto”.

Durante questo lungo periodo che potrà durare da qui a un anno e oltre, quindi, secondo il parere dei due scienziati Lopalco e Ricciardi ci sarebbe la strategia del contenimento mirato, grazie ai test, alla patente di immunità e al tracciamento degli spostamenti.

Ma tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare e infatti Ricciardi puntualizza che “Non c’è dubbio che è un argomento delicato e dobbiamo lavorarci”. Su questo fronte, dice, “stanno già lavorando il ministero della Salute e dell’Innovazione tecnologica e il Garante della privacy. Io sono convinto che è l‘unica strada. Non sarà facile, certo. Ma è la strada su cui andranno avanti anche i tedeschi, i francesi e altri. Contenimento, test e tracciamento tecnologico”. Per questo “bisogna urgentemente mettere in piedi un gruppo di lavoro che elabori una strategia e dica a tutti noi quando e in che modo potremo riprendere le nostre attività”, conclude.



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