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Un avvocato può fare causa all’ex cliente?

30 Marzo 2020
Un avvocato può fare causa all’ex cliente?

Studi legali: il divieto di assumere incarichi contro l’ex cliente e il codice deontologico. 

Tempo fa, avevi dato mandato a un avvocato per difenderti in una vertenza giudiziaria. Dopo che la lite è stata definita, non vi siete più sentiti. Oggi, però, hai ricevuto una sua lettera con cui questi, assunta la difesa di un tuo avversario, ti dà sette giorni di tempo per ottemperare a un ordine; in caso contrario, ti citerà in tribunale. 

Rimani trasecolato: anche se il vostro rapporto era puramente professionale e non d’amicizia, non credevi che il tuo vecchio difensore potesse rivolgersi contro di te. È lecito questo comportamento? Un avvocato può fare causa all’ex cliente?

La questione è disciplinata dal codice deontologico forense: come si vedrà a breve, esiste un limite temporale entro cui un legale non può agire contro chi, in precedenza, gli ha conferito mandato. Ma esistono anche dei casi in cui tale limite non si applica e il divieto opera “ad oltranza”.

Sulla questione si è pronunciato più volte il Cnf, il Consiglio nazionale forense, il quale ha sentenziato: l’avvocato ha facoltà di assumere incarichi contro un ex cliente ma soltanto nel rispetto di determinate condizioni, pena l’andare incontro a sanzione disciplinare certa [1]. 

Cerchiamo dunque di vedere quali sono i diritti del cliente “tradito”.

Quando l’avvocato non può far causa all’ex cliente

Ai sensi dell’art. 68 del Codice deontologico forense, l’assunzione di un incarico contro un ex-cliente da parte dell’avvocato è ammessa soltanto quando siano trascorsi almeno due anni dalla cessazione del rapporto professionale e l’oggetto del nuovo incarico sia estraneo a quello espletato in precedenza.

Tali condizioni, peraltro, devono ricorrere congiuntamente.

Corrado e Giovanna si separano e, dopo un anno, divorziano. In entrambi i giudizi, Corrado si fa assistere dall’avvocato Tullio. Senonché, dopo tre anni dalla sentenza di divorzio, Giovanna fa causa a Corrado per chiedere un aumento dell’assegno di mantenimento in precedenza fissato dal tribunale. A tal fine, chiede all’avvocato Tullio di difenderla, il quale accetta l’incarico. Tullio, però, commette illecito disciplinare: infatti, seppur sono passati più di due anni dalla cessazione del precedente incarico, l’affare a cui si riferisce il nuovo mandato è lo stesso di quello precedente. Le cose sarebbero andate diversamente se Tullio avesse fatto causa a Corrado – sempre dopo due anni – per ottenere il risarcimento a seguito del licenziamento illegittimo dalla ditta dell’ex marito proprio a seguito del divorzio.

Quando l’avvocato non può mai fare causa all’ex cliente

Il divieto di fare causa all’ex cliente non è soggetto ad alcun limite temporale se: 

  • l’oggetto del nuovo incarico è connesso a quello espletato in precedenza;
  • o quando assiste un coniuge o un convivente contro l’altro dopo averli assistiti congiuntamente in controversie di natura familiare;
  • o quando abbia assistito il minore in controversie familiari e poi dovesse assistere uno dei genitori in successive controversie aventi la medesima natura o viceversa.

Se l’avvocato sfrutta i dati riservati del cliente

Se anche è vero che, dopo due anni dal precedente incarico, l’avvocato può far causa al proprio ex cliente, in ogni caso, questi non può utilizzare contro di lui notizie acquisite da quest’ultimo proprio in ragione del vecchio rapporto professionale. 

Cosa rischia l’avvocato che fa causa al proprio cliente?

La violazione delle regole appena evidenziate costituisce, però, solo un illecito disciplinare. Questo significa che il giudizio contro l’ex cliente resta comunque valido e non è possibile contestare un’eventuale sentenza di condanna. Né è possibile chiedere un risarcimento del danno contro l’avvocato traditore. In capo a quest’ultimo, resta solo una responsabilità deontologica nei confronti dell’Organismo di sorveglianza disciplinare. L’art. 68 del Codice disciplinare, infatti, stabilisce che la violazione dei divieti in questione comporta l’applicazione della sanzione disciplinare della sospensione dall’esercizio dell’attività professionale.

La sospensione può essere: 

  • da 2 a 6 mesi in caso di assunzione di un incarico professionale contro una parte già assistita in precedenza, prima di due anni; oppure in caso di assistenza in favore di uno dei due coniugi in precedenza assistiti congiuntamente;
  • da uno a tre anni in tutti gli altri casi.

L’avvocato può far firmare la pratica a un collega di studio?

Che succede però se l’avvocato, per eludere il divieto, fa firmare gli atti contro il proprio cliente a un collega dello stesso studio in modo da non apparire personalmente? Secondo il Cnf [3], il divieto vale anche per la difesa assunta con un prestanome. Difatti, «l’avvocato ha l’obbligo di astenersi dal prestare attività professionale quando questa determini un conflitto di interessi configgenti con la controparte che sappia assistita da avvocato che eserciti la professione nei suoi stessi locali». Non appare conforme al decoro anche il tentativo di eludere specifiche norme deontologiche.

Se c’è il consenso dell’ex cliente

Ci si è chiesto, infine, se l’avvocato possa superare i limiti imposti dal codice deontologico se autorizzato dal proprio ex cliente. La risposta data sempre dal Consiglio Nazionale Forense è affermativa [4]: se il soggetto – alla cui tutela la norma è in parte orientata -, autorizza espressamente il professionista a non tener conto del divieto, lo libera dal vincolo impostogli dalla norma deontologica.


note

[1] Consiglio Nazionale Forense, sent. n. 70/2019.

[2] Art 68 cod. deontologico forense.

[3] Consiglio Nazionale Forense, sent. n. 80/2015, sent. n. 141/2018.

[4] Consiglio Nazionale Forense sent. del 16 ottobre 2018, n. 123


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