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Avvocato che non informa il cliente

30 Marzo 2020
Avvocato che non informa il cliente

Obbligo di trasparenza e informazione del legale nei confronti dell’assistito: quando è possibile chiedere il risarcimento del danno. Tutti gli esempi.

Cosa fare se l’avvocato non informa il cliente sull’andamento della causa, su eventuali offerte transattive presentate dalla controparte, sulla possibilità di fare appello contro una sentenza negativa, su strategie alternative che consentano di ottenere lo stesso risultato in tempi più brevi? 

La trasparenza e la correttezza rientrano nei doveri di «buona fede» che il codice civile impone nell’esecuzione di qualsiasi contratto; tuttavia, per i legali, gli obblighi sono molto più pregnanti e severi. Non poche volte la giurisprudenza ha condannato l’avvocato che non informa il cliente in merito a fatti rilevanti inerenti al mandato ricevuto.

In questa breve guida di occuperemo delle pronunce più interessanti che hanno visto condannati i legali poco trasparenti. Ma procediamo con ordine.

Dovere di informazione

Come noto, prima del conferimento dell’incarico l’avvocato deve fornire al cliente – anche se questi non lo chiede – un preventivo scritto. Il preventivo costituisce un vincolo per l’avvocato, derogabile solo nel caso in cui sopraggiungano complicazioni non prevedibili prima del giudizio (si pensi alla chiamata in giudizio di terzi che implichi un aggravamento della difesa).   

Le parti sono libere di stabilire qualsiasi entità del compenso. È possibile, ad esempio, un compenso: 

  • a tempo;
  • in misura forfetaria;
  • in base al tempo di erogazione della prestazione;
  • per singole fasi o prestazioni o per l’intera attività;
  • a percentuale sul valore dell’affare o su quanto si prevede possa giovarsene il cliente.

Sono invece vietati i patti con i quali l’avvocato percepisce come compenso in tutto o in parte una quota del bene oggetto della prestazione o della ragione litigiosa (cosiddetto divieto del “patto di quota lite”).

Se manca l’accordo tra le parti e sorge una lite sull’entità della parcella dell’avvocato, sarà il giudice a determinare il corrispettivo sulla base delle parcelle professionali istituite dal DM Giustizia 10 marzo 2014 n. 55. 

Leggi: Obbligo di preventivo avvocato.

Oltre all’obbligo di preventivo che, come detto, deve essere sempre scritto, l’avvocato ha anche un dovere di informazione che, invece, può essere reso in forma orale. In particolare il legale deve informare il cliente circa: 

  • il livello di complessità dell’incarico; 
  • la possibilità di avviare una mediazione per definire in via stragiudiziale la controversa; 
  • i dati della propria polizza assicurativa per gli eventuali danni provocati nell’esercizio dell’attività professionale (compresa quella per la custodia di documenti, somme di denaro, titoli e valori ricevuti in deposito dai clienti).

Secondo la giurisprudenza, il dovere di informazione non si limita solo al conferimento dell’incarico ma permane per tutta l’esecuzione del mandato, quindi anche in corso di causa. 

In cosa consiste il dovere di informazione dell’avvocato?

Secondo i chiarimenti della Cassazione [1], l’avvocato è obbligato a informare il cliente su ogni aspetto, anche controverso o negativo, delle questioni che lo riguardano. 

L’avvocato ha poi il dovere, sia all’atto del conferimento del mandato che nel corso dello svolgimento del rapporto, di dissuadere il cliente dall’intraprendere o proseguire un giudizio dall’esito probabilmente sfavorevole o dall’attuare strategie processuali errate. In più deve informarlo tutte le volte in cui il giudizio potrebbe volgere al peggio. Egli infatti è tenuto a rappresentare all’assistito tutte le questioni che impediscono il raggiungimento del risultato o comunque che implichino un aumento del rischio. 

L’avvocato non può giustificarsi del cattivo esito del processo addebitando la colpa all’assistito e al fatto che questi gli avrebbe imposto una linea difensiva sbagliata: è lui l’unico tecnico ed ha pertanto l’obbligo di indirizzare il cliente per il meglio. 

Nel caso in cui dovessero sorgere contestazioni tra le parti, spetta all’avvocato dimostrare di aver rispettato i suoi obblighi fornendo tutte le informazioni previste dalla legge. La semplice firma dell’assistito sulla procura non è sufficiente a dimostrare una compiuta informazione in ordine a tutte le circostanze indispensabili sull’opportunità o meno d’iniziare un processo.

Avvocato non informa il cliente: è responsabile?

L’obbligo informativo scaturisce non solo dal codice deontologico (ragione per cui la sua violazione implica una responsabilità disciplinare) ma anche dal codice civile [2]. Pertanto l’avvocato poco trasparente non solo sarà sanzionato dall’ordine di competenza, ma può essere anche citato dal cliente in una causa di risarcimento del danno.

Ecco alcuni esempi di responsabilità del legale:

  • l’avvocato perde la causa ma non avvisa il cliente della possibilità di un appello potenzialmente favorevole;
  • l’avvocato riceve dalla controparte una offerta di bonario componimento ma dimentica di informare di ciò il proprio cliente, facendo così proseguire la causa;
  • l’avvocato non informa il cliente della possibilità di accedere al gratuito patrocinio, facendogli così pagare la propria parcella [3];
  • l’avvocato non informa il cliente di un possibile esito sfavorevole della causa [4]; 
  • l’avvocato non comunica al cliente la sentenza non appena uscita per nascondergli la sconfitta [5];
  • l’avvocato accetta il mandato dal cliente ma non gli dice che la causa ha scarse possibilità di successo. Difatti, qualora il difensore si accorga della infondatezza della pretesa o delle ragioni vantate dal cliente, deve dargliene comunicazione divenendo egli, in difetto, responsabile (dovrà quindi rimborsargli le spese processuali) [6];
  • l’avvocato non comunica di aver rinunciato al mandato o di aver abbandonato la causa [7];
  • l’avvocato, anche dopo la morte del cliente, prosegue la causa senza dire nulla agli eredi [8].

note

[1] Cass. sent. n. 19520/2019.

[2] Combinato disposto di cui agli artt. 1176, comma 2, e 2236 cod. civ. Cfr. Trib. Siena, sent. n. 269/2019: «Il principio di buona fede permea tutto il rapporto contrattuale, dalla fase precontrattuale fino alla sua esecuzione e interpretazione e la correttezza (buona fede in senso oggettivo) rappresenta il metro di comportamento per i soggetti del rapporto obbligatorio il cui contenuto non è a priori esattamente determinato, necessitando di un’opera di concretizzazione valutativa, in riferimento agli interessi in gioco ed alle caratteristiche del caso concreto e attraverso l’art. 1175 c.c. coordinato con gli artt. 1374 e 1375 c.c., può essere meglio individuato il contenuto del singolo rapporto obbligatorio, sia per quanto riguarda gli obblighi principali che collaterali (di protezione, cooperazione e informazione); va da sé che l’obbligo di buona fede può essere concretizzato in due canoni di condotta: il primo, valevole principalmente nella formazione e nell’interpretazione del contratto, che impone lealtà di comportamento e il secondo consistente nell’obbligo di ciascuna parte di salvaguardare l’utilità dell’altra nei limiti in cui ciò non importi un apprezzabile sacrificio (nella specie: la parte venditrice non si è comportata secondo correttezza e buona fede non avendo rappresentato l’esatta veste giuridica che avrebbe dovuto assumere un avvocato che ha partecipato al contratto solo in qualità di “interveniente” e non, come avrebbe dovuto, in qualità di promittente venditore e poi in merito all’oggetto del contratto le particelle riferibili al predetto legale non sono state inserite nella scrittura privata, inoltre al momento della conclusione del preliminare e anche al momento della costituzione in giudizio delle parti convenute, la piscina che avrebbe dovuto essere alienata a mezzo rogito notarile non aveva i necessari titoli autorizzativi, essendo stata realizzata in assenza dei predetti e non avendo, nelle more, la proprietà, ottenuto la necessaria sanatoria, per cui non potendo essere trasferita anche la piscina in mancanza dei necessari titoli concessori-autorizzativi, il comportamento del venditore integra indubbiamente un comportamento contrario ai doveri di correttezza e buona fede contrattuale che determina, conseguentemente, un grave inadempimento in capo allo stesso tale da rendere legittimo il recesso esercitato dai promittenti acquirenti).»

[3] Trib. Verona, sent. n. 275/2017. 

[4] Cass. ord. n. 21173/2017.

[5] Consiglio nazionale forense, sentenza n. 147 del 27.05.2016. Cass., sent. n. 26524 del 09.11.2017.

[6] Cass. ord. n. 16342/2018.

[7] Cass. sent. n. 6782/2015.

[8] Cass. S.U. sent. n. 12636/2019.


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1 Commento

  1. Alla stregua dei doveri di probità e correttezza professionale, è illecita la condotta posta in essere dall’avvocato, che, sebbene non pervenuta alla “consumazione”, venga ritenuta chiaramente finalizzata a realizzare un comportamento espressamente vietato dal codice deontologico.

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