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Come gestire la crisi con il temporary management

30 Marzo 2020
Come gestire la crisi con il temporary management

Assume particolare rilevanza e delicatezza il tema del rapporto tra le banche, le pmi in crisi e le società di temporary management chiamate spesso ad intervenire.

Le più note società di temporary management rispondono ad alcune domande specifiche in una tavola rotonda organizzata da Adnkronos/Labitalia.

“Lo strumento del temporary management – spiega Gabriele Aldeghi, contract manager – così come è stato sviluppato in Italia dalle società specializzate, non ha mai avuto un ruolo attivo e riconosciuto all’interno del sistema bancario. Le banche però sono abituate, in talune circostanze, a indicare o suggerire alle società loro clienti, dei consulenti di loro fiducia o qualcuna delle grandi società di
consulenza direzionale, per esempio, per la preparazione di un piano attestato di risanamento o di un accordo di ristrutturazione dei debiti. La collaborazione tra istituti di credito e società di temporary management non è però entrata a fare parte di questa prassi”.

Eppure, assicura, non solo ci sarebbero tutte le premesse ma anche concreti casi di successo, come i seguenti:

  • Contract Manager srl, attiva dal 1989, nei primi anni 2000, dopo avere svolto il check-up di un’azienda in una situazione prefallimentare, elaborò il piano che venne presentato e approvato dagli azionisti della società e dalla banca maggiormente esposta; il piano venne deliberato, gli azionisti ricapitalizzarono la società, la banca finanziò l’azienda cliente e Contract Manager srl si impegnò a portare a termine la ristrutturazione senza possibilità di recesso durante tutto il percorso di risanamento;
  • Sempre Contract Manager srl fu contattata negli anni successivi da un Istituto di Garanzia dei Fidi Bancari perché potesse partecipare nella fase operativa di un piano attestato di risanamento per la gestione del processo di cessione di talune partecipazioni ritenute non strategiche.

“L’entrata in vigore – sottolinea Gabriele Aldeghi – del nuovo codice della crisi di impresa e dell’insolvenza dovrebbe spingere tutti gli operatori economici, banche comprese, a lavorare più in sede di prevenzione della crisi che della sua gestione ex post. In tale ottica dovrebbe essere preferibile oggi per una Banca suggerire preventivamente un check up aziendale funzionale all’inserimento di risorse manageriali qualificate (temporary managers) che indicare, a crisi conclamata, una società di consulenza o uno studio legale. E questa strada, già utilizzata in passato, a maggiore ragione oggi dovrebbe essere percorsa con più determinazione e convinzione da parte degli istituti di credito. Va creato un rapporto sinergico tra Banca, cliente e provider specializzato di risorse manageriali in un circolo virtuoso di cui possono beneficiare non solo tutti gli attori in gioco ma anche il sistema economico nel suo complesso”.

Per Domenico Costa (Tim), “l’utilizzo del temporary management è collegato principalmente alla gestione della crisi e di operazioni straordinarie. Il manager , selezionato e assistito dalla struttura di società specializzate, entra in azienda in posizioni di responsabilitàper affrontare il cambiamento verso obbiettivi concordati con il cliente. Molto spesso in queste occasioni il manager entra in contatto con il sistema bancario e si pone come nuovo interlocutore e rappresentante della precedente proprietà o consiglio di amministrazione”.

“Normalmente – commenta – le banche valutano positivamente l’ingresso di nuovi managers che apportano una discontinuità con la precedente direzione e si aspettano di avere un approccio più professionale ad un business plan o piano industriale. Spetta poi al manager acquisirsi la credibilità nei fatti. Negli ultimi anni , da parte delle società come le nostre, ci stiamo attivando per convincere le banche a svolgere una azione attiva di convincimento presso i loro clienti di anticipare l’intervento di managers professionisti quando si iniziano a vedere i primi segnali negativi”.

“La nuova legge sui sistemi di allerta – continua Domenico Costa – va in quella direzione. E certamente più conveniente sia per la banca che per l’azienda affrontare in anticipo una situazione di difficoltà che dover poi gestire dei crediti utp o npl. Alcune banche hanno compreso questo concetto e, anche se con grande prudenza per non essere coinvolte nella scelta del manager, nell’ambito delle loro strutture di consulenza ai clienti includono i consigli di utilizzare le società come le nostre. Un passo ulteriore su cui stiamo lavorando è quello di convincere le banche a fornire un supporto finanziario alle aziende che intendono utilizzare queste competenze professionali. Non è un compito facile , ma certamente è unobiettivo che ci stiamo ponendo”.

Quali sono le principali difficoltà di intervento sulle pmi in crisi?

“In questi anni – afferma Federico Ferrarini, Studio Temporary Manager – cercato di trovare alcune chiavi di lettura specifiche sullagestione delle crisi in ambito pmi, che potessero meglio inquadrare e spiegare le oggettive difficoltà delle pmi rispetto alle aziende più grandi. Queste chiavi di lettura sono basate più su elementi soft di tipo psicologico relazionale che su elementi hard di tipo tecnico professionale. Il temporary management è, tra tutti gli strumenti per gestire una crisi di impresa, uno dei più incisivi ma anche uno dei più invasivi. Per questo normalmente l’imprenditore, nelle prime fasi della crisi, preferisce le figure dei consulenti ai temporary manager”.

“I temporary manager – chiarisce – entrano infatti in azienda per gestirla, normalmente con un forte elemento di discontinuità rispetto al passato, facendosi garanti di fronte al sistema bancario della corretta gestione della crisi. Questo vuol dire che l’imprenditore deve fare un passo indietro per l’efficacia dell’intervento, cosa non richiesta con l’intervento dei consulenti. Questo procura normalmente un’ansia da ‘detronizzazione’ che normalmente viene accettata solo quando è superata dall’ansia del fallimento. Per questo diciamo che lamappatura delle ansie dell’imprenditore è un elemento fondamentale percapire lo stadio di maturazione dell’imprenditore verso un intervento di temporary management”.

“Nella grande azienda, dove la proprietà fa uso normale di manager ed è abituata quindi a relazionarsi con loro, l’entrata di un temporary manager esperto di crisi di impresa in sostituzione dei manager permanent non ha questo genere di problemi. Un altro aspetto importante da valutare è la capacità
dell’imprenditore di stabilire rapporti fiduciari che sono alla base di un intervento di turnaround. Un elemento importante in questo senso è la presenza di rapporti fiduciari pluriennali con la figura del commercialista o l’avvocato di fiducia. Normalmente non accettiamo incarichi in presenza di imprenditori che continuano a cambiare professionisti di riferimento”, sottolinea.

“L’insuccesso dell’intervento – ammette Federico Ferrarini – è assicurato. Anzi la nostra esperienza ci dice che la presenza di professionisti fiduciari che svolgano una funzione di collante tra imprenditore e temporary manager aumenta enormemente le possibilità disuccesso di un turnaround. Il professionista in questo caso è l’uomo di fiducia dell’imprenditore che lo aiuta a leggere i momenti più difficili e potenzialmente più conflittuali dell’intervento, facendo da facilitatore relazionale rispetto ai temporary manager. Infatti, la difficoltà maggiore che si incontra nelle pmi è che l’imprenditore spesso non ha esperienza di gestione diretta di manager nella sua azienda (le sue figure apicali sono spessi collaboratori fidati e subalterni che non sono dei veri manager), per cui fa fatica ad accettare che, nella sua azienda, siano altri da lui a dettare la linea e a gestire le situazioni”.

“La nostra esperienza di interventi di temporary management – spiega Maurizio Quarta, Temporary Management & Capital Advisors – su aziende in crisi ci dice che, paradossalmente, è più facile lavorare sulle grandi aziende che sulle pmi. In queste ultime, la prima grande difficoltà riguarda il riconoscimento e l’esistenza stessa della crisi: l’unico attore che di solito non accende le lampadine rosse di emergenza è l’imprenditore (in solido con manager e consiglieri di fiducia). Infatti, in situazioni di declino e/o di pre-crisi, l’imprenditore e le sue persone di fiducia, nonostante abbiano a disposizione tutti gli strumenti per individuare per tempo il possibile imminente tracollo, rifiutano l’idea che ciò possa accadere alla loro azienda, associandolo ad un insuccesso personale. Ciò porta ad esempio a leggere come ciclici segnali che sono invece palesi indicatori del declino”.

“Si dice che troppo spesso – fa notare – ‘gli imprenditori prediligano la fiducia alla competenza’: ciò non è però opportuno specie nelle situazioni di crisi dove competenza specifica e professionalità sono fattori chiave per ‘uscire dal guado’. E purtroppo quando le aziende arrivano in questa situazione, se ne accorgono quasi sempre troppo tardi, quando non hanno le risorse finanziarie o la credibilità per attrarre quei manager qualificati che potrebbero aiutarle. Il riconoscimento e l’accettazione della crisi è spesso difficile anche per i dipendenti, che, cresciuti in contesti di crescita e di successo possono avere grandi difficoltà a dover completamente rivedere schemi mentali e modalità operative: un esempiosu tutti, la cassa, che nelle situazioni di crisi diventa spesso un elemento guida”.

Gestione della crisi

“Tutto ciò – dice -rappresenta uno dei motivi principali per cui è opportuno che la gestione delle crisi venga affidata a figure professionali terze capaci di integrare le numerose conoscenze necessarie a garantire la positiva evoluzione della stessa. In questo contesto, un attore che potrebbe avere un ruolo chiave nell’anticipazione della crisi sono le banche, quasi sempre molto esposte nei confronti delle aziende, a volte in maniera così importante da essere ‘il vero proprietario dell’azienda'”.

Per Maurizio Quarta, “le banche hanno inoltre almeno due grossi vantaggi rispetto ad altri stakeholder: sono generalmente tra le prime ad intercettare lo stato di difficoltà di un’azienda e possono esercitare un ruolo di moral suasion quanto mai di peso ed efficace. In questa direzione, abbiamo avviato un lavoro di riflessione sul tema della bancabilità del temporary management. Le banche, ad oggi, tendono però a non lasciarsi troppo coinvolgere, stante il rischio di poter essere ritenute responsabili per ‘l’abusivo esercizio della attività di direzione e coordinamento’ nei confronti dell’impresa (rif. comma 4 dell’articolo 147 della legge fallimentare)”.

“Il Temporary Management – sostiene Federico Sacchi (Cdi) – è una delle modalità più efficaci e più convenienti per la discontinuità. Quindi è ideale per innescare rapidamente un vero cambiamento nelle aziende che devono recuperare efficienza e/o competitività. Ma anche per quelle che vogliono modernizzarsi, crescere e/o internazionalizzarsi. In una parola diventare più attrattive sul mercato e più solide al proprio interno. L’utilizzo di Temporary Innovation Manager per la trasformazione digitale è solo un esempio di utilizzo ideale di questo modello”.

Temporary Manager: chi è e cosa fa?

“Il Temporary Manager – sottolinea – selezionato da Cdi Manager è un agente catalizzatore ed acceleratore che ha competenze specifiche nel ruolo più elevate rispetto a quelle in azienda e/o che abitualmente sarebbero sufficienti. Il TM garantisce infatti un risultato veloce e ciò può avvenire perché è in grado di capire rapidamente su cosa e come intervenire. Ed è in grado di farlo”.

“Gli incarichi – fa notare – possono variare da 6 a 24 mesi (con la presenza realmente necessaria in azienda ) e sono coordinati dalla struttura Cdi Manager che si pone a fianco del TM e dell’Imprenditore nelle varie fasi. Ciò garantisce efficacia e flessibilità. Il progettopuò sempre essere modificato ed implementato in ogni momento in funzione delle reali necessità. In tal senso il Temporary Management è un costo variabile ed è quindi molto vantaggioso per l’azienda. Il valore è ovviamente il raggiungimento degli obiettivi ma il maggiore benefit aggiuntivo per l’Imprenditore è che tutte le sue risorse interne acquisiscono know how e possono così crescere sensibilmente”.

Per Vincenzo Natile (Eim), “l’interim manager agisce come acceleratore del cambiamento. Eim inserisce in azienda professionisti senior, sovradimensionati per il ruolo ordinario e quindi in grado di incidere velocemente con soluzioni sperimentate, e capaci di gestire la transizione. I nostri interim manager non intervengono soltanto in situazioni di crisi per ‘ristrutturare’ ma anche in aziende in rapida trasformazione di business e che devono affrontare una crescita accelerata o lo sviluppo internazionale”.

“Un intervento di temporary management – spiega – si articola solitamente in una fase iniziale di messa a punto del piano di intervento, un momento di consenso e condivisione con l’organizzazione, una fase di esecuzione dall’interno e con le risorse del cliente ed infine la stabilizzazione”.

“I tempi di un progetto – ricorda – variano da 6 a 24 mesi e dipendono non solo dalla dimensione del problema e dall’impatto della soluzione, ma anche dalla maturità e disponibilità dell’organizzazione del cliente ad accogliere il nuovo. In questo senso, Eim non mette soltanto a disposizione del cliente il professionista adatto, ma accompagna il manager e l’azienda durante lo svolgimento operativo dellavoro, intervenendo nei momenti chiave, fino al passaggio di consegne ad altre risorse aziendali, dopo il raggiungimento degli obiettivi”.



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