Coronavirus: quando il tampone serve a poco

30 Marzo 2020
Coronavirus: quando il tampone serve a poco

I test a pioggia hanno poco valore diagnostico e possono fornire false sicurezze; va limitato ai casi sospetti di contagio degli operatori sanitari.

La politica dei tamponi generalizzati e indiscriminati serve a poco: proprio nel momento in cui si parla parecchio di estendere i test a tutti gli operatori sanitari o addirittura a tutta la popolazione di lavoratori, arriva l’opinione controcorrente di Pierluigi Lopalco, il noto epidemiologo che oggi, in un’intervista a Radio 24 riportata dall’Adnkronos, avverte che “senza una strategia selettiva il tampone, che rileva la presenza del virus in quel momento e non quello che succederà domani, ha pochissimo valore e anche poco valore diagnostico. Ecco perché dico che non vanno fatti tamponi a pioggia. Vanno fatti ma con un criterio preciso”, afferma.

L’esperto, che è anche il responsabile del coordinamento regionale emergenze epidemiologiche della Regione Puglia, spiega che “esiste una strategia ben precisa che stiamo adottando in Puglia ad esempio, se abbiamo un operatore sanitario che è stato in contatto con un positivo, va subito messo in isolamento e allontanato dal luogo di lavoro perché chiaramente è un soggetto a rischio. Se a questo operatore sanitario facessi il tampone subito, il tampone risulterebbe negativo perché la positivizzazione avviene dopo qualche giorno, ecco perché noi lo teniamo in sicurezza, aspettiamo qualche giorno e al settimo giorno facciamo il tampone, anche se è asintomatico”.

‘Se una persona ha sintomi anche lievi, di raffreddore  – ha proseguito Lopalco – quello è un caso sospetto di Coronavirus e quindi a  questa persona il tampone lo devo fare perché devo capire se è un raffreddore o è l’inizio di una malattia da Coronavirus. Il tampone a pioggia significa che in un gruppo di persone che non ha sintomi, faccio il tampone. Di queste persone, quasi tutte risulteranno negative perché chi non ha sintomi è rarissimo che sia positivo”.

E non solo – dice ancora l’epidemiologo: se io faccio il tampone a 100 persone e queste persone risultano negative alle stesse dò la falsa sicurezza di non essere a rischio. Tra queste persone – ha continuato Lopalco – 10 potranno positivizzarsi tra un’ora, tra due ore, tra dodici ore, perché magari si sono infettate questa mattina e si positivizzeranno domani. Allora cosa faccio a queste 100 persone faccio il tampone ogni giorno?” si chiede.

Anche l’infettivologo Matteo Bassetti va oltre i tamponi e punta su altri tipi di test: ritiene che “occorre estendere ad ampie fasce della popolazione (studi a campione su studenti, Rsa, operatori sanitari, donatori di sangue, forze dell’Ordine, quartieri cittadini) la sierologia (IgM e IgG) per Sars-CoV-2. Solo così potremmo sapere quanti sono stati contagiati, probabilmente moltissimi (qualche milione) e quindi già immuni al virus“. Così “avremo la mappatura della reale diffusione del virus e potremo sapere quanti possono essere tranquilli di aver già superato l’infezione e, ci auguriamo, che non si possano più ammalare”.

Sui test sierologici è pienamente d’accordo Lopalco, che precisa: “è una strada promettente, da cominciare a seguire subito. Noi siamo partiti in Puglia con alcune indagini di questo tipo. L’esame sierologico non sostituisce la ricerca del virus con un tampone ma cerca gli anticorpi nel sangue. Lo trova indirettamente”.

“Se trovo gli anticorpi – ha spiegato – significa che questa persona è stata in contatto con il virus. Gli anticorpi cominciano a essere rilevabili tra 10 e 14 giorni dopo che c’è stata l’infezione. E’ molto importante saperlo perché, se io ho gli anticorpi- ha esemplificato Lopalco –  molto probabilmente, almeno nei prossimi mesi, sarò immune a questa infezione e quindi, cosa importantissima per gli operatori sanitari, posso rientrare al lavoro senza pericolo né per me, né per i miei colleghi. Questa è una indagine abbastanza affidabile e lentamente deve prendere piede ed essere estesa un po’ su tutto il territorio nazionale”, conclude l’epidemiologo.



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