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Lotta al Coronavirus, perché Harvard boccia l’Italia

30 Marzo 2020
Lotta al Coronavirus, perché Harvard boccia l’Italia

Una pubblicazione dell’Università americana elenca uno a uno tutti gli errori del nostro Paese, perché servano da lezione all’Europa e non solo.

All’Università di Harvard non piacciono i metodi di contrasto usati dall’Italia nella lunga lotta contro il coronavirus. Lo dice uno studio dell’ateneo, contenuto nella rivista scientifica Harvard Business Review. Secondo la pubblicazione, le leggerezze commesse dal nostro Paese sarebbero state fatali nell’agevolare la diffusione dei contagi. Scopo dell’articolo è proprio “aiutare i politici statunitensi ed europei a tutti i livelli a imparare dagli errori dell’Italia“.

La risposta è stata lenta

Una prima difficoltà incontrata dal nostro Paese, secondo l’Università americana, è stata quella di riconoscere tempestivamente nel virus una minaccia. L’Harvard Business Review parla, impietosamente, di “fallimento sistematico nell’assorbire e agire rapidamente”, ancor meno scusabile per via dell’esperienza cinese che, facendo da apripista, poteva rappresentare un modello da seguire o quantomeno un’anticipazione della tragedia che sarebbe arrivata. A una dose di sfortuna, che comunque gli esperti di Harvard riconoscono, si deve però aggiungere, secondo loro, lo scetticismo con cui parte dell’opinione pubblica e della politica ha accolto l’epidemia. Scetticismo o troppo ottimismo rivelatosi un boomerang, come gli iniziali inviti a non fermare le nostre città e a continuare la propria vita senza farsi prendere dal panico. Gli autori dell’articolo parlano di “pregiudizio di conferma”, cioè la refrattarietà a fidarsi della scienza e ad agire di conseguenza.

Politiche differenziate

Non escludono che l’approccio selettivo e graduale dell’Italia, di estendere pian piano la zona rossa, possa aver involontariamente facilitato la diffusione del virus. Ci si rimprovera, immancabilmente, l’esodo dal nord Italia al sud quando si è deciso di blindare la Lombardia per impedire un’estensione dell’epidemia all’intera penisola. È mancata quella che, secondo l’Harvard Business Review, doveva essere la condotta principale nel gestire l’emergenza: un’azione uniforme e coerente. Il contrario di quanto fatto dall’Italia, anche per motivi strutturali di gestione della sanità, delegata alle Regioni e non accentrata: questo ha comportato il ricorso a politiche diverse.

Veneto più proattivo rispetto alla Lombardia

E tra la linea della Lombardia e quella del Veneto, gli esperti di Harvard sembrano preferire la seconda, “un approccio molto più proattivo al contenimento del virus”, basato su un ampio numero di test. “Il fatto – spiega l’articolo – che politiche diverse abbiano prodotto risultati diversi in regioni altrimenti simili avrebbe dovuto essere riconosciuto fin dall’inizio come una potente opportunità di apprendimento“. Invece no. E la lista dei problemi non è finita, perché continua con la disponibilità dei dati: prima scarsi, poi imprecisi. Addirittura c’è chi pensa che il numero dei positivi vada moltiplicato per dieci, rispetto a quelli diffusi quotidianamente dalla Protezione civile.

Chi ha sbagliato di più?

Delle attenuanti, però, vengono riconosciute: non sbagliamo sicuramente, quando diciamo che il nemico è invisibile e, per certi versi, ignoto. “C’è ancora un’enorme incertezza su cosa debba essere fatto esattamente per fermare il virus. Diversi aspetti chiave del virus sono ancora sconosciuti e oggetto di accesi dibattiti e probabilmente rimarranno tali per un considerevole periodo di tempo”. La considerazione che possiamo aggiungere è che l’Italia avrà sbagliato senz’altro ripetutamente ma, se questo può essere in qualche misura consolatorio e certamente non lo è, non abbiamo al momento elementi per dire che abbia sbagliato più di chiunque. Anzi. L’atteggiamento di sottovalutazione del virus, vuoi per il pregiudizio di cui parlano gli esperti di Harvard, vuoi per arroganza, vuoi per troppo ottimismo, è stato piuttosto generalizzato, in Europa e non solo. Dall’iniziale proposito di Boris Johnson di perseguire l’immunità di gregge al voto di massa per le amministrative in Francia appena prima del lockdown. Fino alle esternazioni di Trump, che solo un paio di settimane fa definiva il virus “meno grave dell’influenza”: oggi gli Stati Uniti sono il primo Paese per contagi, con più di 120mila malati e oltre duemila morti.



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