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Offese in chat: è reato?

31 Marzo 2020
Offese in chat: è reato?

Diffamazione e ingiuria su una chat di WhatsApp con messaggi testuali o vocali: non è sempre possibile sporgere querela.

Chi parla male di una persona alle sue spalle commette reato: quello di diffamazione. Chi, invece, la offende in faccia non compie alcun illecito penale; questo perché tale comportamento, pur costituendo un’ingiuria, è stato depenalizzato a partire dal 2016. Dire parolacce e insulti di tutti i tipi in presenza della vittima non consente, quindi, a quest’ultima di denunciare l’accaduto ai carabinieri; potrebbe tutt’al più difendersi in una causa civile per ottenere il risarcimento del danno, sempre che un danno abbia patito.

Dubbi potrebbero porsi in tutte quelle situazioni “a metà strada” tra la diffamazione e l’ingiuria: si pensi a un forum o a un sistema di messaggistica istantanea, con messaggi testuali o vocali. Qui gli insulti, seppur rivolti a qualificare una persona facente parte della cerchia degli invitati alla chat, possono essere espressi nel corso di una conversazione intrattenuta con altri soggetti facenti parte dello stesso gruppo. Insulti però che la vittima, seppur non partecipe in quel preciso momento, potrebbe comunque percepire. Di qui il dubbio: in caso di offese in chat, c’è reato? Cosa dice la legge a riguardo? 

Sul punto, si registrano due contrapposti orientamenti della Cassazione. Il primo, che giunge a una pronuncia di colpevolezza, è dell’anno scorso. Il secondo, invece, di segno diametralmente opposto, è più recente [1].

Cerchiamo di fare il punto della situazione e di comprendere qual è l’orientamento della giurisprudenza in merito alle offese in una chat come potrebbe essere, ad esempio, WhatsApp.

Differenze tra diffamazione e ingiuria

L‘elemento distintivo tra ingiuria e diffamazione è costituito dal fatto che nell’ingiuria la comunicazione, con qualsiasi mezzo realizzata, è diretta all’offeso. Questi, quindi, è il diretto destinatario delle frasi, che sono pronunciate proprio affinché le percepisca immediatamente e in prima persona. La presenza di altri soggetti alla conversazione fa scattare una pena più pesante.

Al contrario, nella diffamazione, l’offeso resta estraneo alla comunicazione che invece viene intercorsa tra il responsabile ed altre persone (almeno due). La vittima, quindi, non è posta in condizione di interloquire con l’offensore e di percepire immediatamente le frasi ingiuriose.

Offendere una persona in chat è reato?

Secondo la sentenza più recente della Cassazione, l’offesa in chat non è reato. 

Il mondo virtuale ha le sue regole; non sarà un gesto di buon gusto offendere qualcuno nell’ambito di un gruppo di chat (vocale o testuale che sia), ma di sicuro questo comportamento non integra la diffamazione. Questo perché le parole offensive vengono pronunciate alla presenza della vittima che è in grado di percepirle immediatamente. Quest’ultima, quindi, è la diretta destinataria delle espressioni illecite. 

In precedenza, la Cassazione aveva invece escluso il reato (leggi Offendere una persona in chat è reato?). La motivazione offerta in quel contesto dalla Corte era la seguente: sebbene il mezzo di trasmissione/comunicazione adoperato (la chat) consenta, in astratto, (anche) al soggetto vilipeso di percepire direttamente l’offesa, il fatto che il messaggio sia diretto ad una cerchia di altri componenti il gruppo – i quali, peraltro, potrebbero venirne a conoscenza in tempi diversi -, fa sì che il comportamento lesivo si collochi in una dimensione ben più ampia di quella interpersonale tra offensore ed offeso; il che farebbe scattare la diffamazione e non l’ingiuria. 

La differenza tra le due pronunce sembra sottilissima. In realtà, non è così. La Corte sembra, invece, essere stata molto più coerente di quanto non appaia a prima vista. Per comprendere, quindi, quando offendere in chat è reato o meno, dovremo far ricorso a due esempi pratici.

Tommaso e Michele hanno una discussione in una chat a cui partecipano tutti gli ex compagni di liceo. Tra di loro nasce una polemica che porta Michele a insultare fortemente Tommaso. Il tutto sotto gli occhi degli altri amici che cercano di sedare l’alterco. In questo caso, Michele commette solo una ingiuria perché, nel proferire le espressioni offensive, si sta rivolgendo direttamente all’offeso, ossia a Tommaso. Tommaso, quindi, non potrà querelare Michele ma dovrà avviare contro di lui una causa civile di risarcimento, aggravato peraltro dalla presenza di altre persone.

In una chat su WhatsApp costituita da colleghi di lavoro, un giorno Fulvio sostiene che Paolo, anch’egli inserito nella stessa chat, avrebbe fatto la spia nei suoi confronti per accusarlo ingiustamente. In questa confessione, Fulvio usa parole molto offensive nei confronti di Paolo, il quale, in quel momento, è disconnesso dalla chat. Senonché, la mattina successiva, Paolo legge in un solo colpo tutti i messaggi partiti dal commento di Fulvio e si accorge di essere stato insultato. Così decide di querelare Fulvio. In tal caso, può farlo: il comportamento è classificabile come diffamazione in quanto la vittima delle offese non era il diretto destinatario della conversazione. 

Dunque, per capire se offendere qualcuno in una chat è reato o meno è necessario prima accertare se le espressioni offensive siano state pronunciate dal colpevole: 

  • nel corso di una comunicazione diretta alla persona offesa (a prescindere dalla presenza di altre persone invitate nella chat): nel qual caso, si potrà parlare di ingiuria e, pertanto, bisogna escludere il reato;
  • oppure nel corso di una conversazione con gli altri partecipanti alla chat: nel qual caso, invece, scatta il reato di diffamazione. 

note

[1] Cass. sent. n. 10905 del 31.03.2020.

[2] Cass. sent. n. 44980/2012 del 16.10.2012, Cass. sent. n. 4741/2000 del 17.11.2000

Corte di Cassazione, sez. V Penale, sentenza 25 febbraio – 31 marzo 2020, n. 10905

Presidente Palla – Relatore Riccardi

Ritenuto in fatto

1. Con sentenza emessa il 28/03/2019 la Corte di Appello di Milano ha confermato la sentenza del Tribunale di Monza del 31/10/2016, che aveva condannato Sa. Fe. alla pena di Euro 600,00 di multa per il reato di cui all’art. 595 cod. pen., per avere offeso Sa. Ma., pubblicando commenti e giudizi lesivi della sua reputazione su facebook, comunicando con video chat, con modalità accessibili ad un numero indeterminato di persone.

2. Avverso tale sentenza ha proposto ricorso per cassazione il difensore di Sa. Fe., Avv. Pa. An. Mu., deducendo due motivi di ricorso, qui enunciati, ai sensi dell’art. 173 disp. att. cod. proc. pen., nei limiti strettamente necessari per la motivazione.

2.1. Violazione di legge in relazione all’art. 595 cod. pen., per avere ritenuto sussistente il reato di diffamazione, anziché la fattispecie di ingiuria: deduce che gli insulti sono stati rivolti attraverso una chat vocale sulla piattaforma “Google Hangouts”, diversa dalle altre piattaforme chat digitali, che sono leggibili’ anche da più persone; in tal caso, il destinatario dei messaggi era solo la persona offesa e la video chat aveva carattere temporaneo, sicché non verrebbe in rilievo il precedente di Sez. 5, n. 7904/2019, che riguardava una chat scritta (Whatsapp) in cui il messaggio offensivo può essere visionato anche da altri utenti; nel caso in esame, la chat aveva natura di conversazione vocale, e non rileverebbe che all’ascolto vi fossero altri utenti.

2.2. Vizio di motivazione con riferimento alla valorizzazione della presenza di terzi ascoltatori: i due testi De Ma. e Tr. non hanno partecipato alla conversazione in diretta, ma hanno dichiarato di avere visto il video della chat tramite youtube, condotta per la quale l’imputato è stato assolto.

Considerato in diritto

1. Il ricorso è fondato.

2. E’, invero, stato accertato che le espressioni offensive sono state pronunciate dall’imputato mediante comunicazione telematica diretta alla persona offesa, ed alla presenza, altresì, di altre persone ‘invitate’ nella chat vocale.

Ciò posto, va rammentato che l’elemento distintivo tra ingiuria e diffamazione è costituito dal fatto che nell’ingiuria la comunicazione, con qualsiasi mezzo realizzata, è diretta all’offeso, mentre nella diffamazione l’offeso resta estraneo alla comunicazione offensiva intercorsa con più persone e non è posto in condizione di interloquire con l’offensore (Sez. 5, n. 10313 del 17/01/2019, Vicaretti, Rv. 276502).

3. Ne consegue che il fatto, come accertato dalla sentenza impugnata, deve essere qualificato come ingiuria aggravata dalla presenza di più persone, ai sensi dell’art. 594, u.c., c.p., che, ai sensi dell’art. 1, comma 1, lett. C), D.Lgs. 15.1.2016 n. 7, è stato depenalizzato; la sentenza impugnata va dunque annullata senza rinvio, perché il fatto, così riqualificato, non è più previsto dalla legge come reato.

P.Q.M.

Annulla senza rinvio la sentenza impugnata perché, qualificato il fatto ai sensi dell’art. 594, ultimo comma, c.p., lo stesso non è previsto dalla legge come reato.

 


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