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Infortunio in itinere: ultime sentenze

22 Aprile 2020
Infortunio in itinere: ultime sentenze

Leggi le ultime sentenze su: infortuni in itinere; rendita per l’inabilità permanente; risarcimento dovuto dal terzo responsabile del fatto illecito; illegittimità del licenziamento per superamento del periodo di comporto; infermità per causa di servizio ed equo indennizzo.

Infortunio in itinere: l’inabilità permanente 

L’importo della rendita per l’inabilità permanente, corrisposta dall’INAIL per l’infortunio “in itinere” occorso al lavoratore, va detratto dall’ammontare del risarcimento dovuto, allo stesso titolo, al danneggiato da parte del terzo responsabile del fatto illecito, in quanto essa soddisfa, neutralizzandola in parte, la medesima perdita al cui integrale ristoro mira la disciplina della responsabilità risarcitoria del terzo al quale sia addebitabile l’infortunio, salvo il diritto del lavoratore di agire nei confronti del danneggiante per ottenere l’eventuale differenza tra il danno subìto e quello indennizzato.

Tribunale Roma sez. XIII, 06/03/2020, n.4925

Contratto di assicurazione: gli infortuni in itinere

Deve essere confermata la decisione dei giudici di appello che nell’ambito di una controversia per il risarcimento occorso ad un assicurato hanno statuito che se il contratto copre gli infortuni in itinere, ma non li definisce, si deve dunque ritenere che con tale espressione le parti abbiano inteso fare riferimento al concetto di “infortunio in itinere” come previsto e disciplinato dal testo unico sull’assicurazione obbligatoria contro gli infortuni sul lavoro, e quindi all’art. 2 d.P.R. n. 1124/1965, come modificato dall’art. 12 d.lg. n. 38/2000. Alla stregua di tali norme non sussiste rischio in itinere quando il tragitto seguito dal lavoratore non sia necessitato, ma costituisca una “deviazione del tutto indipendente dal lavoro”.

Cassazione civile sez. VI, 25/02/2020, n.5119

Responsabilità del datore di lavoro 

Le assenze del lavoratore per malattia non giustificano il recesso del datore di lavoro – in ipotesi di superamento del periodo di comporto – ove l’infermità sia, comunque, imputabile a responsabilità dello stesso datore di lavoro – in dipendenza della nocività delle mansioni o dell’ambiente di lavoro, che abbia omesso di prevenire o eliminare, in violazione dell’obbligo di sicurezza (art. 2087 c.c.) o di specifiche norme – incombendo, peraltro, al lavoratore l’onere di provare il collegamento causale fra la malattia – che ha determinato l’assenza (e, segnatamente, il superamento del periodo di comporto) – ed il carattere morbigeno delle mansioni espletate. A tale onere di allegazione e prova non si sottrae la fattispecie dell’infortunio in itinere.

Tribunale Brescia sez. lav., 12/02/2020, n.75

Risarcimento dovuto dal terzo responsabile del fatto illecito

L’importo della rendita per l’inabilità permanente, corrisposta dall’INAIL per l’infortunio “in itinere” occorso al lavoratore va detratto dall’ammontare del risarcimento dovuto, allo stesso titolo, al danneggiato da parte del terzo responsabile del fatto illecito, in quanto essa soddisfa, neutralizzandola in parte, la medesima perdita al cui integrale ristoro mira la disciplina della responsabilità risarcitoria del terzo al quale sia addebitabile l’infortunio, salvo il diritto del lavoratore di agire nei confronti del danneggiante per ottenere l’eventuale differenza tra il danno subìto e quello indennizzato.

Tribunale Milano sez. X, 31/01/2020, n.872

L’infortunio in itinere nella pubblica strada

Ai sensi del D.Lgs. n. 38 del 2000, art. 12, la configurabilità di un infortunio in itinere comporta il suo verificarsi nella pubblica strada e, comunque, non in luoghi identificabili in quelli di esclusiva proprietà del lavoratore assicurato o in quelli di proprietà comune, quali le scale ed i cortili condominali, il portone di casa o i viali di complessi residenziali con le relative componenti strutturali. L’infortunio in itinere o in occasione di lavoro comporta il suo verificarsi nella pubblica strada e, comunque, non in luoghi identificabili in quelli di esclusiva proprietà del lavoratore assicurato, o comunque anche nella sua disponibilità anche se non esclusiva, senza alcun collegamento con la prestazione lavorativa.

Corte appello Torino sez. lav., 03/06/2019, n.402

Lavoratore vittima di infortunio in itinere: rendita vitalizia in favore del coniuge

La rendita vitalizia in favore del coniuge superstite del lavoratore vittima di un infortunio “in itinere”, così come quella temporanea liquidata ai figli, assolve ad una funzione di “anticipo” del ristoro del danno da perdita degli apporti economici garantiti dal familiare deceduto e va, quindi, detratta dall’ammontare del risarcimento dovuto, allo stesso titolo, da parte del terzo responsabile del fatto illecito ai congiunti, i quali, di conseguenza, hanno diritto ad ottenere l’importo residuo, nel caso in cui il danno liquidato sia stato soltanto in parte coperto dalla predetta prestazione assicurativa, e non somme ulteriori.

Cassazione civile sez. III, 27/05/2019, n.14362

Rendita Inail per inabilità permanente 

L’importo della rendita per l’inabilità permanente corrisposta dall’INAIL per l’infortunio “in itinere” occorso al lavoratore va detratto dalle somme in concreto dovute a quest’ultimo, allo stesso titolo, dal terzo responsabile del fatto illecito. (In applicazione di tale principio, la S.C. ha confermato la decisione di merito che aveva operato la detrazione della rendita riconosciuta dall’INAIL sull’ammontare del risarcimento del danno già ridotto in ragione dell’accertato concorso di colpa del danneggiato).

Cassazione civile sez. III, 30/01/2019, n.2550

La prova della dipendenza causale tra la patologia e l’infortunio in itinere

Si verifica l’ipotesi dell’infortunio in itinere allorchè il fatto invalidante sia avvenuto fuori dai locali dell’ufficio durante un percorso esterno imposto da ragioni di servizio e purchè al verificarsi dell’incidente non abbia concorso il dipendente con iniziative colpose o ingiustificate o con imprudenza grave. La dipendenza causale tra la patologia e l’incidente deve essere provata da colui il quale ne richiede il riconoscimento e la grave responsabilità (seppur concorrente) del dipendente, acclarata nel determinismo causale dell’infortunio, pone l’evento al di fuori della tutela pubblicistica di cui si tratta e della quale l’equo indennizzo costituisce logica espressione consequenziale.

T.A.R. Trieste, (Friuli-Venezia Giulia) sez. I, 03/12/2018, n.360

Indennizzabilità dell’infortunio in itinere: condizioni 

È indennizzabile l’infortunio in itinere quando esiste un nesso eziologico tra il percorso seguito e l’evento (nel senso che tale percorso costituisca per l’assicurato l’iter normale per recarsi al lavoro e per tornare alla sua abitazione), un nesso causale sia pure occasionale tra l’itinerario seguito e l’attività lavorativa (nel senso che il primo non deve essere percorso dal lavoratore per ragioni personali o in orari non ricollegabili alla seconda), la necessità dell’uso del veicolo privato adoperato dal lavoratore per il collegamento tra abitazione e luogo di lavoro, considerati gli orari lavorativi e dei pubblici servizi di trasporto.

Tribunale Pescara sez. lav., 05/07/2018, n.505

Collegamento tra la ricaduta e l’infortunio avuto anni prima

In tema di infortunio in itinere, va riconosciuto (con pagamento delle relative indennità previste per legge) dall’Inail al dipendente infortunato anche il collegamento tra la malattia temporanea (ricaduta) denunciata, una volta verificata l’esistenza del collegamento stesso, con l’infortunio in itinere anni prima avuto (nel caso di specie, a seguito del quale il dipendente era stato sottoposto a vari interventi chirurgici).

Tribunale Chieti sez. lav., 02/07/2018, n.216

L’inabilità permanente corrisposta dall’Inail

“L’importo della rendita per l’inabilità permanente corrisposta dall’Inail per l’infortunio in itinere occorso al lavoratore va detratto dall’ammontare del risarcimento dovuto, allo stesso titolo, al danneggiato da parte del terzo responsabile del fatto illecito”. Con questo principio di diritto le Sezioni unite hanno risolto il contrasto giurisprudenziale in merito alla questione della cumulabilità tra rendita e danno risarcibile a seguito del medesimo infortunio.

Per i giudici la risposta è negativa, in quanto la questione riguarda un duplice e separato rapporto bilaterale, garantito, sul fronte welfare, dall’assicurazione obbligatoria contro gli infortuni sul lavoro e, su quello della responsabilità civile, dal fatto illecito del terzo.

A ciò si aggiunge l’articolo 1916 del codice civile, il quale dispone che l’assicuratore che ha pagato l’indennità è surrogato, fino alla concorrenza dell’ammontare di essa, nei diritti dell’assicurato verso il terzo danneggiante. In quest’ottica, secondo i giudici di legittimità, la surrogazione impedisce al soggetto infortunato di cumulare, per lo stesso danno, la somma già riscossa a titolo di rendita assicurativa con l’intero importo del risarcimento del danno dovutogli dal terzo, e di conseguire così due volte la riparazione del medesimo pregiudizio subito”.

Cassazione civile sez. un., 22/05/2018, n.12566

Limite alla copertura assicurativa nell’infortunio in itinere

In tema di infortunio in itinere, il requisito della “occasione di lavoro” implica la rilevanza di ogni esposizione a rischio, indipendentemente dal grado maggiore o minore di questo, assumendo il lavoro il ruolo di fattore occasionale del rischio stesso ed essendo il limite della copertura assicurativa costituito esclusivamente dal “rischio elettivo”, intendendosi per tale quello che, estraneo e non attinente alla attività lavorativa, sia dovuto ad una scelta arbitraria del lavoratore, il quale crei ed affronti volutamente, in base a ragioni o ad impulsi personali, una situazione diversa da quella inerente alla attività lavorativa, ponendo così in essere una causa interattiva di ogni nesso tra lavoro, rischio ed evento.

Tribunale Brescia sez. lav., 12/03/2018, n.13



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14 Commenti

  1. Mia figlia ha avuto un incidente mentre si recava al lavoro. Ha dichiarato all’Inail di aver avuto un malore. I carabinieri hanno verbalizzato un colpo di sonno. L’Inail non ha corrisposto indennità. Che fare?

    1. In riferimento al quesito, da quello che comprendiamo, l’unico motivo per cui l’Inail ha negato l’indennizzo starebbe esclusivamente nella asserita assenza di causa violenta.Al riguardo, in mancanza di precedenti giurisprudenziali specifici con riguardo all’ipotesi di infortunio in itinere indicata, la vicenda affrontata dalla Corte di Appello di Ancona che ha ritenuto che la causa violenta fosse integrata dal colpo violento contro il pavimento subìto da un lavoratore a causa di una caduta sul posto di lavoro, senza che rilevi la causa della caduta, la quale, secondo la Corte, può ben essere costituita anche da un malore.Ovviamente con i limiti costituiti dalla segnalata assenza di precedenti specifici e dal fatto che la decisione cui si è fatto riferimento è di solo merito (la Suprema Corte di Cassazione non sembra essersi ancora pronunciata in modo chiaro sul punto), il lettore dovrebbe poter ragionevolmente provare a sostenere, davanti al giudice, che la causa violenta è costituita dal colpo che la figlia ha subito per effetto dell’incidente, a prescindere dal fatto che all’origine ci sia stato un malore.

    2. Mi sono imbattuto causalmente sul quesito. Una soluzione io l’ho prospettata nel mio articolo in Resp. civ. prev., 2015, 1, 102 ss., , L’omicidio della convivente può essere indennizzato dall’INAIL? Un dubbio (di troppo) della Corte di Cassazione e sulla mia monografia sugli infortuni in itinere, ed. Ipsoa, 2009, forse non più in commercio. Guglielmo Corsalini.

  2. L’importo delle rendita Inail per l’infortunio in itinere va detratto dall’ammontare del risarcimento dovuto al danneggiato dall’assicurazione?

    1. L’infortunio in itinere si verifica nel normale tragitto per raggiungere l’azienda o per tornare al proprio domicilio dopo l’orario di lavoro. Il risarcimento spetta solo quando si usa la bicicletta o, nel caso di auto, a condizione che il trasporto coi mezzi pubblici non consenta il facile raggiungimento della sede lavorativa e sempre a patto di percorrere la via più breve o più ragionevole tra le due distanze. Detto ciò, ti chiedi se puoi anche ottenere il risarcimento del danno dalla tua assicurazione a cui, comunque, hai già fatto la denuncia di sinistro. Si possono cumulare entrambe le prestazioni? La questione è stata decisa da una recente sentenza della Cassazione a Sezioni Unite. La Corte ha chiarito come calcolare, in caso di infortunio in itinere, il risarcimento del danno e la rendita Inail. Il lavoratore che subisce l’infortunio in itinere può speculare sul doppio risarcimento (quello dell’Inail e quello dell’assicurazione) o meno? I due indennizzi si sommano? La risposta è negativa. Secondo le Sezioni Unite della Cassazione [1], a seguito di infortunio in itinere subìto dal lavoratore, dall’ammontare del risarcimento a questi corrisposto dall’assicurazione va detratto l’importo della rendita Inail per inabilità permanente.Il codice civile del resto dispone che l’assicuratore che ha pagato l’indennità è surrogato, fino alla concorrenza dell’ammontare di essa, nei diritti dell’assicurato verso il terzo danneggiante: una disposizione che per espressa previsione si applica «anche alle assicurazioni contro gli infortuni sul lavoro».La surrogazione, in quest’ottica, mentre consente all’Inail di recuperare dal terzo responsabile le spese sostenute per le prestazioni assicurative erogate al lavoratore danneggiato, secondo le Sezioni unite «impedisce a costui di cumulare, per lo stesso danno, la somma già riscossa a titolo di rendita assicurativa con l’intero importo del risarcimento del danno dovutogli dal terzo, e di conseguire così due volte la riparazione del medesimo pregiudizio subito».

  3. Quando ci si reca al lavoro o, da questo, si torna a casa gli eventuali incidenti stradali eventualmente verificatisi lungo il tragitto sono risarciti dall’Inail. Ma ad una sola condizione: che l’uso dell’auto personale risulti necessario per l’assenza di mezzi pubblici o per l’eccessiva scomodità del servizio di collegamento. In queste quattro parole si riassume tutta la disciplina del cosiddetto infortunio in itinere per incidente stradale, quello cioè causato da un sinistro nel tragitto casa/lavoro.

  4. L’infortunio in itinere viene equiparato in tutto all’infortunio sul luogo di lavoro? Chi paga l’infortunio in itinere?

    1. Nel caso di incidente stradale nel percorso casa-lavoro, lavoro-lavoro o lavoro-sede dei pasti, il dipendente ha diritto a una rendita Inail.La rendita Inail spetta sempre nel caso in cui il dipendente ha utilizzato la bicicletta ed è stato investito da un altro mezzo o è caduto dalla bici stessa.Invece in caso di uso dell’auto o moto al posto dei mezzi pubblici, la rendita Inail spetta solo se l’impiego del veicolo privato è ritenuto strettamente necessario. Ciò succede quando:
      mancano mezzi pubblici;
      i mezzi pubblici, seppur presenti, non consentono di essere puntuali sul luogo di lavoro, oppure sono eccessivamente disagevoli o gravosi in relazione alle esigenze di vita familiare del lavoratore.
      La rendita Inail, al contrario del risarcimento da parte dell’assicurazione, spetta a prescindere dal fatto che la colpa dell’incidente stradale sia o meno del lavoratore. Quindi anche se il dipendente viola il codice della strada (ad esempio omette di dare la precedenza) o commette un’imprudenza ha ugualmente diritto all’indennizzo per infortunio in itinere. Invece l’infortunio in itinere non spetta nei seguenti casi:
      violazione delle norme fondamentali della strada (ad esempio un’auto che va a 200 all’ora in un tratto di strada che consente una velocità a 90 km/h);
      abuso di alcolici;
      uso di psicofarmaci
      uso di stupefacenti
      mancanza di patente.
      Oltre alla rendita Inail, il lavoratore che ha subito un incidente stradale ha diritto – come sempre succede anche al di fuori dei tragitti casa-lavoro – al risarcimento del danno da parte dell’assicurazione. Come noto, tale risarcimento spetta solo a condizione di non avere responsabilità nell’incidente. Il che significa non solo dimostrare di aver rispettato il codice della strada, ma anche di aver fatto di tutto per evitare l’incidente. Ad esempio, non basta avere la precedenza a un incrocio per essere risarciti in caso di scontro: se l’altra auto, che stava per violare lo stop, era comunque visibile e l’incidente poteva essere evitato, si applicherà un concorso di colpa.

    2. L’infortunio in itinere viene equiparato in tutto all’infortunio sul luogo di lavoro. Pertanto la copertura è dell’Inail. L’Inail risarcisce i danni al dipendente sia che l’infortunio sia accaduto per mancanza di misure di sicurezza, sia che sia accaduto per un comportamento non diligente da parte del lavoratore. Quindi, se la responsabilità del sinistro è del dipendente questi viene ugualmente risarcito.In caso di infortunio in itinere, la pratica della malattia Inail viene attivata dal datore a seguito della ricezione del certificato medico rilasciato dal pronto soccorso.
      Per i primi 4 giorni di malattia del lavoratore infortunato è il datore di lavoro a pagare l’infortunio. In questo arco di tempo viene compresa la giornata in cui è avvenuto l’infortunio che è considerato giornata di lavoro a tutti gli effetti e quindi è pagata al 100% della retribuzione giornaliera spettante al lavoratore e i successivi 3 giorni, chiamati periodo di carenza che sono pagati invece al 60% della retribuzione.
      Dal 2° al 4° giorno compresi, il datore di lavoro è obbligato a corrispondere al lavoratore infortunato, le seguenti percentuali della retribuzione media giornaliera utilizzata dall’Inail per il calcolo dell’indennità:
      100% per il giorno dell’infortunio;
      60% dal 2° al 4° giorno compresi i sabati e le domeniche.

  5. Classico esempio quello dell’incidente automobilistico proprio mentre ci si reca in ufficio. Ma il discorso vale anche se, ad esempio, il lavoratore, sempre mentre va in ufficio, viene colpito da infarto? In altre parole, l’infarto lungo il tragitto casa-lavoro è infortunio in itinere?

    1. Secondo il Tribunale di Santa Maria Capua Vetere un infarto, anche in soggetto già sofferente di cuore, può costituire infortunio sul lavoro, ma occorre la prova che tale evento – che normalmente si verifica per cause naturali – sia stato causato da un impegno lavorativo che supera quello normale a cui è abituato il dipendente in base alla sue mansioni: si pensi a un periodo in cui la mole di lavoro a carico di quel soggetto è aumentata.L’infarto non è una causa violenta. Proprio per questo, per poter ottenere l’indennizzo Inail, va accertato se sia dovuto a specifiche condizioni ambientali e di lavoro improvvisamente diverse da quelle a cui il lavoratore è abituato: si pensi, come già detto, ad un picco dell’attività lavorativa. Pensiamo, ad esempio, a un infermiere che, nel giro di poche ore, si ritrova a dover far fronte a una mole impressionante di ricoveri nella settimana di ferragosto quando la maggior parte dei colleghi è in ferie. Esso, inoltre, deve avvenire in “occasione di lavoro”: deve, cioè, sussistere un nesso causale, anche indiretto, con l’attività lavorativa svolta o con le modalità del suo svolgimento. Ad esempio, si pensi a un operaoi in un cantiere edile costretto costantemente a intesi sforzi fisici che, associati ad altre cause (lo stress dovuto all’avvicinarsi della data di scadenza dell’appalto, ad esempio), possono sottoporlo a questo genere di rischio.

    2. Per ottenere l’indennizzo, occorre provare che l’attività lavorativa abbia avuto un ruolo di concausa nell’infarto, dimostrando che non si sarebbe verificato senza tale fattore. A tal fine potrebbe essere utile una perizia medico-legale. Nel caso della sentenza, non è stato rilevato un nesso di causalità tra la morte per infarto e l’attività lavorativa, in quanto lo sforzo nel compiere a piedi l’abituale percorso per recarsi al lavoro non può rappresentare una causa di stress psicofisico idoneo a provocare l’evento dannoso. In altre parole, l’infarto in questione non può essere considerato infortunio lavorativo in quanto, sebbene avvenuto in occasione di lavoro (in itinere, appunto), non è identificabile una causa violenta che sia stata determinante nel provocarlo.

    1. La Cassazione ha più volte chiarito che si può risarcire l’infortunio in itinere avvenuto con la propria auto solo se l’impiego di questa ha carattere di necessità ossia quando: mancano mezzi pubblici; oppure esistono mezzi pubblici che però non consentono la puntuale presenza sul luogo di lavoro, oppure sono eccessivamente disagevoli o gravosi in relazione alle esigenze di vita familiare del lavoratore.
      Diverso è il discorso se l’incidente avviene in bicicletta. Per favorire l’uso di questo mezzo di locomozione, infatti, la legge prevede che l’infortunio in itinere in tale ipotesi viene sempre risarcito; il suo impiego è infatti equiparato a quello del mezzo pubblico o al percorso a piedi.
      Nell’ipotesi di uso di mezzo privato (compresa la bicicletta), sono esclusi dall’indennizzo gli infortuni direttamente causati:
      dall’abuso di alcolici e di psicofarmaci;
      dall’uso di stupefacenti ed allucinogeni;
      dalla mancanza della prescritta abilitazione di guida.
      Dunque, se il lavoratore si reca al lavoro con il proprio mezzo di trasporto per mere esigenze di comodità o di risparmio di tempo, e in assenza di peculiari situazioni personali e/o familiari che lo giustifichino, non opera la copertura assicurativa da parte dell’Inail in caso di infortunio in itinere.

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