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Anziani non autosufficienti: ultime sentenze

22 Aprile 2020
Anziani non autosufficienti: ultime sentenze

Leggi le ultime sentenze su: assistenza sanitaria; anziani non autosufficienti; pagamento della retta di degenza in una casa di riposo; spese di assistenza; buon andamento ed economicità dei programmi di assistenza; partecipazione familiare alla copertura della spesa.

Valutazione della condizione di vulnerabilità

In tema di concessione del permesso di soggiorno per ragioni umanitarie, la condizione di “vulnerabilità” del richiedente deve essere verificata caso per caso, all’esito di una valutazione individuale della sua vita privata in Italia, comparata con la situazione personale vissuta prima della partenza ed alla quale si troverebbe esposto in caso di rimpatrio, non potendosi tipizzare le categorie soggettive meritevoli di tale tutela che è invece atipica e residuale, nel senso che copre tutte quelle situazioni in cui, pur non sussistendo i presupposti per il riconoscimento dello “status” di rifugiato o della protezione sussidiaria, tuttavia non possa disporsi l’espulsione.

(In applicazione del principio, la S.C. ha cassato la sentenza di appello che aveva escluso la protezione umanitaria poiché il richiedente non aveva dimostrato l’appartenenza a particolari categorie soggettive – minori, genitori con figli minori, donne in gravidanza, anziani non autosufficienti, disabili, persone con disturbi psichici ecc. -, né l’esistenza di una concreta situazione di rischio per la vita e l’integrità fisica come la tortura o la compressione della sua libertà individuale – schiavitù, lavoro forzato, tratta di esseri umani -, tutte situazioni invece assimilabili a quelle suscettibili di tutela tipica).

Cassazione civile sez. I, 15/05/2019, n.13079

Rette per il ricovero di anziani

L’art. 59, comma 1, legge. reg. Sicilia 33/96, stabilisce che “l’integrazione della retta giornaliera corrisposta (…) dai Comuni (…) agli enti gestori di strutture residenziali per il ricovero di anziani non autosufficienti, è assunta a carico del Fondo sanitario regionale”. Pertanto, stante il chiaro dettato della norma, il pagamento della quota integrativa è un obbligo delle ASL, sia pure entro limiti di spesa previsti dalla legge, ed i Comuni debbono solo anticiparle. Il diritto al rimborso scaturisce dunque dalla legge, non dalla conclusione del procedimento amministrativo di ripartizione del Fondo regionale.

Cassazione civile sez. I, 03/08/2018, n.20518

Spese di degenza per anziani non autosufficienti

L’art. 59 della l.r. siciliana n. 33 del 1996 attribuisce alle amministrazioni comunali il diritto, nei confronti delle Aziende sanitarie provinciali, alla rifusione della quota integrativa delle spese di degenza per anziani non autosufficienti, subordinandolo a due sole condizioni: che il comune abbia adempiuto gli oneri formali richiesti dalla legge e che non sia stato superato il limite massimo dei fondi disponibili stabilito dalla legge. Spetta al comune provare la sussistenza della prima di tali condizioni ed all’Azienda sanitaria provinciale provare l’insussistenza dell’altra.

Cassazione civile sez. III, 19/10/2016, n.21068

Affidamento dei servizi di cura per gli anziani non autosufficienti

Ai fini della composizione della commissione giudicatrice di cui all’art. 84 del D. Lgs. n. 163/2006 è sufficiente che la commissione, nel suo complesso, possieda adeguata qualificazione tecnica con riferimento al settore dell’appalto, e non anche con riguardo a tutti i suoi aspetti specialistici (nel caso di specie, oggetto della gara era l’affidamento dei servizi di cura per l’infanzia e per gli anziani non autosufficienti ed i componenti della commissione giudicatrice erano stati individuati nelle persone dei dirigenti del settore delle Politiche Sociali dei Comuni appaltanti).

T.A.R. Napoli, (Campania) sez. II, 07/06/2016, n.2846

Il mantenimento del rapporto con le famiglie

Il mantenimento di un adeguato rapporto con le famiglie per i disabili gravi e gli anziani non autosufficienti realizza non solo un maggior beneficio per l’assistito, ma è idoneo a realizzare anche risultati migliori a parità di costo dei programmi di assistenza potendo esso rispondere, se adeguatamente applicato, ai criteri di economicità, buon andamento e proporzionalità nella ripartizione dei costi della assistenza; il principio legislativo in questione vuole dunque che le famiglie siano chiamate ad un ruolo più mirato e attivo, ma anche che esse non si trovino ad esser gravate da un doppio e rilevantissimo onere direttamente a loro carico per gli aspetti connessi alla costante appartenenza o al mantenimento del legame con il nucleo familiare dell’assistito e la contribuzione ai costi assai elevati che le prestazioni socio sanitarie per tali forme di disabilità comportano.

Consiglio di Stato sez. IV, 29/02/2016, n.838

Costo dei programmi di assistenza

Il mantenimento di un adeguato rapporto con le famiglie per i disabili gravi e gli anziani non autosufficienti realizza non solo un maggior beneficio per l’assistito, ma è idonea a realizzare anche risultati migliori a parità di costo dei programmi di assistenza atteso che esso, se adeguatamente applicato, può rispondere ai criteri di economicità, buon andamento e proporzionalità nella ripartizione dei costi della assistenza. Il principio legislativo di cui si tratta chiede dunque che le famiglie siano chiamate ad un ruolo più mirato e attivo, ma anche che esse non si trovino ad essere gravate da un doppio e rilevantissimo onere: gli oneri direttamente a loro carico per gli aspetti connessi alla costante appartenenza o al mantenimento del legame con il nucleo familiare dell’assistito e la contribuzione ai costi assai elevati che le prestazioni socio sanitarie per tali forme di disabilità comportano

Consiglio di Stato sez. III, 15/07/2015, n.3541

Ricovero in casa di riposo: la retta di degenza

Agli effetti dell’individuazione del soggetto sul quale incombe l’obbligo di provvedere al pagamento della retta di degenza in una casa di riposo, fra i princìpi di massima desumibili dagli artt. 2 e 3, d.lg. 31 marzo 1998 , n. 109 vi è quello per cui le condizioni economiche da prendere in considerazione sono quelle personali dell’assistito e del suo nucleo familiare, intendendosi per tale la famiglia anagrafica, ma in talune ipotesi (anziani non autosufficienti o persone con handicap grave) la situazione economica da considerare può essere quella personale del solo assistito, giacchè altre previsioni di dettaglio concernono casi particolari.

Consiglio di Stato sez. III, 30/09/2014, n.4864

Compartecipazione ai costi delle prestazioni di tipo residenziale

La previsione di una compartecipazione ai costi delle prestazioni di tipo residenziale, da parte dei familiari di disabili gravi e di anziani non autosufficienti, può costituire un incentivo indiretto che contribuisce a favorire la permanenza del disabile e dell’anziano presso il nucleo familiare ed è, comunque, espressiva di un dovere di solidarietà che, prima ancora che sulla collettività, deve gravare anzitutto sui prossimi congiunti.

Consiglio di Stato sez. III, 08/04/2014, n.1676

Struttura residenziale per anziani non autosufficienti

L’articolo 11, parte A, paragrafo 1, lettera a), della sesta direttiva 77/388/CEE del Consiglio, del 17 maggio 1977, in materia di armonizzazione delle legislazioni degli Stati membri relative alle imposte sulla cifra di affari – Sistema comune di imposta sul valore aggiunto: base imponibile uniforme, nonché l’articolo 73 della direttiva 2006/112/CE del Consiglio, del 28 novembre 2006, relativa al sistema comune d’imposta sul valore aggiunto, devono essere interpretati nel senso che un versamento forfettario, come il «forfait cure» di cui al procedimento principale, costituisce il corrispettivo delle prestazioni di cure effettuate a titolo oneroso da una struttura residenziale per anziani non autosufficienti a beneficio dei suoi residenti e rientra, a tale titolo, nell’ambito di applicazione dell’imposta sul valore aggiunto (fattispecie relativa al calcolo del pro-rata di detrazione dell’imposta sul valore aggiunto, applicabile ad una struttura residenziale per anziani non autosufficienti).

Corte giustizia UE sez. VI, 27/03/2014, n.151

Struttura sanitaria accreditata destinata agli anziani non autosufficienti

Una struttura sorgente su suolo pubblico, avente quale funzione quella di ospitare anziani prevalentemente non autosufficienti, provvedendo alla loro assistenza, cura e riabilitazione, non può essere considerata sul piano urbanistico una residenza, trattandosi invece di una struttura sanitaria, ulteriormente caratterizzata dall’affrontare una condizione umana (la vecchiaia e le fisiologiche limitazioni ad essa connesse) di rilievo sociale generalizzato; del resto, ricondurre una simile struttura, in specie ove essa sia condotta in regime di accreditamento con il Sistema sanitario nazionale, ad una specie di residenza collettiva per una utenza particolare, significherebbe introdurre a fini urbanistici un inedito quanto inammissibile concetto di residenzialità, coincidente con la mera presenza umana in un edificio, qualunque sia la sua funzione.

Consiglio di Stato sez. IV, 13/03/2014, n.1240

Limiti di spesa sanitaria

Le regioni, nell’esercitare la propria potestà programmatoria sui limiti di spesa sanitaria (o socio-sanitaria), godono di un ampio potere discrezionale, purché però vengano bilanciati interessi diversi: non solo l’interesse pubblico al contenimento della spesa ed il diritto degli assistiti alla fruizione di prestazioni sanitarie adeguate (art. 32 cost.), ma anche le legittime aspettative degli operatori privati i quali ispirano le loro condotte ad una logica imprenditoriale, nell’ambito della loro libertà di iniziativa economica (art. 41 cost.). Ne deriva che la fissazione di un tetto di spesa che si preoccupi solo di qualcuno degli interessi predetti, obliando gli altri, non potrebbe per ciò solo essere considerato legittimo, in quanto carente ab origine del necessario bilanciamento (fattispecie relativa all’illegittimità della delibera della Giunta regionale di approvazione del piano tariffario delle prestazioni di assistenza residenziale per anziani non autosufficienti).

T.A.R. Torino, (Piemonte) sez. II, 31/01/2014, n.201



17 Commenti

  1. Che succede quando una persona disabile o un anziano ha bisogno di essere assistito a lungo in una casa di cura e, quindi, c’è da sostenere un costo economico non indifferente? E che succede se, soprattutto, la persona assistita è in difficoltà economica? Per gli anziani non autosufficienti chi paga la retta?

    1. C’è una procedura prevista dalla legge che contempla il diritto di queste persone ad essere prese in carico dal Servizio sanitario nazionale e ad avere delle prestazioni socio-assistenziali. La gestione avviene secondo la normativa dettata da Regioni, Comuni e Asl. Il problema, però, è che c’è una quota da versare per la parte non strettamente sanitaria o socio-assistenziale, vale a dire per quella, diciamo così, alberghiera. È quella che serve a compensare le spese dei pasti o del posto letto, tanto per capirci.al momento del ricovero, i parenti vengono chiamati in causa per garantire il versamento della quota che spetta all’assistito, se il reddito di quest’ultimo non bastasse a garantire i pagamenti. Tuttavia, ci sono dei casi in cui non sono tenuti a farlo. Succede, ad esempio, quando la persona ricoverata ha più di 65 anni, non è autosufficiente ed ha una grave disabilità. In questo caso, si fa riferimento soltanto all’Isee dell’assistito e, pertanto, figli o nipoti non c’entrano nulla. Così dice la legge. Questo significa che se la persona ricoverata non è in grado economicamente di pagare la sua quota, il suo Comune di riferimento non può andare a bussare alla porta dei parenti dell’assistito per reclamare la parte spettante della retta: dovrà essere l’ente pubblico a farsene carico. Secondo la Cassazione, infatti, di fronte alla mancanza di reddito o ad una grave disabilità dell’anziano, i familiari possono inviare una disdetta e non pagare la quota del loro congiunto

  2. Il Comune divide in percentuale il costo della retta da pagare per il ricovero di un anziano non autosufficiente in una residenza sanitaria assistenziale. Ma sulla base di che cosa viene deciso l’importo?

  3. Ma se l’anziano non autosufficiente non è in grado di pagare la retta del ricovero in una Rsa perché in difficoltà economica, non possono pagare la parte di quota alberghiera i familiari? Cioè, figli o nipoti non sono chiamati a corrispondere la parte che esula dalla competenza del Servizio sanitario nazionale?

    1. In effetti, spesso succede così: al momento del ricovero, i parenti vengono chiamati in causa per garantire il versamento della quota che spetta all’assistito, se il reddito di quest’ultimo non bastasse a garantire i pagamenti. Tuttavia, ci sono dei casi in cui non sono tenuti a farlo.Succede, ad esempio, quando la persona ricoverata ha più di 65 anni, non è autosufficiente ed ha una grave disabilità. In questo caso, si fa riferimento soltanto all’Isee dell’assistito e, pertanto, figli o nipoti non c’entrano nulla. Così dice la legge.Questo significa che se la persona ricoverata non è in grado economicamente di pagare la sua quota, il suo Comune di riferimento non può andare a bussare alla porta dei parenti dell’assistito per reclamare la parte spettante della retta: dovrà essere l’ente pubblico a farsene carico. Secondo la Cassazione, infatti, di fronte alla mancanza di reddito o ad una grave disabilità dell’anziano, i familiari possono inviare una disdetta e non pagare la quota del loro congiunto.C’è un caso ancora più estremo. È quello che riguarda l’anziano non solo non autosufficiente ma addirittura invalido al 100%. In questo caso, nulla può essere chiesto né a lui né ai suoi parenti, come ha stabilito una sentenza del tribunale di Verona risalente ad alcuni anni fa. Non solo: nel caso in cui sia stata pagata qualche somma, è possibile richiedere la restituzione dei soldi al Comune.In pratica, i giudici veneti dichiarano nulli i contratti siglati tra i parenti degli assistiti e le Rsa in virtù dei quali i familiari si impegnano a corrispondere una parte della retta come garanti dell’assistito. Concetto già espresso da altre simili sentenze [4] e basato sul principio costituzionale secondo cui la suddivisione delle spese tra Servizio sanitario nazionale e Comune rientra «nell’ambito della normativa di interesse pubblico che assicura ai cittadini le prestazioni socio-sanitarie necessarie, da garantirsi su tutto il territorio nazionale».Pertanto, ribadiscono i giudici, «il diritto al ricovero e all’assistenza di un soggetto ultrasessantacinquenne e invalido al 100% non può esser regolamentato da convezioni private che, in qualche modo e secondo vari mezzi giuridici (espromissione, fideiussione, ecc.), ostacolino di fatto il ricorso del cittadino alla fruizione dell’assistenza sanitaria, quale mezzo concreto di garanzia e attuazione del diritto costituzionalmente riconosciuto alla salute. Il contratto – conclude la sentenza – deve ritenersi nullo per contrarietà a norme imperative».

  4. Nel caso in cui l’anziano assistito sia dichiarato invalido al 100% o portatore di handicap (anche non grave), è possibile dedurre dal suo reddito, o dal reddito di chi lo assiste, le spese mediche e di assistenza specifica sostenute per suo conto, anche se l’anziano non risulta fiscalmente a carico di chi lo assiste. Ma quali sono le spese di assistenza specifica che possono essere dedotte dal reddito?

    1. Le spese di assistenza specifica che possono essere dedotte dal reddito sono:
      l’assistenza infermieristica e riabilitativa resa da personale paramedico in possesso di una qualifica professionale specialistica;
      le prestazioni rese dal personale in possesso della qualifica professionale di addetto all’assistenza di base o di operatore tecnico assistenziale, se dedicato esclusivamente all’assistenza diretta della persona;
      le prestazioni fornite dal personale di coordinamento delle attività assistenziali di nucleo, dal personale con la qualifica di educatore professionale, dal personale qualificato addetto ad attività di animazione e di terapia occupazionale.

  5. Ospito mia madre anziana in casa mia, mi occupo di lei tutto l’anno e ho anche assunto una badante per alcune ore al giorno. Anch’io però ho bisogno di andare in ferie con la mia famiglia. Ho cercato di coinvolgere i miei fratelli, ma uno di loro ha detto che non intende occuparsi di nostra madre. Vorrei sapere se può essere obbligato a prendersene cura almeno fisicamente.

    1. La risposta al quesito richiede una necessaria premessa in merito ai risvolti sia civili che penali dovuti alla mancata assistenza di persone incapaci quale, come sembra di capire, è la madre del lettore.La legge, nell’intento di tutelare la vita e l’incolumità di persone con un’incapacità naturale (dovuta all’età, alla malattia, all’handicap, ecc.), punisce tutti coloro i quali, in ragione della loro specifica situazione giuridica (ad esempio l’infermiere o la badante che hanno in cura un anziano), hanno il dovere di provvedere alla loro custodia (ossia alla sorveglianza diretta e immediata) e cura (ossia a una determinata prestazione da espletarsi nei riguardi di un soggetto con specifici problemi). Il reato in questione è quello dell’abbandono di minore o persona incapace. Reato che può concretizzarsi in tutti i casi in cui la condotta di un determinato soggetto contrasti con il dovere giuridico su di lui gravante di assistenza di una persona avente una incapacità naturale.Ora, occorre considerare che, nella situazione descritta dal lettore, l’anziana madre vive stabilmente in casa del figlio e pertanto, sotto il profilo della stretta assistenza fisica, sarebbe quest’ultimo (e non di certo gli altri fratelli) il primo soggetto responsabile nell’ipotesi in cui, a causa della sua assenza, dovesse accadere qualcosa alla donna quale soggetto non in grado di provvedere a se stessa.Supponiamo, ad esempio, che nel giorno libero della badante, il lettore decida di uscire lasciando la madre sola in casa. Se, in quel lasso di tempo, la donna dovesse procurarsi delle lesioni (magari mentre cerca di recarsi da sola in bagno) certamente di tale condotta non potrebbero essere considerati responsabili gli altri figli, atteso che essi sanno la madre al sicuro, accudita da chi la ospita.

    2. Ciò detto sotto il profilo della responsabilità penale, questo non significa, tuttavia, che gli altri figli non abbiano alcuna responsabilità nei confronti della madre.
      La legge, infatti, riconosce a ciascun soggetto che si trovi:
      – in stato di bisogno
      – e nell’ incapacità di provvedere alle proprie esigenze di vita in modo anche parziale (e in tale categoria rientrano implicitamente, e salvo prova contraria, le persone anziane)
      la possibilità di rivolgersi al giudice per chiedere i cosiddetti “alimenti”, ossia una prestazione economica periodica che lo ponga in condizioni di far fronte ai propri bisogni essenziali; bisogni che non attengono certamente al solo vitto o alloggio, ma anche all’assistenza fisica che, specie nelle persone anziane, si rivela spesso una necessità primaria. Per un approfondimento sul tema si rinvia all’articolo: “Stato di bisogno di familiari anziani: alimenti, come e da chi ottenerli”.In mancanza di un adempimento spontaneo da parte dei congiunti, la madre del lettore (che naturalmente dovrà essere consigliata, e probabilmente anche convinta, in tal senso) potrà perciò presentare una istanza scritta al tribunale, per il tramite di un avvocato (eventualmente avvalendosi del gratuito patrocinio, ove ve ne siano i presupposti reddituali) nei confronti di tutti soggetti obbligati, specificamente individuati dalla legge secondo un preciso ordine:
      – il coniuge;
      – in mancanza, i figli;
      – in mancanza, i discendenti prossimi (ossia i nipoti);
      – in mancanza, i genitori;
      – in mancanza, i nonni;
      – in mancanza, i generi e le nuore;
      – in mancanza, i suoceri;
      – in mancanza il convivente di fatto;
      – in mancanza, fratelli e sorelle.
      Quindi, nel caso in esame, i primi soggetti obbligati alla corresponsione degli alimenti sarebbero i figli.

    3. Ove le parti non dovessero raggiungere un accordo in tal senso, sarà il giudice a decidere in proporzione:
      – al bisogno di chi richiede gli alimenti
      – e alle condizioni economiche degli obbligati.
      Ciò significa, all’atto pratico, che il magistrato potrà disporre l’obbligo di versare una quota diversa per ciascuno dei fratelli.Va peraltro sottolineato – per rispondere allo specifico quesito del lettore – che la richiesta di assegno periodico non costituisce l’unica strada possibile per garantirsi il necessario per vivere (e provvedere alle proprie necessarie cure). La legge, infatti, prevede che l’obbligato possa adempiere con modalità alternative alla corresponsione di una somma di denaro, offrendo al richiedente di ospitarlo e mantenerlo in casa.Certamente si tratta di una modalità di prestazione degli alimenti che il giudice non potrà imporre in alcun modo (ma semmai suggerire), ma già la sola circostanza che il lettore ospiti l’anziana madre in casa propria dovrebbe comportare per il lettore un motivo di esonero (o quantomeno di forte alleggerimento) dal sostenere ulteriori spese (come quelle della badante), dovendo a queste proporzionalmente provvedere gli altri fratelli. Sicché, anche qualora questi non si dichiarino disponibili ad ospitare la mamma, se non altro nei periodi di ferie del lettore, quantomeno dovrebbero consentire (versando il loro contributo economico) il prolungamento del periodo di assistenza dell’anziana donna da parte della badante.

      In ogni caso, nel caso in cui le parti interessate non riescano a raggiungere un accordo, il giudice potrà, prima della pronuncia definitiva:
      – porre, in caso di urgente necessità, l’ obbligazionea carico di uno solo tra quelli che vi sono obbligati, salvo il regresso verso gli altri (cioè possibilità di agire in giudizio per ottenere il rimborso delle quote anticipate);
      – come pure decidere in via provvisoria sulla misura degli alimenti; con un provvedimento simile a quello temporaneo e urgente previsto nelle cause di separazione e divorzio (dove viene stabilita la misura del mantenimento per coniuge e figli fino alla pronuncia definitiva).
      All’esito della procedura giudiziaria su descritta, viene quindi pronunciato un provvedimento che regolamenta (o per disposizione del giudice o per il raggiunto accordo delle parti interessate) la somministrazione degli alimenti al soggetto bisognoso; regolamentazione che può prevedere anche una modalità diversa dalla semplice erogazione di denaro (ospitando, appunto, il beneficiario in casa propria).
      Tale regolamentazione determinerà anche una più precisa ripartizione degli obblighi tra i fratelli, alleggerendo, nel caso di specie, il lettore non solo dai costi che attualmente sostiene per la madre, ma anche dal timore di non potersi permettere di trascorrere un periodo di ferie lontano da casa.

  6. Abbandono di persone incapaci e non autosufficienti: figli e nipoti responsabili per genitori e nonni disabili, poveri o comunque che non possono badare a se stessi. Basta una semplice relazione di fatto. Figli e nipoti di persone anziane lasciate a sé stesse rischiano grosso.Posso essere puniti per l’abbandono di persone incapaci e, chiaramente, tra queste vi sono anche i vecchietti disabili o comunque non autosufficienti.

  7. La legge dice che «Chiunque abbandona una persona minore degli anni quattordici, ovvero una persona incapace, per malattia di mente o di corpo, per vecchiaia, o per altra causa, di provvedere a se stessa, e della quale abbia la custodia o debba avere la cura, è punito con la reclusione da sei mesi a cinque anni» (…).«La pena è della reclusione da uno a sei anni se dal fatto deriva una lesione personale, ed è da tre a otto anni se ne deriva la morte».«Le pene sono aumentate se il fatto è commesso dal genitore, dal figlio, dal tutore o dal coniuge, ovvero dall’adottante o dall’adottato».

  8. Ma chi deve badare a una persona anziana e quindi rischia il penale nel caso di abbandono? I figli? I nipoti? I fratelli? I parenti tutti?

    1. Il Codice penale menziona solo coloro che ne hanno:
      la cura;
      oppure la custodia.
      La cura è una relazione necessariamente giuridica che deve scaturire da una valida fonte, come la legge o un contratto (ad esempio, il tutore). La custodia può essere, invece, una relazione di fatto (il convivente), a patto che sussista al momento dell’abbandono, al di là della sua origine. Insomma, è necessaria una «posizione di garanzia». Il figlio che abita in un’altra città e si è fatto la sua famiglia non risponde del reato.Il delitto di abbandono si configura anche per chi si sottrae in modo temporaneo e parziale alla «cura» e alla «custodia» dell’incapace. Ad esempio, nel caso giudicato dalla Cassazione con la sentenza citata in apertura, i funzionari del servizio sociale avevano trovato una vecchietta abbandonata in un magazzino senza riscaldamento. È così scattato l’abbandono di incapace a carico del nipote che se ne era fatto carico volontariamente, d’accordo con il tutore dell’inabilitata e con l’autorizzazione del giudice. Ma solo per intascare metà della pensione sociale della nonnetta, ufficialmente per spese di sostentamento, salvo poi lasciarla in condizioni pessime. Inevitabile la sanzione perché la norma incriminatrice tutela il valore etico-sociale della sicurezza per la persona fisica contro determinate situazioni di pericolo, più che il rispetto in sé dell’obbligo legale di assistenza. E, dunque, il reato scatta anche se il rischio per l’incolumità non si avvera: basta esporre la vittima all’eventualità. Inutile poi per l’imputato tentare di scaricare la responsabilità sul curatore dell’inabilitata, che non ha dovere di cura e custodia dell’anziana.

  9. La reiterata e grave carenza di cure e assistenza di persone anziane non autosufficienti, pur potendo configurare il reato di maltrattamenti, non integra di per sé il diverso reato di abbandono di incapaci, per la cui configurabilità è necessario l’accertamento di una condotta, attiva o omissiva, contrastante con il dovere giuridico di cura (o di custodia) da cui derivi uno stato di pericolo, anche meramente potenziale, per la vita o l’incolumità del soggetto passivo (fattispecie in cui la Corte ha annullato la sentenza con la quale la Corte di Appello aveva condannato l’imputata, addetta, presso un residence per anziani, alla pulizia dei locali, all’igiene personale dei pazienti e alla loro assistenza durante i pasti, senza individuare se l’incuria nello svolgimento di dette mansioni e le condotte di maltrattamenti poste in essere nei confronti dei pazienti avessero determinato una situazione di abbandono)

  10. Il reato di abbandono di persone minori o incapaci è in rapporto di specialità rispetto a quello di omissione di soccorso, in quanto, a differenza di quest’ultimo che punisce chiunque si trovi occasionalmente a contatto diretto con una persona in stato di pericolo, sanziona la violazione di uno specifico dovere giuridico di cura o di custodia, che incombe su determinate persone o categorie di persone, da cui derivi una situazione di pericolo, anche meramente potenziale, per la vita o l’incolumità del soggetto passivo.

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