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Come dimostrare orario di lavoro

1 Aprile 2020
Come dimostrare orario di lavoro

Prove nel processo contro il datore di lavoro per dimostrare straordinari, full time o rapporti di lavoro in nero. 

Il tuo datore di lavoro ti ha fatto lavorare full time quando il tuo contratto prevedeva un orario ridotto. In più, hai fatto degli straordinari che non ti sono stati conteggiati in busta paga. Ora che i rapporti tra di voi si sono raffreddati e non hai più intenzione di sottostare ai suoi soprusi, intendi agire in tribunale per farti pagare le differenze retributive. Il tuo avvocato però ti ha detto che, per vincere la causa, bisognerà avvalersi di valide prove: sarà cioè necessario convincere il giudice della bontà delle tue dichiarazioni. Dichiarazioni che, ovviamente, da sole non basteranno a ottenere i soldi che ti spettano. 

Ti confronti, quindi, con la difficoltà di fornire dei riscontri o degli indizi per dei fatti che non sono mai stati documentati per iscritto, non avendo mai timbrato alcun cartellino. Da qui il quesito legale: come dimostrare l’orario di lavoro? 

Il problema non è solo tuo: ogni volta in cui un dipendente deve far valere il diritto alla retribuzione sugli straordinari o far accertare a un giudice l’esistenza di un rapporto di lavoro in nero è investito del cosiddetto «onere della prova»: spetta cioè a lui fornire tutti i riscontri obiettivi della pretesa azionata in giudizio. E, del resto, non è un fatto ignoto che le cause si vincono o si perdono non tanto sulla base della sussistenza del diritto ma delle prove che vi sono di esso. 

La questione dunque si gioca tutta su un piano processuale e, sul punto, occorrerà innanzitutto fare affidamento sull’esperienza del proprio avvocato: questi, anche alla luce degli orientamenti già percorsi dal tribunale competente, potrà dare gli opportuni consigli al proprio cliente su come dimostrare l’orario di lavoro. Consigli che, tuttavia, partiranno dalla interpretazione delle norme attualmente esistenti. Ed è proprio a queste norme che ci riferiremo qui di seguito per spiegare come comportarsi in casi del genere.

Le prove nel processo del lavoro

Come tutti sapranno, le prove di un processo possono essere di vario tipo e sono tutte classificabili in due categorie: le prove scritte e le prove orali. Non c’è bisogno di una laurea in legge per intuire che, nelle prove scritte, rientrano i contratti, gli atti della pubblica amministrazione (ad esempio, i certificati), i rogiti notarili, le scritture private di qualsiasi tipo, finanche – stando agli orientamenti più recenti sposati dalla giurisprudenza – le email ordinarie se di esse vi è una valida prova di ricevimento (prova che potrebbe essere costituita dal fatto che il destinatario abbia risposto al messaggio). La prova scritta, affinché abbia valore legale, deve quantomeno riportare la firma del soggetto che ne è artefice ed a cui si vuol imputare il documento. L’assenza di data può, invece, essere colmato con altre prove.

Nelle prove orali, rientrano innanzitutto le dichiarazioni dei testimoni, il giuramento, l’interrogatorio formale della controparte e la sua eventuale confessione. I testimoni di un processo civile possono essere solo soggetti estranei alla causa, che non conseguano alcuna conseguenza dall’esito del giudizio. I testimoni sono poi solo coloro che hanno assistito direttamente ai fatti in causa: non ha valore la testimonianza di chi riferisce di “aver sentito dire” a un’altra persona un determinato argomento.

Questi principi valgono anche nel processo del lavoro ove le prove sono quelle tipiche del rito ordinario. Con una particolarità: se di norma il giudice non ha alcun potere investigativo per ricercare la verità dei fatti (come abbiamo anticipato sopra, l’onere della prova spetta solo alle parti coinvolte nel processo), nel processo del lavoro sussiste una deroga: il codice di procedura civile prevede la possibilità di acquisire d’ufficio ulteriori elementi di prova.

Quali prove sono più decisive?

In un processo civile, esistono delle prove decisive che non possono essere sconfessate dalla controparte: sono le cosiddette prove legali. Si tratta degli atti pubblici (ad esempio, quelli stipulati dal notaio o redatti da altro pubblico ufficiale), le scritture private autenticate, la confessione, il giuramento. Si tratta di prove la cui efficacia è predeterminata dalla legge e di fronte alle quali al giudice è impedita ogni valutazione sul contenuto della stessa, dovendosi semplicemente attenere alle risultanze della prova offerta.

Tutte le altre prove sono, invece, liberamente valutate dal giudice secondo il suo prudente apprezzamento. Questo significa che non c’è una gerarchia tra le prove: se anche una scrittura privata può essere più convincente, nella prassi, di una dichiarazione testimoniale, non è detto che ciò sia automatico. Anche il numero dei testimoni non influisce sulle sorti del processo: può essere, infatti, più incisiva la dichiarazione di una sola persona che di cento in contraddizione tra loro o fumose e generiche.

Come dimostrare orario di lavoro? Le prove

Abbiamo sinora enunciato i principi generali del processo civile e, in particolare, di quello del lavoro. Ma concretamente come dimostrare l’orario di lavoro?

La prima cosa da fare è verificare se il dipendente ha in mano prove documentali che possano confermare la propria tesi. Ad esempio, potrebbe aver conservato sms o email del datore di lavoro in cui vengano richieste, in specifici orari della giornata, determinate attività. 

Potrebbero valere come prova documentale anche la firma del dipendente a bolle di consegna, contratti, ricevimento di raccomandate, fax o altra documentazione interna all’azienda.

La prova certamente più utilizzata per dimostrare l’effettivo orario di lavoro svolto da un lavoratore dipendente è quella testimoniale. Come anticipato, il testimone non potrà limitarsi a sapere “certi fatti” solo perché gli sono stati riferiti da altri, ma dovrà dichiarare di averli visti personalmente. Così, potrà ben essere acquisita la prova testimoniale di un cliente che affermi di essere stato servito dal ricorrente o di un fornitore che abbia visto quest’ultimo nel magazzino a ritirare la merce. O ancora potrebbe essere disposta la testimonianza su amici o parenti del lavoratore che lo abbiano accompagnato sul luogo di lavoro o preso alla fine del turno o che semplicemente si siano limitati a fargli compagnia per qualche minuto durante lo svolgimento delle sue mansioni. 

Da ultimo, la Cassazione ha ammesso anche la possibilità di registrazioni video o audio realizzate dal lavoratore durante lo svolgimento delle proprie mansioni per dimostrare la fondatezza delle proprie affermazioni. In questo modo, è possibile provare l’esistenza di un lavoro in nero o magari l’attività notturna o domenicale. 



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