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Come determinare valore causa

1 Aprile 2020
Come determinare valore causa

Processo: le regole per definire la competenza del giudice, l’ammontare del contributo unificato e la condanna alle spese processuali.

Tutte le volte in cui si intraprende un processo civile è necessario determinare il valore della causa. Questo essenzialmente per tre ragioni. 

La prima di queste è la «competenza» del giudice: per alcune materie, le cause entro determinati importi vanno a finire al giudice di pace, altrimenti vengono decise dal tribunale. 

La seconda ragione è collegata al «contributo unificato», ossia la tassa sulla giustizia che bisogna versare all’inizio del giudizio: l’importo non è parametrato al reddito della parte, ma al valore della causa. 

La terza ragione riguarda il calcolo della parcella dell’avvocato che dovrà essere liquidata, dal giudice, a carico della parte soccombente, alla fine del processo: tanto più è elevato il valore della causa, tanto più pesante sarà la condanna alle spese processuali per chi perde.

A questo punto risulta necessario stabilire come determinare il valore della causa: è dall’esisto infatti di tale calcolo che dipendono le tre variabili che abbiamo appena elencato. Un unico calcolo, insomma, con tre effetti diversi. Ebbene, quali sono le regole per definire con esattezza l’importo controverso, specie quando questo non consiste in una somma di denaro o in un bene materiale (si pensi a un risarcimento per danno all’immagine)? 

Le regole sono espresse in modo piuttosto sintetico, ma comunque chiaro, dal codice di procedura civile. Eccole qui di seguito sintetizzate. 

Chi decide il valore della controversia?

A indicare il valore della controversia è la parte che inizia la causa: si tratta di una dichiarazione contenuta nell’atto introduttivo del giudizio che, tuttavia, è sindacabile dal giudice. Il magistrato può cioè accertare se il valore dichiarato corrisponde a vero o no. Un calcolo sbagliato potrà determinare il recupero a tassazione della differenza del contributo unificato e la dichiarazione di incompetenza del giudice, con invito a riassumere la causa presso il magistrato competente.

In verità è comunque il ricorrente a decidere il valore da dare alla controversia: a questi infatti è data la possibilità di rinunciare a una parte del proprio diritto oppure a richiedere un importo superiore, avendo così ripercussioni sul valore del giudizio. Facciamo qualche esempio.

Marco ha subìto un incidente stradale per un complessivo danno di 22mila euro. Tuttavia, per far decidere la causa al giudice di pace (la cui competenza per i sinistri stradali è fino a massimo 20mila euro) ed ottenere così una sentenza in termini più brevi, decide di rinunciare a 2.000 euro di risarcimento e di chiederne solo 20mila. In questo modo Marco potrà avviare la causa dinanzi al giudice di pace.

Antonio è stato danneggiato da uno sbalzo della rete elettrica che gli ha procurato il corto circuito di alcuni elettrodomestici e impedito di lavorare da casa per una settimana. Se Antonio chiederà un risarcimento fino a 5.000 euro potrà rivolgersi al giudice di pace, altrimenti dovrà presentarsi in tribunale. 

L’indicazione del valore della causa fatta da chi inizia il giudizio, se ha effetti immediati sul contributo unificato da versare – che sarà infatti calcolato sulla base del valore da questi dichiarato – non influenzerà invece il giudice: il magistrato potrà accordare un risarcimento inferiore a quanto da richiesto dalla parte, con il solo limite di non riconoscere somme ulteriori rispetto alla domanda iniziale del giudizio (anche se ne ritiene sussistente il diritto).

Come si stabilisce il valore della causa?

Una volta stabilito che spetta all’attore o ricorrente (ossia chi inizia la causa) definire il valore della controversia, vediamo su quali criteri deve basarsi. Le regole sono fissate dall’articolo 10 e seguenti del codice di procedura civile. 

Se manca questa dichiarazione la parte deve pagare il contributo unificato appartenente allo scaglione più alto (superiore a 520.000 euro).

Se l’attore propone più domande contro lo stesso convenuto, il valore delle domande si cumula.

Quando il valore non è individuabile in base all’applicazione delle norme del codice, si considera indeterminato.

Regole generali per stabilire il valore della causa

In generale il valore della causa si determina sulla base della domanda avendo cioè come riferimento la pretesa fatta valere in giudizio, fatte salve alcune eccezioni.

Così, ad esempio, se l’attore chiede un risarcimento per 10mila euro il valore della causa è appunto pari a tale somma. Il valore va calcolato comprendendo anche interessi, spese e danni.

Se il convenuto propone una domanda riconvenzionale (ossia una autonoma richiesta nei confronti dell’attore) il suo valore non si somma con quella principale dell’attore.

Per stabilire il valore della causa bisogna partire dal capitale richiesto a cui andranno sommati gli interessi, le spese e i danni anteriori alla proposizione della domanda (compresi quelli derivanti da svalutazione), la rivalutazione monetaria.

Se la domanda è di risarcimento danni generico, il suo valore è pari al limite massimo del giudice adito.

L’attore può formulare, nell’atto introduttivo, una dichiarazione di contenimento (detta anche riserva o clausola di contenimento) con la quale limita il valore della causa alla competenza per valore del giudice adito, in modo da evitare dichiarazioni di incompetenza che potrebbero allungare i tempi del giudizio. Il giudice non può superare tale importo.

La formula spesso utilizzata nell’atto introduttivo è: «il tutto entro la competenza per valore del giudice adito», ma possono essere utilizzate anche altre diciture simili.

Quando non è possibile determinare il valore di una controversia, si parla di «causa di valore indeterminabile». In tal caso la competenza è del tribunale.

Una causa è di valore indeterminabile quando attiene a diritti non suscettibili di valutazione economica, perché non possono essere monetizzati (si pensi all’impugnazione di un provvedimento disciplinare del datore di lavoro che coinvolge interessi di natura sia morale che economica).

Diverso dal «valore indeterminabile» è l’ipotesi della causa di «valore indeterminato». Questa si verifica:

  • quando l’attore non indica nell’atto introduttivo il valore della sua pretesa perché lo ritiene difficilmente valutabile (chiedendo la condanna generica del convenuto), se il giudice può economicamente determinarlo in base ai criteri stabiliti dalla legge o alle risultanze degli atti;
  • quando il valore è desumibile dalle attività stragiudiziali o dalle proposte transattive della parte e del suo legale, svoltesi fuori del contesto processuale, se la pretesa della parte non si è tradotta in una precisa e formale richiesta al giudice;
  • quando non si riesce, in prima battuta, a determinare il valore della controversia, ma il giudice può comunque valutarlo in base ai criteri stabiliti dalla legge e alle risultanze degli atti.

Regole generali per stabilire il valore della causa

Per alcuni tipi di cause sono previste delle regole speciali per stabilire il valore della controversia. Eccole:

  • cause relative a beni immobili e altri diritti reali: il valore è determinato moltiplicando il reddito dominicale del terreno o la rendita catastale del fabbricato per: a) 200 nelle controversie relative alla proprietà; b) 100 nelle controversie relative a usufrutto, uso, abitazione, nuda proprietà e diritto dell’enfiteuta; c) 50 nelle controversie relative alle servitù in riferimento al fondo servente. Se invece non esiste il reddito dominicale o la rendita catastale al momento in cui si propone la domanda, il giudice determina il valore della causa in base a quello che emerge dagli atti; se gli atti non offrono elementi per la stima, la causa si presume di valore indeterminabile
  • sfratto per morosità: in base all’importo dei canoni non corrisposti alla data di notifica dell’atto di citazione per la convalida;
  • processi di finita locazione: in base all’ammontare del canone per ogni anno;
  • azioni surrogatorie e revocatorie: valore della ragione di credito;
  • divisione: valore della quota (o supplemento di quota) spettante al cliente (a meno che si controverta sulla consistenza dell’asse caso in cui il valore è quello dei beni controversi)
  • risarcimento danni somma liquidata, piuttosto che quella pretesa;
  • pensione di invalidità: è assimilabile a una rendita vitalizia, per cui il valore si determina in base ai criteri indicati dal codice, cumulando le annualità fino a un massimo di 10;
  • cause possessorie: valgono le regole dettate per la valutazione delle cause relative al diritto il cui contenuto corrisponde al potere di fatto sulla cosa di cui si controverte;
  • opposizione a sentenza di fallimento: la causa è di valore indeterminabile;
  • mancato rispetto delle distanze legali tra immobili: il valore si determina moltiplicando per 50 il reddito dominicale del terreno o la rendita catastale del fabbricato in cui si presume avvenuta la violazione.


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