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Perquisizione e sequestro nello studio legale

1 Aprile 2020
Perquisizione e sequestro nello studio legale

Quando la polizia può entrare nello studio dell’avvocato, aprire gli archivi, i fascicoli, il computer, ispezionare le email e requisire gli hard disk? 

Non è affatto facile la vita dell’avvocato che difende persone con precedenti penali o sottoposte a indagini per gravi reati: il rischio che i controlli possano allargarsi al difensore sono tutt’altro che remoti. Se poi è in gioco un illecito penale commesso dallo stesso avvocato, allora la difesa diventa più complicata e i poteri delle autorità si allargano (si pensi all’evasione fiscale o all’autoriciclaggio). 

La Cassazione ha tuttavia fissato dei paletti ben precisi alla perquisizione e sequestro nello studio legale. Facciamo dunque il punto della situazione alla luce delle pronunce più recenti.

Ispezione e perquisizione nello studio legale

Nel caso di accessi della Guardia di Finanza, il T.U. sulle imposte sui redditi [1] stabilisce che, se il locale è adibito solo all’esercizio dell’attività professionale, è sufficiente l’autorizzazione del capo dell’ufficio da cui dipendono i verificatori che ne indichi lo scopo.

Se invece si tratta di casa-studio (ossia di locali ad uso “promiscuo”) è necessaria anche l’autorizzazione del Procuratore della Repubblica.

Infine, per l’accesso all’abitazione del contribuente, l’autorizzazione del Pm può essere richiesta e rilasciata soltanto in caso di gravi indizi di violazioni delle norme fiscali.

Leggi sul punto Cosa può fare la Guardia di Finanza durante una verifica.

Nel caso di perquisizione della polizia giudiziaria, essa è ammessa solo per ricercare la prova del reato. La perquisizione può avvenire alla presenza del difensore della persona che la subisce e deve essere preceduta dalla consegna di un apposito mandato di perquisizione emesso dall’autorità giudiziaria.

Il problema della perquisizione nello studio legale è quello di contemperare due contrapposti interessi. Da un lato c’è il libero e incondizionato esercizio dell’attività di difesa tecnica, garantendo anche la privacy del cliente e il segreto professionale. Dall’altro lato c’è la necessità dello svolgimento delle indagini: l’attività difensiva dell’avvocato non può essere uno scudo che immunizza chi la esercita da eventuali condotte illecite. 

Pertanto l’ispezione e la perquisizione dello studio legale sono consentite solo in due casi: 

  • se l’avvocato è imputato, limitatamente all’accertamento del fatto contestato;
  • oppure per ricercare tracce o cose attinenti al reato, previamente determinate [2]. 

È vero: l’articolo 103 del codice di procedura penale stabilisce delle garanzie di liberà del difensore, prevedendo che le ispezioni e le perquisizioni negli studi legali sono ammesse solo quando essi o altre persone che svolgono stabilmente attività nello stesso ufficio sono imputati, oppure per rilevare tracce o altri effetti materiali del reato o per ricercare cose o persone specificamente predeterminate.

Ma tali garanzie non trovano applicazione nel caso in cui ispezioni e perquisizioni debbano essere compiute nei confronti di chi eserciti la professione legale in qualità di soggetto sottoposto ad indagine [3].

«In tema di perquisizione domiciliare nei luoghi attinenti all’attività professionale di avvocato, la Corte sottolinea che le garanzie di cui all’art. 103 c.p.p. non mirano alla tutela di chiunque eserciti la professione legale ma solo di colui che rivesti la qualità di difensore in virtù di un mandato legalmente conferitogli, in quanto funzionali alla garanzia del diritto di difesa dell’imputato. Tali garanzie non trovano dunque applicazione nel caso in cui le ispezioni e perquisizioni debbano essere compiute nei confronti di chi eserciti la professione legale in qualità di soggetto sottoposto ad indagine; con la conseguenza che, in tali ipotesi, il PM non abbisogna dell’autorizzazione del giudice per l’effettuazione della perquisizione».

Conclusioni diverse valgono invece per il sequestro di diversi atti e documenti relativi all’attività professionale svolta dall’avvocato, non costituenti corpo del reato ed essendo dunque tutelati dalle garanzie di cui all’art. 103 del cod. proc. pen. Tale operazione costituisce una indebita ingerenza nell’attività difensiva svolta a favore degli assistiti, pregiudicando il libero esercizio della professione forense.

Si possono sequestrare le carte della difesa?

Le carte o i documenti riguardanti la difesa non sono sequestrabili a meno che non si tratti del corpo del reato. 

Esistono in realtà diverse pronunce della Suprema Corte secondo cui, in tema di motivazione del decreto di sequestro probatorio, necessaria, ma anche sufficiente, per consentire l’esercizio del diritto di difesa, l’indicazione delle norme di legge che si assumono violate, la data e il luogo del fatto e le finalità investigative per le quali il vincolo è disposto. Tuttavia, più di recente la Cassazione [4] ha ritenuto, conformemente ad altro indirizzo, che l’obbligo di motivazione che deve sorreggere, a pena di nullità, il decreto dl sequestro probatorio, in ordine alla ragione per cui i beni possono considerarsi corpo del reato ovvero cose ad esso pertinenti e alla concreta finalità probatoria perseguita con l’apposizione del vincolo reale. Tale motivazione deve essere modulata da parte del pubblico ministero in relazione al fatto ipotizzato, al tipo di illecito cui in concreto il fatto è ricondotto, alla relazione che le cose presentano con il reato, nonché alla natura del bene che si intende sequestrare, non essendo sufficiente il mero richiamo agli articoli di legge, senza, tuttavia, descrivere i fatti, né la ragione per la quale i beni sequestrati dovessero considerarsi corpo del reato o cose ad esso pertinenti, né la finalità probatoria perseguita. 

Come chiarito anche in passato dalla Cassazione, sono sequestrabili soltanto quei documenti, anche se relativi all’oggetto della difesa, che costituiscono corpo del reato. Nessuna interpretazione estensiva, quindi, può consentire la deroga alle stringenti norme del codice poste a presidio della libertà dell’attività difensiva.

Lo stesso discorso vale per la corrispondenza tra imputato e difensore: anch’essa non può essere sequestrata se non è corpo del reato. 

In caso contrario, le prove così acquisite non possono essere utilizzate nel processo.

Come chiarito dalle Sezioni Unite della Cassazione nel 2017, l’avvocato può impugnare il provvedimento di sequestro illegittimo anche se l’oggetto materiale sequestrato gli viene restituito, previa eventuale estrazione di copia (con riferimento specifico ai documenti informatici). Per l’impugnazione è necessario dimostrare un interesse specifico, concreto ed attuale. In altri termini, chi intende impugnare il sequestro dovrà allegare elementi concreti dai quali desumere la lesione di «interessi primari conseguenti alla indisponibilità delle informazioni contenute nel documento».

Si può sequestrare la penna usb o l’hard disk dell’avvocato?

Il sequestro è illegittimo se non è motivato in modo espresso. Ma attenzione: mai sequestrare all’avvocato l’intero sistema informatico. Secondo infatti la Cassazione [5], va annullato il sequestro del materiale informativo dello studio legale qualora il provvedimento ecceda gli scopi dell’indagine e risultino riscontrabili interessi ulteriori all’integrale restituzione del materiale, in relazione ai diritti alla privacy di terzi e dell’indagato (nel caso di specie, gli organi istruttori avevano estrapolato l’equivalente di trent’anni di attività nel corso della professione di avvocato).

In relazione al tipo di reato contestato ed alle specifiche esigenze d’indagine, l’autorità giudiziaria può estrapolare una copia immagine – o copia clone – che costituisce duplicato dell’originale per ogni intrinseco elemento o dettaglio informatico – cioè, proprietà, valori binari e codici -, senza alcuna possibilità di corruzione del dato originario. Ovvero, l’autorità giudiziaria può operare la copia semplice dei dati informatici.

Perquisizione presso lo studio legale e avviso al Presidente del Consiglio dell’Ordine

Il citato articolo 103 del cod. proc. pen. stabilisce che  l’autorità giudiziaria, nell’eseguire un’ispezione, una perquisizione o un sequestro presso lo studio di un difensore, ha l’obbligo di avvisare il Presidente del Consiglio dell’Ordine forense del luogo affinché questi, o un assistente delegato, possa assistere a tali operazioni.  Il rispetto di tale obbligo è sancito a pena di nullità [6].


note

[1] Art. 52 d.P.R. n. 633/1972.

[2] Cass. sent. n. 28721/18 del 21.06.2018.

[3] Cass. sent. n. 28069/17 del 7.06.2017.

[4] Cass. sent. n. 37639/2019.

[5] Cass. sent. n. 53810/17 del 29.11.2017.

[6] Cass. sent. n. 71/19 del 2.01.2019.

Corte di Cassazione, sez. II Penale, sentenza 19 – 28 novembre 2019, n. 48395

Presidente Gallo – Relatore De Santis

Ritenuto in fatto

1. Con l’impugnata ordinanza il Tribunale di Cuneo rigettava la richiesta di riesame avanzata nell’interesse di L.F. avverso il decreto di perquisizione locale e di sequestro probatorio emesso dal P.m. della locale Procura nell’ambito del proc. n. 503/2018, che vede il ricorrente indagato in ordine ai delitti di associazione per delinquere finalizzata all’introduzione nel territorio nazionale di valuta contraffatta, falsificazione di documenti, timbri e lettere di accreditamento da utilizzarsi per l’espatrio e per giustificare l’uscita di valuta dal Vietnam; truffa commessa mediante offerta di falsi prodotti finanziari, i cui proventi erano destinati a società prive di operatività commerciali; appropriazione indebita ed autoriciclaggio.

2. Ha proposto ricorso per Cassazione il difensore dell’indagato, Avv. Francesco Gambino, deducendo:

2.1 la violazione dell’art. 103 c.p.p. in relazione all’intervenuta conferma del decreto del P.m. in data 11/7/2019 che ha disposto il sequestro di cose ulteriori (in particolare PC, tablet, telefoni, memorie di massa e i dati negli stessi contenuti) rispetto a quelle per le quali aveva ottenuto l’autorizzazione del Gip. Il collegio della cautela reale ha disatteso la doglianza difensiva formulata in proposito, evidenziando che sia la richiesta del P.m. che l’autorizzazione del Gip facevano riferimento alla perquisizione anche telematica e a documenti presenti nello studio dell’indagato, che svolge la professione legale, anche su supporto informatico, concludendo che il sequestro deve ritenersi disposto nei limiti ed in conformità all’autorizzazione del Gip, valutazione che la difesa reputa erronea dal momento che il decreto del Gip si riferisce a singoli e specifici documenti su supporto informatico mentre il sequestro ha riguardato tutti i supporti informatici contenenti non solo i dati ricercati ma anche i documenti oggetto dell’attività professionale dell’avvocato indagato, non riferibili all’oggetto dell’indagine. Tale massa di documenti era nell’esclusiva disponibilità del Lazzarone quale difensore di terzi estranei poiché acquisita nell’esercizio del mandato professionale. Aggiunge il difensore che il P.m. procedente ha integrato l’originario decreto di sequestro con altro provvedimento in corso d’opera, esorbitando i limiti del provvedimento del Gip, e sul punto il tribunale cautelare ha reso una motivazione illogica, sostenendo che la doglianza svolta al riguardo non può costituire oggetto di riesame in quanto l’art. 263 espressamente prevede la possibilità di chiedere la restituzione di quanto ritenuto eccedente rispetto al decreto di sequestro e, solo in caso di rigetto, autorizza l’opposizione dinanzi al giudice. Il Tribunale non ha, tuttavia, considerato che nel corso della perquisizione il P.m. ha integrato l’originario decreto, disponendo il sequestro di tutto il contenuto dei dispositivi informatici, dando avviso dell’incarico al proprio CT per effettuare la copia forense degli stessi, copia che ha riguardato anche tutte le email, e ha disposto il sequestro del materiale cartaceo rinvenuto nello studio legale e ritenuto d’interesse a fini investigativi;

2.2 l’inosservanza degli artt. 103, 247, 275 e 352 c.p.p. anche con riferimento agli artt. 6, 8 e 10 della CEDU e alla L. n. 48 del 2008 di ratifica della Convenzione di Budapest, avendo l’ordinanza impugnata confermato il decreto del P.m. che ha disposto il sequestro dell’intero sistema informatico dell’indagato nonché di tutto il suo archivio di studio presente sui supporti costituiti da PC,telefono,memorie, unità di backup, dropbox, ivi compresi gli archivi di corrispondenza elettronica del difensore con i clienti e altri difensori, tutti relativi a difese affidate all’indagato in decenni di professione. Secondo il ricorrente, le motivazioni reiettive del Tribunale cautelare sono contrarie alle disposizioni vigenti in quanto il richiamo alla circostanza che il decreto del P.m. contenesse il generico riferimento ad una gran varietà di dispositivi informatici non vale a legittimarne l’apprensione, trattandosi di uno studio legale, e la consegna degli stessi al consulente del P.m. per effettuarne copia forense costituisce conferma della pervasività e onnicomprensività del provvedimento, disposto ed eseguito quale strumento per la ricerca di notitiae criminis, con conseguente violazione delle modalità acquisitive del contenuto di un sistema informatico fissate dalla giurisprudenza di legittimità e dei criteri di pertinenzialità e proporzionalità rispetto alle esigenze probatorie.

Segnala, inoltre, la difesa che la possibilità di esperire rimedi a posteriori, quali la futura restituzione dei supporti e la distruzione dei dati duplicati non pertinenti all’indagine, non vale a sanare l’illegittimità del sequestro come estensivamente integrato dal P.m. in sede di perquisizione;

2.3 l’inosservanza dell’art. 103 c.p.p. per avere l’ordinanza impugnata confermato il decreto di sequestro del P.m. che ha disposto il vincolo non su cose costituenti corpo di reato bensì su cose che costituiscono tracce del reato. La difesa evidenzia che, a norma dell’art. 103 c.p.p., l’ambito del sequestro presso il difensore di carte o documenti anche informatici e relativi all’oggetto della difesa è limitato al caso in cui essi costituiscano corpo di reato mentre, nella specie, il decreto impugnato fa riferimento a tutta la documentazione e i supporti indistintamente e l’integrazione verbalizzata il 16/7/2019 autorizza il sequestro dei dispositivi elettronici in quanto recanti tracce del reato e ritenuti d’interesse a fini investigativi.

Considerato in diritto

3. Il ricorso non merita accoglimento siccome manifestamente infondato. Le doglianze difensive si incentrano sulla pretesa violazione dell’art. 103 c.p.p. in tema di garanzie di libertà del difensore sicché è preliminare ed assorbente la questione circa l’ambito d’applicabilità, nella specie, della disposizione.

Questa Corte, con orientamento da tempo consolidato, ha chiarito che le guarentigie previste dall’art. 103 c.p.p. non sono volte a tutelare chiunque eserciti la professione legale ma solo colui che rivesta la qualità di difensore in forza di specifico mandato conferitogli nelle forme di legge, essendo essenzialmente apprestate in funzione di garanzia del diritto di difesa dell’imputato; pertanto, esse non possono trovare applicazione qualora gli atti di cui all’art. 103 c.p.p. – ispezioni, perquisizioni, sequestri – debbano essere compiuti nei confronti di esercente la professione legale sottoposto ad indagine (Sez. 5, n. 12155 del 05/12/2011 – dep. 2012, Ranieri, Rv. 252147; nello stesso senso Sez. 2, n. 32909 del 16/05/2012, Marsala, Rv. 253263; Sez. 6, n. 8295 del 09/11/2018 – dep. 2019, Santimone, Rv. 275091) con la conseguenza che il P.m. non abbisogna dell’autorizzazione del giudice, ai sensi dell’art. 103 c.p.p., comma 4 per l’effettuazione di perquisizione nello studio di un legale sottoposto a indagine (Sez. 2, n. 31177 del 16/05/2006, P.M. in proc. Castellini, Rv. 234858).

La giurisprudenza di legittimità ha, in particolare, segnalato che l’applicabilità della norma in esame postula che il mezzo di ricerca della prova sia suscettibile di incidere sull’attività professionale svolta dal legale in favore di altri, dovendo escludersi che il legislatore abbia inteso accordare un privilegio connesso al mero status, a prescindere dall’indispensabile raccordo strumentale con le garanzie della funzione difensiva (Sez. 5, n. 35469 del 04/06/2003, Daccò, Rv. 228326), principio già evidenziato dalla relazione al codice di procedura penale secondo cui le disposizioni trasfuse nell’art. 103 c.p.p. sono “tutte coordinate alla tutela della funzione difensiva”.

Deve, dunque, ritenersi che in maniera ultronea il P.m. abbia richiesto, ai sensi dell’art. 103 c.p.p., comma 4, l’autorizzazione al Gip al fine di procedere a perquisizione dello studio legale del prevenuto di talché, il decreto autorizzativo del giudice che il Tribunale cautelare ha, comunque, reputato ottemperato in sede di esecuzione, non può essere individuato quale fonte di legittimazione dell’attività di ricerca della prova e del conseguente sequestro che, invece, trova esclusiva giustificazione nel decreto del P.m. originario e nella successiva integrazione disposta in sede di esecuzione.

4. Inoltre, questa Corte ha affermato il principio, che la Corte condivide e fa proprio, che in tema di perquisizioni e sequestri da eseguirsi presso lo studio del difensore, non esiste divieto alcuno a che vengano ricercate ed apprese, presso gli studi professionali legali, le “cose pertinenti al reato”; l’art. 103 c.p.p., comma 1, infatti, non distingue, con riferimento al possibile oggetto della ricerca, fra “cose pertinenti al reato” e “corpo di reato”, precisando esclusivamente che, ove il difensore sia imputato, la perquisizione è consentita solo “limitatamente al reato attribuito” ovvero, negli altri casi, “per rilevare tracce o altri effetti materiali del reato o per ricercare cose o persone specificamente predeterminate”; non si rinviene, pertanto, nel disegno della legge, alcun limite a che, presso lo studio dei difensori, si ricerchino anche quegli elementi che, pur non costituendo “corpo del reato”, abbiano comunque un nesso funzionale con l’accertamento dei fatti dedotti nell’imputazione. Nè può ritenersi che l’attività di ricerca in questione possa essere “ex ante” condizionata dal divieto di sequestro di carte e documenti relativi all’oggetto della difesa, di cui, ai sensi del comma 2 della norma predetta, è ammessa l’apprensione solo se costituenti corpo del reato: tale limite ai poteri dell’autorità procedente, infatti, viene in rilievo solo in un momento successivo a quello del materiale reperimento degli elementi di prova, al fine esclusivo dell’individuazione di ciò che è sottoponibile al vincolo oppure no (Sez. 2, n. 3513 del 22/05/1997, Acampora, Rv. 208072). Deve, infatti, escludersi che tutte le “carte” e i “documenti” che si trovino presso lo studio ovvero l’abitazione di un professionista iscritto all’albo degli avvocati siano perciò stesso da considerarsi “oggetto della difesa” e, pertanto, sequestrabili solo se “corpo di reato”, dal momento che per “oggetto della difesa”, come indicano il senso letterale delle parole e la “ratio” della norma, deve intendersi l’inerenza di quanto appreso ad un procedimento giudiziario, anche eventualmente concluso, in relazione al quale il professionista espleti o abbia espletato un mandato difensivo espressamente conferito dall’interessato; rimane escluso da tale definizione, pertanto, tutto ciò che, pur attenendo in genere all’attività professionale del legale, esula dall’espletamento di un mandato difensivo come sopra inteso, e che può, dunque, essere legittimamente sequestrato anche se rientrante solamente fra le “cose pertinenti al reato”, salva in ogni caso la tutela del segreto professionale, opponibile anche in tali ipotesi nelle forme di legge ex art. 256 c.p.p., comma 1, (Sez. 2, n. 3513/1997, cit.).

4.1 Nella specie, dunque, la difesa, a fronte di una motivazione del Tribunale del riesame che ha disatteso l’impugnazione attestando le proprie valutazioni su uno standard di garanzie esuberante rispetto all’assetto normativo, denunzia la violazione dell’art. 103 codice di rito, commi 2 e 4 sulla base di erronei presupposti e deduzioni generiche, senza considerare che l’attività di ricerca della prova esperita dal P.m. procedente deve essere di necessità parametrata alla latitudine delle imputazioni provvisorie a carico dell’indagato e che nell’ambito della stessa,da un lato, appare giustificata l’apprensione a fine di copia dei dispositivi informatici in ragione della necessità di ausilio tecnico per l’esame dei contenuti; dall’altro, in relazione al compendio cartaceo, la parte aveva facoltà di immediata segnalazione dell’inerenza del singolo documento all’oggetto della difesa, provandone i presupposti, sì da impedirne la sottoposizione a vincolo ove non costituente corpo di reato.

5.Alla luce delle considerazioni che precedono il ricorso deve essere dichiarato inammissibile con condanna del proponente al pagamento delle spese processuali e della sanzione pecuniaria precisata in dispositivo, non ravvisandosi ragioni d’esonero.

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e al pagamento della somma di Euro duemila in favore della Cassa delle Ammende.


Corte di Cassazione, sez. III Penale, sentenza 19 gennaio – 7 giugno 2017, n. 28069

Presidente Amoroso – Relatore Liberati

Ritenuto in fatto

1. Con ordinanza del 30 giugno 2016 il Tribunale di Udine ha respinto la richiesta di riesame presentata dall’Avvocato L.G. nei confronti del decreto di perquisizione e sequestro emesso dal Pubblico Ministero presso tale Tribunale il 18 maggio 2016, nell’ambito di indagini relative a reati tributari, e, in particolare, di quello di cui all’art. 10 d.lgs. n. 74 del 2000, a seguito del reiterato rifiuto da parte dell’indagato di esibire libri, registri e documenti contabili attinenti alla sua attività professionale.

Il Tribunale, nel disattendere la richiesta di riesame presentata dall’indagato, ha rilevato l’improprietà del richiamo alla disposizione di cui all’art. 103 cod. proc. pen., evidenziando che le indagini nell’ambito delle quali era stato emesso il decreto di perquisizione riguardavano il professionista e non suoi assistiti, e ha sottolineato la pregnanza del quadro indiziario a carico dell’indagato, in relazione al reato di cui all’art. 10 d.lgs. n. 74 del 2000, e la necessità di ulteriori approfondimenti investigativi al riguardo, essendo stata negata la consegna dei documenti ripetutamente richiesti dalla Guardia di Finanza, anche da parte del professionista indicato come custode della contabilità dell’indagato.

È stata, inoltre, evidenziata l’assoluta irrilevanza delle questioni di competenza territoriale degli organi accertatori sollevate dal richiedente e anche della decisione sul punto del Garante per il contribuente di Trieste, come pure la mancanza di elementi precisi riguardo al luogo di svolgimento della attività professionale da parte dell’indagato, con la conseguente legittimità della perquisizione anche presso la sua abitazione e quella della coniuge.

Il Tribunale ha, inoltre, ritenuto legittimo il sequestro dei documenti rinvenuti a seguito della perquisizione domiciliare, in quanto necessari all’accertamento della attività professionale effettivamente svolta dal professionista in Italia e suscettibile di tassazione, e la legittimità delle riprese video delle operazioni di perquisizione, trattandosi di una forma di documentazione della attività svolta dalla polizia giudiziaria.

2. Avverso tale ordinanza ha proposto ricorso per cassazione l’indagato, affidato a sette motivi, così enunciati nei limiti strettamente necessari ai fini della motivazione.

2.1. Con il primo motivo ha prospettato violazione degli artt. 103 e 200 cod. proc. pen., per l’indebita esecuzione della perquisizione presso l’abitazione della consorte dell’indiziato, in Comune di (…), e il sequestro probatorio di atti e documenti relativi alla propria attività professionale, non costituenti corpo di reato e in assenza di un rappresentante del competente Consiglio dell’Ordine degli Avvocati, come prescritto dall’art. 103 citato.

2.2. Mediante il secondo motivo ha lamentato l’errata considerazione da parte del Tribunale dei presupposti legittimanti le perquisizioni e il sequestro, e l’illogicità della motivazione al riguardo, essendo stati erroneamente ritenuti sussistenti gli indizi del reato di occultamento delle proprie scritture contabili, che non aveva mai rifiutato di esibire, essendosi limitato a indicare alla polizia tributaria che le stesse erano custodite in Roma dal proprio commercialista di fiducia.

2.3. Mediante il terzo motivo ha lamentato l’omessa considerazione della decisione del Garante per il contribuente del Friuli Venezia Giulia del 1 dicembre 2015, a proposito della competenza per territorio degli organi tributari incaricati della verifica fiscale nei propri confronti, di cui il Tribunale di Udine non aveva tenuto sufficientemente conto.

2.4. Con il quarto motivo ha lamentato l’insufficiente considerazione del proprio domicilio fiscale, in (…), laddove era stata tentata la comunicazione dell’avvio del procedimento fiscale.

2.5. Con il quinto motivo ha prospettato violazione degli artt. 250 e 252 cod. proc. pen., per l’indebita disposizione della perquisizione in relazione al reato di cui all’art. 10 d.lgs. n. 74 del 2000, in quanto tale atto aveva, in realtà, lo scopo di ricercare atti e documenti rilevanti ai fini dell’accertamento tributario e non di un reato, e quindi non avrebbe potuto essere disposto da parte del Pubblico Ministero.

2.6. Mediante il sesto motivo ha lamentato l’indebita realizzazione di una videoregistrazione della attività di perquisizione compiuta dalla polizia giudiziaria, all’interno di un luogo di privata dimora, in violazione dell’art. 14 Cost..

2.7. Con il settimo motivo ha eccepito l’inutilizzabilità degli atti di indagine compiuti successivamente alla scadenza del relativo termine massimo di durata, in assenza di proroga.

3. Il Procuratore Generale nella sua requisitoria scritta ha concluso per l’inammissibilità del ricorso, sottolineando l’utilizzabilità degli atti di indagine compiuti dopo la scadenza del termine di durata massima delle stesse di cui sia stata richiesta tempestivamente la proroga solo successivamente concessa, ed evidenziando la configurabilità del reato di occultamento delle scritture contabili nel caso di rifiuto di esibire i documenti richiesti in sede di accesso tributario, e l’inapplicabilità nel caso di specie delle garanzie stabilite dall’art. 103 cod. proc. pen., non venendo in rilievo nel caso specifico la funzione difensiva svolta dall’indagato; ha, inoltre, evidenziato l’irrilevanza della esecuzione delle videoriprese da parte della polizia giudiziaria in occasione dell’esecuzione della perquisizione.

4. Con memoria depositata il 31 dicembre 2016 il ricorrente ha ribadito le censure già sollevate con il primo, il secondo e il quarto motivo di ricorso.

Considerato in diritto

1. Il ricorso è parzialmente fondato, in relazione al primo e al quinto motivo.

2. Preliminarmente va precisato che il ricorso per cassazione in materia di misure cautelari reali può essere esaminato solo in relazione al vizio di violazione di legge non essendo consentita, in subiecta materia, la deduzione del vizio di motivazione per espresso dettato dell’art. 325, comma 1, cod. proc. pen. Nondimeno, la giurisprudenza di legittimità ha chiarito come nella violazione di legge siano ricompresi anche i vizi della motivazione così radicali da rendere l’apparato argomentativo posto a sostegno del provvedimento del tutto mancante o comunque privo dei requisiti minimi di coerenza, completezza e ragionevolezza, come tale inidoneo a rendere comprensibile l’itinerario logico seguito dal giudice, con conseguente violazione dell’art. 125 cod. proc. pen. (cfr., ex multis, Sez. U., n. 25932 del 29/05/2008, dep. 26/06/2008, Ivanov, Rv. 239692 e, da ultimo, Sez. 6, n. 6589 del 10/01/2013, dep. 11/02/2013, Gabriele, Rv.254893).

Sempre in premessa è necessario rammentare che alla Corte di cassazione è preclusa la possibilità non solo di sovrapporre la propria valutazione delle risultanze processuali a quella compiuta nei precedenti gradi, ma anche di saggiare la tenuta logica della pronuncia portata alla sua cognizione mediante un raffronto tra l’apparato argomentativo che la sorregge ed eventuali altri modelli di ragionamento mutuati dall’esterno (tra le altre, Sez. U., n. 12 del 31/05/2000, dep. 23/06/2000, Jakani, Rv. 216260; Sez. 2, n. 20806 del 5/05/2011, dep. 25/05/2011, Tosto, Rv. 250362). Resta, dunque, esclusa, pur dopo la modifica dell’art. 606, comma 1, lett. e), cod. proc. pen. la possibilità di una nuova valutazione delle risultanze acquisite, da contrapporre a quella effettuata dal giudice di merito, attraverso una diversa lettura, sia pure anch’essa logica, dei dati processuali o una diversa ricostruzione storica dei fatti o un diverso giudizio di rilevanza o comunque di attendibilità delle fonti di prova (Sez. 3, n. 12226 del 22/01/2015, dep. 24/03/2015, G.F.S., non massimata; Sez. 3, n. 40350, del 05/06/2014, dep. 30/09/2014, C.C. in proc. M.M., non massimata; Sez. 3, n. 13976 del 12/02/2014, dep. 25/03/2014, P.G., non massimata; Sez. 2, n. 7380 in data 11/01/2007, dep. 22/02/2007, Messina ed altro, Rv. 235716).

Inoltre, è opportuno ribadire che il ricorso per cassazione fondato sugli stessi motivi proposti in sede di impugnazione e motivatamente respinti da parte del giudice del gravame deve ritenersi inammissibile, sia per l’insindacabilità delle valutazioni di merito adeguatamente e logicamente motivate, sia per la genericità delle doglianze che, solo apparentemente, denunciano un errore logico o giuridico determinato (in termini v. Sez. 3, n. 44882 del 18/07/2014, dep. 28/10/2014, Cariolo e altri, Rv. 260608; Sez. 6, n. 20377 del 11/03/2009, dep. 14/05/2009, Arnone e altro, Rv. 243838; Sez. 5, n. 11933 del 27/01/2005, dep. 25/03/2005, Giagnorio, Rv. 231708).

3. Ora, per quanto riguarda il primo e il quinto motivo di ricorso, mediante i quali è stata prospettata la violazione degli artt. 103, 250 e 252 cod. proc. pen., per l’indebita esecuzione della perquisizione domiciliare in luoghi attinenti alla attività professionale di avvocato svolta dall’indagato, a fini di verifica tributaria e non dell’accertamento di reati, e anche a causa del sequestro di documenti relativi a tale attività, va osservato, per ciò che concerne la perquisizione, che, come sottolineato anche dal Procuratore Generale nella sua requisitoria scritta, le garanzie previste dall’art. 103 cod. proc. pen. non sono volte a tutelare chiunque eserciti la professione legale, ma solo colui che rivesta la qualità di difensore in forza di uno specifico mandato conferitogli nelle forme di legge, essendo essenzialmente apprestate in funzione di garanzia del diritto di difesa dell’imputato, e quindi esse non possono trovare applicazione qualora, come nel caso in esame, gli atti di cui all’art. 103 cod. proc. pen. debbano essere compiuti nei confronti di esercente la professione legale sottoposto a indagine (Sez. 5, n. 12155 del 05/12/2011, Ranieri, Rv. 252147; Sez. 2, n. 32909 del 16/05/2012, Marsala, Rv. 253263).

Ne consegue l’insussistenza della violazione degli artt. 103 e 250 cod. proc. pen. prospettata dal ricorrente, quanto alla esecuzione della perquisizione presso l’abitazione della sua consorte, giacché anche presso tale luogo si trovavano custoditi atti e documenti relativi alla attività professionale dell’indagato, necessari per l’accertamento dei suoi redditi, di cui era stata più volte rifiutata l’esibizione: ciò determina la sussistenza degli indizi del reato di cui all’art. 10 d.lgs. n. 74 del 2000, legittimante detta perquisizione, allo scopo di accertare l’effettivo occultamento di documentazione contabile e fiscale, eseguita non in relazione alla attività di difensore svolta dall’indagato in riferimento a un determinato procedimento e in forza di uno specifico mandato, che nel caso in esame non viene in rilievo, bensì con riferimento alla necessità di accertamento dei ricavi derivanti dalla sua attività professionale.

4. Diverso ordine di considerazioni deve, invece, essere svolto a proposito del sequestro di un rilevante quantitativo di atti e documenti relativi alla attività professionale svolta dall’indagato, non essendo emerso che gli stessi costituissero corpo di reato, e non essendone, di conseguenza, consentito il sequestro, stante l’espresso divieto al riguardo stabilito dal secondo comma dell’art. 103 cod. proc. pen.

Tale sequestro ha determinato una indebita e non necessaria ingerenza nella attività difensiva svolta dall’indagato nell’interesse di terzi, attraverso la privazione della disponibilità di detti atti e documenti, e, quindi, finisce per pregiudicare il libero svolgimento di tale attività, senza una reale necessità per l’accertamento dei reati per i quali si proceda; non sono, infatti, state assoggettate a sequestro cose costituenti corpo di reato, come richiesto dall’art. 103, comma 2, cod. proc. pen., con la conseguente illegittimità del sequestro di detti atti e documenti, dal cui esame avrebbero potuto essere tratti gli elementi necessari per la prosecuzione delle indagini e degli accertamenti tributari, senza la necessità di disporne il sequestro, incidente sul celere, tempestivo, e ordinato svolgimento della attività difensiva affidata all’indagato da terzi, in violazione della disposizione citata.

5. Il secondo motivo di ricorso, mediante il quale è stata lamentata l’erronea valutazione degli indizi di responsabilità riguardo al reato di occultamento di documenti contabili, è inammissibile, in quanto tende a censurare un accertamento di fatto compiuto dai giudici di merito, in ordine alla sussistenza degli indizi del reato di occultamento di scritture contabili di cui all’art. 10 d.lgs. n. 74 del 2000 e alla sua configurabilità nel caso concreto, di cui il Tribunale, nel disattendere la richiesta di riesame avanzata dal ricorrente, ha dato conto in modo adeguato, con la conseguenza che non si versa in una ipotesi di mancanza assoluta della motivazione, e che quindi le valutazioni al riguardo compiute dal Tribunale non possono essere censurate sul piano della mancanza, della illogicità o della contraddittorietà della motivazione.

Detto reato, inoltre, come sottolineato anche dal Procuratore Generale, è configurabile anche nel caso di reiterato rifiuto alla esibizione della documentazione contabile e fiscale, in quanto tale rifiuto, qualora non sia dovuto a colpa, caso fortuito o forza maggiore (cfr. Cass. civ., Sez. 5, n. 16960 del 11/08/2016, Mectubi Di Pesenti Luigi Snc In Liquidazione contro Agenzia Delle Entrate, Rv. 640761; conf. Sez. 5, n. 5914 del 08/03/2017, Rv. 643301), oltre a rilevare di per sé ai sensi dell’art. 52, comma 5, d.P.R. n. 633 del 1972, precludendo la valutazione a favore del contribuente in sede amministrativa o contenziosa dei documenti successivamente prodotti, è riconducibile alla nozione di occultamento delle scritture contabili, giacché tale condotta può realizzarsi con qualsiasi modalità, compreso il materiale nascondimento in altro luogo rispetto a quello dove i documenti devono essere conservati e il rifiuto di esibirli (cfr. Sez. 3, n. 3332 del 15/02/1991, Palese, Rv. 186657, relativa al reato di cui all’art. 4, comma 1, lett. b, d.l. 10 luglio 1982 n. 429, riconducibile, per evidente continuità normativa, alla nuova previsione dell’art. 10 d.lgs. n. 74 del 2000, come chiarito da Sez. 3, n. 10873 del 11/01/2001, Rinaldi, Rv. 218958; conf. Sez. 3, n. 30896 del 25/06/2001, Giandolfo, Rv. 219936; Sez. 3, n. 3881 del 20/12/2002, Ottavi, Rv. 224330).

Nel caso in esame il Tribunale ha dato atto del reiterato rifiuto dell’indagato di fornire libri, registri e documenti aventi valore fiscale relativi agli anni di imposta dal 2010 al 2015, sottolineando il rifiuto opposto alle reiterate richieste che gli erano state rivolte dalla Guardia di Finanza, con modalità diverse, nel giugno 2015, e l’esito negativo della identica richiesta rivolta al professionista che, secondo le indicazioni dello stesso indagato, era il depositario di tale documentazione.

Il Tribunale ha quindi adeguatamente illustrato la sussistenza degli indizi del reato in relazione al quale era stata disposta la perquisizione, volta a ricercare detti documenti, con la conseguente insussistenza della violazione di legge prospettata dal ricorrente e la inammissibilità delle censure in ordine alla motivazione del provvedimento impugnato.

6. Il terzo motivo è inammissibile a causa della mancanza della necessaria specificità, in quanto con esso il ricorrente, nel dolersi della insufficiente considerazione da parte del Tribunale della decisione del Garante per il contribuente del Friuli Venezia Giulia del 1 dicembre 2015, non ha indicato l’incidenza di tale decisione nel procedimento penale e non ha specificato il vizio che avrebbe determinato la sua omessa considerazione da parte del Tribunale.

I Garanti dei contribuenti (istituti dall’art. 13 dello Statuto del contribuente, l. 27 luglio 2000, n. 212, Disposizioni in materia di statuto dei diritti del contribuente) sono organi amministrativi presenti in ogni regione, con il compito di tutelare i diritti del contribuente e garantire un rapporto di fiducia tra cittadini e Amministrazione finanziaria, le cui determinazioni sono prive di incidenza sul piano delle responsabilità penali dei contribuenti e delle relative indagini svolte dalla polizia giudiziaria, con la conseguente irrilevanza delle determinazioni adottate da tale organo a proposito della vicenda del ricorrente, e, in particolare, a proposito delle ripartizioni interne di competenza degli organi accertatori e della polizia giudiziaria, non determinanti vizi di incompetenza rilevanti nel procedimento penale.

7. Anche il quarto motivo, relativo alla notificazione della comunicazione relativa all’avvio del procedimento fiscale presso il domicilio fiscale, in (…), risulta privo della necessaria concludenza, in quanto il ricorrente non ha prospettato l’incidenza dell’eventuale vizio di tale notificazione sulla validità delle perquisizioni e dei sequestri oggetto delle sue doglianze, pur sempre effettuate in luoghi collegati alla attività professionale dell’indagato, e dunque legittimamente volte alla ricerca di atti e documenti non consegnati spontaneamente, necessari per l’accertamento dei suoi redditi da sottoporre a tassazione.

8. Il sesto motivo, mediante il quale è stata prospettata violazione dell’art. 14 Cost., per l’indebita realizzazione di una videoripresa all’interno della abitazione della coniuge del ricorrente, in occasione della esecuzione della perquisizione domiciliare presso tale abitazione, laddove vennero rinvenuti atti e documenti relativi alla sua attività professionale, è infondato.

Detta videoregistrazione non venne eseguita allo scopo di acquisire elementi di prova o, comunque, notizie utili alle indagini, all’insaputa dei presenti, bensì per documentare anche attraverso tale mezzo di registrazione l’attività di perquisizione svolta, senza opposizioni da parte dei presenti, cosicché non si versa in una ipotesi di indebita captazione di immagini riservate eseguita in mancanza di consenso delle persone presenti (posto che non constano, dal verbale di perquisizione, opposizioni al riguardo) o a loro insaputa, con la conseguenza che non appare ravvisabile nessun pregiudizio al diritto alla inviolabilità del domicilio, al quale la polizia giudiziaria ebbe accesso in virtù di un decreto di perquisizione emesso dal Pubblico Ministero, la cui esecuzione è stata documentata oltre che con il verbale anche mediante tale mezzo di registrazione, ora consentito dalle moderne tecnologie.

9. Il settimo motivo è privo della necessaria specificità, in quanto il ricorrente non ha indicato gli atti di indagine compiuti oltre il termine di durata massima delle stesse che sarebbero stati utilizzati dal Pubblico Ministero per giustificare le perquisizioni e il sequestro, sicché anche tale censura risulta inammissibile.

10. In conclusione l’ordinanza impugnata deve essere annullata, con rinvio per nuovo esame sul punto al Tribunale di Udine, solamente per quanto riguarda il sequestro di atti e documenti relativi alla attività professionale del ricorrente, in relazione ai quali non sono stati indicati i presupposti legittimanti l’adozione di tale misura, e cioè la natura di corpo di reato ai sensi dell’art. 103, comma 2, cod. proc. pen..

P.Q.M.

Annulla l’ordinanza impugnata con rinvio al Tribunale di Udine.


Corte di Cassazione, sez. V Penale, sentenza 24 maggio – 21 giugno 2018, n. 28721

Presidente Zaza – Relatore Scotti

Ritenuto in fatto

1. Il Tribunale di Trento, Sezione Riesame, con ordinanza ex art.324 cod.proc.pen. del 20-23/3/2018 ha rigettato il ricorso proposto dall’avv. V.C. , indagata, tra gli altri con il rag. Vi.Ri. , per il reato di cui agli artt.110 cod.pen. e 216 legge fall. a seguito del fallimento della (omissis) s.r.l., avverso il decreto di perquisizione locale informatica e sequestro del 5/3/2018 della Procura della Repubblica presso il Tribunale di Trento.

2. Ha proposto ricorso l’avv. Marco S., difensore di fiducia dell’indagata, svolgendo tre motivi.

2.1. Con il primo motivo, il ricorrente lamenta violazione dell’art. 103, comma 2, cod.proc.pen. per l’indebita esecuzione della perquisizione e del sequestro di atti e documenti relativi all’attività professionale e non costituenti corpo di reato (in particolare: una cartellina costituente fascicolo di studio relativo al processo penale 1124/17 r.g.n.r., l’agenda con l’annotazione degli impegni processuali; computer e cellulari).

Il ricorrente assume che, contrariamente a quanto osservato dal Tribunale, computer e cellulari non erano stati dissequestrati ma erano stati restituiti previa copiatura e nessun altro documento era stato restituito.

Solo in data 30/3/2018 – e quindi successivamente all’udienza camerale era stato restituito all’avv. V. , come materiale non più necessario alle indagini, il notebook, l’agenda e il faldone del procedimento 1124/17 e quindi solo una parte dei documenti sequestrati risultanti dal verbale del 7/3/2018.

Era stato quindi violato il comma 2 dell’art. 103 cod.proc.pen. poiché il sequestro aveva colpito una serie di atti e documenti inerenti l’attività professionale, non configurabili neppure astrattamente come corpo di reato, che attenevano a procedimenti giudiziari ancora pendenti per i quali l’avv. V. era titolare di mandato difensivo fiduciario.

L’avv. V. era infatti titolare di nomina di fiducia nel proc. r.g.n.r. 1124/2017 relativo agli stessi fatti di cui al procedimento r.g.n.r. 534/2018, di nomina quale difensore nel procedimento prefallimentare pendente avanti la Corte di appello di Trento relativo alla dichiarazione di fallimento della (omissis) s.r.l..

Erano state sequestrate altresì corrispondenza professionale con terzi e pratiche di recupero crediti per conto della società fallita.

2.2. Con il secondo motivo il ricorrente lamenta violazione dell’art. 103 cod.proc.pen. per inosservanza delle garanzie difensive nei confronti dell’avvocato essendo stato sequestrato il fascicolo di studio relativo al procedimento nel quale l’avv. V. difendeva il sig. G. , peraltro in relazione agli stessi fatti contestati anche all’indagata nel proc.534/2018.

Il sequestro era stato autorizzato solo con riferimento agli studi mentre era stato eseguito anche in luoghi diversi.

2.3. Con il terzo motivo il ricorrente lamenta mancanza assoluta o apparenza della motivazione, con riferimento alla rilevanza probatoria della documentazione sequestrata.

Il provvedimento autorizzativo del G.i.p. si riferiva all’accusa di aver fatto apparire l’esistenza di una trattativa con le banche in realtà insussistente: mancava del tutto l’indicazione dei fini perseguiti.

Il Tribunale non poteva limitarsi a prender atto della tesi accusatoria ma doveva espletare il controllo di legalità, verificando le difese addotte dall’indagato, mentre aveva integrato la motivazione inesistente con ulteriore profilo non risultante, neppure indirettamente, dal decreto di sequestro circa la ricerca di atti e documenti inerenti la fase precontrattuale, contrattuale ed esecutiva di pattuizioni simulate o fraudolente e falsificate nella data.

Considerato in diritto

1. Con il primo motivo di censura per violazione di legge, il ricorrente si duole della violazione dell’art. 103 cod.proc.pen. assumendo che il sequestro avesse colpito una serie di oggetti e documenti, non costituenti corpi di reato, attinenti all’attività professionale dell’avv. V. .

1.1. L’art. 103 cod.proc.pen., rubricato “Garanzie di libertà del difensore”, nel suo primo comma, consente le ispezioni e le perquisizioni negli uffici dei difensori a) quando essi o altre persone che svolgono stabilmente attività nello stesso ufficio sono imputati, limitatamente ai fini dell’accertamento del reato loro attribuito; b) per rilevare tracce o altri effetti materiali del reato o per ricercare cose o persone specificamente predeterminate.

Il comma 2 dello stesso articolo vieta il sequestro di carte o documenti relativi all’oggetto della difesa presso i difensori, salvo che costituiscano corpo del reato.

Il comma 6 vieta parimenti il sequestro e ogni forma di controllo della corrispondenza tra l’imputato e il proprio difensore in quanto riconoscibile dalle prescritte indicazioni, salvo che l’autorità giudiziaria abbia fondato motivo di ritenere che si tratti di corpo del reato.

I risultati delle ispezioni, perquisizioni, sequestri, intercettazioni di conversazioni o comunicazioni, eseguiti in violazione delle predette disposizioni, non possono essere utilizzati.

1.2. Il Tribunale ha affermato nel provvedimento impugnato, all’esito di udienza camerale del 20/3/2018 e depositato il 23/3/2018, che i computer e i cellulari erano stati dissequestrati prima dell’udienza e che il restante materiale, previa copiatura, sarebbe stato restituito entro due giorni.

Il ricorrente ha contestato tale affermazione, producendo decreto di restituzione di materiale sequestrato della Procura della Repubblica di Trento del 28/3/2018, notificato ed eseguito il successivo 30/3/2018, relativo a 2 notebook, a una agenda color sabbia e a un faldone colore arancione inerente il procedimento penale 1124/2017.

L’affermazione del Tribunale relativa ai computer era pertanto erronea.

Risulta tuttavia che successivamente alla pronuncia impugnata tali materiali sono stati restituiti.

1.3. Le Sezioni Unite di questa Corte con la sentenza “Tchmil” del 2008 avevano affermato che una volta restituita la cosa sequestrata, la richiesta di riesame del sequestro, o l’eventuale ricorso per cassazione contro la decisione del tribunale del riesame era da considerarsi inammissibile per sopravvenuta carenza di interesse, e che tale interesse non era configurabile neppure quando l’autorità giudiziaria avesse disposto, all’atto della restituzione, l’estrazione di copia degli atti o documenti sequestrati, dal momento che il relativo provvedimento era autonomo rispetto al decreto di sequestro, né era soggetto ad alcuna forma di gravame, stante il principio di tassatività delle impugnazioni. (Sez. U, n. 18253 del 24/04/2008, Tchmil, Rv. 239397).

Più recentemente le Sezioni Unite hanno riesaminato specificamente il problema, alla luce della Convenzione di Budapest, ratificata con la legge n. 48 del 2008, e hanno ritenuto ammissibile il ricorso per cassazione avverso l’ordinanza del tribunale del riesame di conferma del sequestro probatorio di un computer o di un supporto informatico, nel caso in cui ne risulti la restituzione previa estrazione di copia dei dati ivi contenuti, sempre che sia dedotto l’interesse, concreto e attuale, alla esclusiva disponibilità dei dati (Sez. U, n. 40963 del 20/07/2017, Andreucci, Rv. 270497); è stato tuttavia precisato che deve trattarsi di un interesse concreto ed attuale, specifico ed oggettivamente valutabile sulla base di elementi univocamente indicativi della lesione di interessi primari conseguenti alla indisponibilità delle informazioni contenute nel documento, la cui sussistenza andrà dimostrata, non potendosi ritenere sufficienti allo scopo generiche allegazioni.

Nella fattispecie la ricorrente deduce siffatto interesse, in modo sufficientemente concreto e specifico, con puntuale riferimento al rapporto professionale che la lega al cliente in relazione ai documenti inerenti al mandato difensivo del quale era stata officiata.

In ogni caso l’interesse permaneva con riferimento agli oggetti diversi da quelli indicati nel decreto del 28/3/2018, poiché il Tribunale si era limitato a “preconizzarne” la restituzione e non vi era prova della sua effettiva esecuzione.

1.4. Il Tribunale ha ricordato il principio, giurisprudenzialmente acquisito e puntualmente richiamato dal Procuratore generale, secondo il quale le garanzie previste dall’art. 103 cod. proc. pen. non sono volte a tutelare chiunque eserciti la professione legale, ma solo colui che rivesta la qualità di difensore in forza di uno specifico mandato conferitogli nelle forme di legge, poiché sono essenzialmente apprestate in funzione di garanzia del diritto di difesa dell’imputato, e quindi esse non possono trovare applicazione qualora gli atti di cui all’art. 103 cod. proc. pen. debbano essere compiuti nei confronti di esercente la professione legale sottoposto a indagine (Sez. 5, n. 12155 del 05/12/2011, Ranieri, Rv. 252147; Sez. 2, n. 32909 del 16/05/2012, Marsala, Rv. 253263; Sez. 3, n.28069 del 19/1/2017, Longo; Sez.1, n.25848 del 29/4/2015, Cantagalli).

Indubbiamente il sequestro era stato disposto nei confronti dell’avv. V. , sul presupposto della sua qualità di indagata con riferimento all’ipotizzato reato di concorso in bancarotta fraudolenta e le garanzie formali di cui all’art. 103 erano state predisposte cautelativamente per il caso di interferenze con l’attività professionale di altri avvocati esercitanti nello stesso studio, nel rispetto delle indicazioni rivenienti dalla giurisprudenza di legittimità.

È stato infatti ritenuto (Sez. 2, n. 39837 del 27/06/2012, Cerciello, Rv. 253441) che l’autorità giudiziaria che si accinga ad eseguire un’ispezione, una perquisizione o un sequestro nell’ufficio di un difensore in cui operino altri avvocati in veste di meri collaboratori dell’unico titolare, ma non uniti a quest’ultimo nella forma della contitolarità o dell’associazione professionale, non ha l’obbligo di darne avviso al consiglio dell’ordine forense del luogo.

1.5. Tuttavia il Tribunale non si è confrontato con l’intero contenuto della doglianza articolata dal ricorrente e riproposta in questa sede sotto il profilo della violazione dell’art.103, comma 2, cod.proc.pen. che non consente il sequestro di carte o documenti relativi all’oggetto della difesa, salvo che costituiscano “corpo del reato”.

Non è quindi sufficiente a superare il divieto, assistito dalla sanzione di inutilizzabilità di cui al comma 7 dello stesso articolo, la mera utilità probatoria dell’oggetto del sequestro, perché la legge esige un quid pluris che giustifichi l’interferenza nel rapporto professionale cliente/difensore, e cioè che l’atto o documento appreso costituisca, esso stesso, “corpo del reato”.

Il Tribunale ha del tutto omesso di considerare tale profilo e ha affrontato la censura della difesa, limitandosi a rimarcare che “al di là delle etichette apposte sulle cartelline” gli atti e le comunicazioni sequestrate riguardavano i rapporti soci amministratori di Opera e della società collegata Arepo e i creditori, così apoditticamente escludendo che sussistessero violazioni per il solo fatto che i documenti sequestrati riguardassero l’inchiesta in corso.

Sono stati così sequestrati la cartellina di studio relativa al procedimento penale r.g.n.r. 1124/2017 in cui l’avv. V. svolgeva il ruolo di difensore di G.A. , il fascicolo di studio relativo all’impugnazione della sentenza dichiarativa del fallimento della (OMISSIS) s.r.l., pratiche per il recupero di crediti della Opera presso terzi debitori, corrispondenza con il curatore e con altri professionisti, l’agenda con l’annotazione di tutti gli impegni professionali.

Non risulta tuttavia allegato e dimostrato che tali atti e documenti configurino corpo del reato, nella nozione delineata dall’art.253, comma 2, cod.proc.pen., che si riferisce alle cose sulle quali o mediante le quali il reato è stato commesso, nonché alle cose che ne costituiscono il prodotto, il profitto o il prezzo.

1.6. Il Tribunale è così incorso nel vizio di violazione di legge con riferimento all’art. 103, comma 2, cod.proc.pen. e, conseguentemente nel difetto assoluto di motivazione circa la sussistenza del presupposto contenuto nella norma disapplicata.

In assenza di tale presupposto, il sequestro avrebbe determinato una indebita e non necessaria ingerenza nella attività difensiva svolta dall’indagato nell’interesse di terzi, attraverso la privazione della disponibilità di detti atti e documenti, e, quindi, avrebbe pregiudicato il libero svolgimento di tale attività, senza una reale necessità per l’accertamento dei reati per i quali si proceda; non sarebbero, infatti, state assoggettate a sequestro cose costituenti corpo di reato, come richiesto dall’art. 103, comma 2, cod. proc. pen., con la conseguente illegittimità del sequestro di detti atti e documenti incidente sul celere, tempestivo, e ordinato svolgimento dell’attività difensiva affidata all’indagato da terzi, in violazione della disposizione citata (in termini Sez.3, 19/1/2017 n.28069, Longo).

2. Con il secondo motivo il ricorrente lamenta violazione dell’art. 103 cod.proc.pen. per inosservanza delle garanzie difensive nei confronti dell’avvocato essendo stato sequestrato il fascicolo di studio relativo al procedimento nel quale l’avv. V. difendeva il sig. G. , peraltro in relazione agli stessi fatti contestati anche all’indagata nel proc.534/2018.

La doglianza è già stata esaminata nell’ambito dell’esame del primo motivo.

3. Con il terzo motivo il ricorrente lamenta mancanza assoluta o apparenza della motivazione, con riferimento alla rilevanza probatoria della documentazione sequestrata.

Il provvedimento autorizzativo del G.i.p. si riferiva all’accusa di aver fatto apparire l’esistenza di una trattativa con le banche in realtà insussistente: mancava del tutto l’indicazione dei fini perseguiti.

Il Tribunale non poteva limitarsi a prender atto della tesi accusatoria ma doveva espletare il controllo di legalità, verificando le difese addotte dall’indagato, mentre aveva integrato la motivazione inesistente con ulteriore profilo non risultante, neppure indirettamente, dal decreto di sequestro circa la ricerca di atti e documenti inerenti la fase precontrattuale, contrattuale ed esecutiva di pattuizioni simulate o fraudolente e falsificate nella data.

3.1. Secondo la giurisprudenza di questa Corte il provvedimento di perquisizione e sequestro non deve trasformarsi da strumento di ricerca della prova in strumento di ricerca della notitia criminis; di conseguenza in esso debbono essere individuati, almeno nelle linee essenziali, gli oggetti da sequestrare con riferimento a specifiche attività illecite, di modo che la perquisizione e il conseguente sequestro vengano eseguiti non già sulla base di semplici congetture, ma trovino giustificazione in concrete ipotesi di reato rinvenibili nei fatti addebitati e permettendo la verifica del nesso di pertinenzialità. (Sez. 6, n. 2882 del 06/10/1998, Calcaterra, Rv. 21267801).

Infatti, mentre non è consentito il sequestro probatorio a fini meramente esplorativi, volto ad acquisire la notitia criminis, è legittimo il sequestro fondato su fatti che lo giustificano sul piano razionale e rispetto ai quali è configurabile una notitia criminis, la cui effettiva sussistenza e consistenza può essere, tuttavia, definitivamente accertata solo attraverso atti invasivi (Sez. 3, n. 44928 del 14/06/2016, Cerroni e altro, Rv. 268774); del pari, è legittimo il sequestro probatorio, emesso sulla base di una notitia criminis precedentemente acquisita, per accertare gli esatti termini della condotta denunciata o ipotizzata, al fine non solo di valutarne l’antigiuridicità ma anche la sua esatta qualificazione giuridica. (Sez. 3, n. 24846 del 28/04/2016, P.G. D.D.A. in proc. Sisani e altro, Rv. 267195).

3.2. Nella specie l’ipotesi accusatoria contenuta nel decreto di perquisizione e sequestro del 5/3/2018 è più vasta di quella indicata dal ricorrente e attiene ai rapporti fra (…) e (…= s.r.l. e alla distrazione del patrimonio della prima società, mentre il provvedimento autorizzativo del G.i.p. del 2/3/2018, emesso, cautelativamente, ex art. 103 cod.proc.pen., si riferisce in generale alla distrazione del compendio patrimoniale di (…) s.r.l., sia pur indicando, più in particolare, a carico dell’avv. V. la simulazione di una trattativa inesistente con le banche per transigere le posizioni debitorie.

Non è quindi esatto che il Tribunale abbia indebitamente ampliato l’ipotesi accusatoria delineata nel decreto di perquisizione e sequestro.

4. In conclusione l’ordinanza impugnata deve essere annullata, con rinvio per nuovo esame sul punto al Tribunale di Trento, per quanto riguarda il sequestro di atti e documenti relativi alla attività professionale della ricorrente, in relazione alla motivazione totalmente omessa circa i presupposti legittimanti l’adozione di tale misura, e cioè la natura di corpo di reato ai sensi dell’art. 103, comma 2, cod. proc. pen.

P.Q.M.

Annulla il provvedimento impugnato con rinvio per nuovo esame al Tribunale di Trento.


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