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Pagare l’avvocato solo se vince

1 Aprile 2020
Pagare l’avvocato solo se vince

Si può concordare con l’avvocato che la parcella sarà onorata solo se si vince la causa?

Non hai soldi a sufficienza per pagare un avvocato, né così pochi però da rientrare in un gratuito patrocinio. Non vuoi neanche rischiare di dover spendere una cifra considerevole a fronte di un esito – quello della causa – al momento tutt’altro che certo. Ti chiedi allora se si può pagare l’avvocato solo se vince. È lecito? Come reagirebbe il professionista del foro dinanzi a una proposta del genere? 

La questione è stata analizzata già numerose volte dalla giurisprudenza e, da ultimo, da una sentenza del tribunale di Milano [1] di cui parleremo qui di seguito. Ma prima è necessario un preambolo per comprendere meglio il delicato mondo dell’avvocatura.

A lungo, la legge ha imposto agli avvocati di applicare, ai propri clienti, dei minimi tariffari, dinanzi ai quali non era possibile derogare per alcuna ragione (salva solo la prestazione gratuita nei confronti dei parenti o degli amici più intimi). Ciò per impedire ai legali di offrire le proprie prestazioni con offerte al ribasso, cosa che avrebbe comportato, secondo la versione ufficiale, uno svilimento della prestazione o, secondo altri, una concorrenza spietata.

Da ciò, col tempo, si è consolidato un certo atteggiamento degli avvocati a ricevere un “pagamento fisso e certo” che, seppur non necessariamente versato in anticipo, dovesse quantomeno coprire lo sforzo per l’attività profusa e, necessariamente, le spese vive anticipate per conto del cliente.

Insomma, l’avvocato è, già nel suo dna, prima ancora che nella definizione della legge, un professionista e non imprenditore: ragion per cui difficilmente ama fare investimenti o scommesse sull’esito della propria prestazione. 

Del resto non c’è da biasimarlo: spesso il risultato della causa dipende da variabili estranee al professionista come l’interpretazione personale del giudice, un mutamento di orientamento da parte della Cassazione nel corso del giudizio, le dichiarazioni dei testimoni, la conoscenza di tutte le vicende pregresse tra le parti, ecc.

Alla luce di ciò è davvero difficile trovare un avvocato che accetti di essere pagato solo se vince. Più facile è concordare un minimo, a copertura quantomeno dei costi del giudizio e della fatica iniziale e, poi, un compenso ulteriore a risultato ottenuto. Ma è lecito? Cerchiamo di fare il punto della situazione.

Come si stabilisce il compenso dell’avvocato?

Dopo l’abolizione delle tariffe minime, l’avvocato è libero di fare la propria offerta al cliente. La deve fare per forza per iscritto, anche se non gli viene chiesto il preventivo. È un suo dovere deontologico che può essere anche sanzionato a livello disciplinare. 

Salvo il predetto obbligo di preventivo scritto, l’avvocato può stabilire qualsiasi parcella preferisca. Esiste un solo limite: la misura del compenso deve essere adeguata all’importanza dell’opera e al decoro della professione, fermo restando che l’incarico può essere svolto anche a titolo gratuito. Non si può quindi offrire una causa a 10 euro, tanto per fare un esempio.

Il divieto di patto di quota lite

La liberalizzazione dei compensi degli avvocati, portata in Italia dal famoso Decreto Bersani di recepimento della disciplina europea, non ha però toccato il divieto di patti di quota lite: si tratta dell’accordo con cui l’avvocato percepisce, come compenso, in tutto o in parte, una quota del bene oggetto della prestazione o della lite. 

Gennaro incarica l’avv. Rossi di difenderlo in una causa di risarcimento per il danno da incidente stradale. In cambio i due si accordano per riconoscere all’avvocato il 30% di quanto il giudice liquiderà con la sentenza di condanna.

Accordi di questo tipo sono nulli e non consentiti dalla legge. Pertanto, il cliente potrà rifiutarsi di pagare quanto precedentemente concordato con il proprio avvocato, ma quest’ultimo potrà agire contro di lui in giudizio affinché il giudice liquidi il suo compenso sulla base del decreto ministeriale n. 55/2014. Leggi sul punto Se l’avvocato non fa il preventivo.

Al contrario è valido un compenso concordato sul valore dell’affare, calcolato però a prescindere dall’esito del giudizio.

Gennaro incarica l’avv. Rossi di difenderlo in una causa contro il proprio datore di lavoro. Gennaro ritiene di avanzare circa 10mila euro di arretrati per stipendi e Tfr. Così promette all’avvocato di ricompensarlo con il 25% dei 10mila euro attesi (in totale 2,5mila euro). I due si accordano in tal senso, ma il giudice riconosce a Gennaro solo 8mila euro. Gennaro dovrà comunque rispettare l’iniziale patto con il difensore anche se ha ricevuto di meno di quanto sperato. 

La success fee: pagare l’avvocato solo se vince

A differenza del patto di quota lite è invece legittimo l’accordo sul pagamento della parcella adeguata a risultati raggiunti. In buona sostanza si può concordare con l’avvocato il pagamento della parcella solo in caso di esito favorevole oppure un compenso aggiuntivo, una sorta di premio in aggiunta a quello iniziale. 

Ecco un esempio di success fee.

«Ai sensi dell’art. 13, comma 5, della legge 31 dicembre 2012, n. 247, gli Avvocati dichiarano ed il Cliente prende atto che la prevedibile misura dei costi della prestazione da dividere tra i due professionisti è determinata in una parte fissa di € 5.000,00 oltre compenso variabile (c.d. “Success Fee” ex art. 13 Legge n. 247/2012) pari al 10% della maggiore somma riconosciuta nell’appello rispetto al provvedimento impugnato e comunque fino all’importo massimo di € 52.625,00 pari al massimo previsto dal DM 55/2014 da corrispondersi soltanto nel caso di eventuale accoglimento, anche parziale, del ricorso. Il compenso, previo acconto di € 1.500,00, sarà corrisposto in un’unica soluzione entro 30 giorni dalla pubblicazione della sentenza, previa emissione di apposita notula pro-forma da parte del Professionista seguita, per effetto dell’effettivo pagamento, da regolare fattura fiscale».


note

[1] Trib. Milano, sent. n. 5548/19.


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