L’etichetta tricolore non dimostra il Made in Italy

1 Aprile 2020 | Autore:
L’etichetta tricolore non dimostra il Made in Italy

Dire “100% italiano”ed esporre il simbolo nazionale quando invece di nostrano c’è solo la materia prima ma il confezionamento è avvenuto all’estero è reato.

A difesa dei prodotti italiani arriva oggi una dura pronuncia della Corte di Cassazione, con una  nuovissima sentenza [1] che riguarda le etichette che richiamano la bandiera italiana tricolore e confondono i consumatori sull’origine dei prodotti. Specialmente se si tratta di prodotti alimentari o – come nel caso deciso dai giudici di piazza Cavour – di capi abbigliamento, quando l’etichetta tricolore viene associata ad una produzione tipica del Made in Italy, perciò di qualità nei tessuti, accurata nel confezionamento e, spesso, anche di alta moda.

In realtà, i vestiti erano stati tutti confezionati in Bulgaria; un Paese europeo e anche di matrice latina, ma certo non assimilabile all’Italia. Anche se in effetti la materia prima era di produzione nazionale e l’azienda bulgara aveva poi confezionato i vestiti sulla base dei tessuti italiani.

Confondere i consumatori ingannandoli sull’origine del prodotto è reato. La norma di legge [2] è perentoria nel richiedere che tutti i prodotti tipici del Made in Italy – dagli agroalimentari ai tessili – siano interamente italiani e non consente scappatoie: «Si intende realizzato interamente in Italia il prodotto o la merce, classificabile come Made in Italy ai sensi della normativa vigente, e per il quale il disegno, la progettazione, la lavorazione ed il confezionamento sono compiuti esclusivamente sul territorio italiano».

E la stessa legge [2] punisce severamente chi intorbida le acque e ingenera confusione, spacciando prodotti realizzati all’estero come italiani, ad esempio apponendo etichette ingannevoli del tipo “100% made in Italy“, “100% Italia”, “tutto italiano”: queste condotte integrano il reato di vendita di prodotti industriali con segni mendaci [3], punito con le pene della reclusione fino a 2 anni e dell’ammenda fino a 20.000 euro, aumentate fino a un terzo proprio per aver mentito sull’origine.

Nel caso deciso dalla Cassazione si era giocato sull’equivoco, perché sulla manica dei cappotti c’è scritto “Fabric Made in Italy” dove la parola fabric in lingua inglese significa tessuto, ma per noi viene comune pensare a fabbricazione e dunque produzione in Italia, non al solo fatto che il capo d’abbigliamento è composto di tessuto proveniente dall’Italia.

Ma soprattutto c’era, ben visibile e inequivocabile nel richiamo espressivo, la nostra bandiera tricolore, con le tre bande di bianco, rosso e verde: «segni artatamente apposti per formare una fallace convinzione nel consumatore», hanno correttamente ritenuto gli Ermellini.

Infine, la prova del reato è emersa dalla documentazione doganale di import/export, che ha consentito di escludere che la manodopera che aveva confezionato gli abiti fosse nostrana: i vestiti erano stati realizzati, sia pur con tessuto italiano, interamente in Bulgaria e da qui il prodotto finito era arrivato nel nostro Paese per essere commercializzato.


note

[1] Cass. sent. n.10912/2020 del 1 aprile 2020.

[2] Art. 16, comma 4, del D.L. 25 settembre 2009, n. 135, convertito in legge 20 novembre 2009, n. 166. 

[3] Art. 517 Cod. pen.


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